Nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un monologo teatrale racconta le ombre di un femminicidio occultato per anni
«Se si dovessero abbattere tutte le case in cui succedono cose terribili, non ce ne sarebbe più una in piedi».
Al centro di Potenza c’è la chiesa della Trinità. Vi è apposta una lapide dedicata a don Mimì Sabia, parroco della chiesa per quasi mezzo secolo. Fu Don Mimì a tenere chiusa la Trinità agli inquirenti quando vi fu vista l’ultima volta Elisa Claps.
Elisa era una ragazza di 16 anni con l’ambizione di studiare Medicina e lavorare con Medici senza Frontiere in Africa. Elisa scomparve nella Trinità, dove soleva accendere una candela alla Madonna, domenica 12 settembre 1993. Con lei c’era anche un ragazzo poco più grande, Danilo Restivo, che era solito importunare le ragazze minacciandole o tagliandone furtivamente ciocche di capelli.
I resti di Elisa Claps furono ritrovati molti anni dopo, il 17 marzo 2010, in seguito a dei lavori nel sottotetto della chiesa. A poca distanza dal corpo, un materasso con tracce di sperma. Don Mimì era morto nel 2008. Dal 2009 una lapide lo celebra come riferimento educativo degli adolescenti potentini. La chiesa della Trinità rimase chiusa fino all’agosto del 2023. Alla riapertura ci furono grandi proteste. Un giovane ammise di essere stato violentato proprio su quel materasso. Quando gli chiesero di fare il nome del violentatore, protestò che la lapide intitolata a don Mimì doveva essere rimossa.
«Se si dovessero abbattere tutte le case in cui succedono cose terribili non ce ne sarebbe più una in piedi», rispose in quelle circostanze un sacerdote a un uomo che chiedeva la demolizione della Trinità.
Ma la Trinità non è una casa come le altre. Vi si celebrano i sacramenti. E oltre trent’anni fa vi è stata uccisa una ragazza, e ne è stato occultato il cadavere per 17 anni.
“I sandali di Elisa Claps” è un dramma scritto e interpretato da Ulderico Pesce che ha raggiunto il Teatro Menotti di Milano, dove per la prima volta da lettura scenica è diventato monologo teatrale.
Pesce racconta la storia di Elisa. La vicenda è imperniata su temi come l’omertà, la giustizia mancata e il lunghissimo mistero che ha circondato la morte della giovane.
Mentre celebriamo, oggi, l’ennesima Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Elisa rimane un simbolo delle tante vittime di femminicidio e delle troppe storie dimenticate.
Ulderico Pesce crea una scena con una finestra aperta, due meloni appesi (erano il frutto preferito di Elisa), un tavolo ricoperto da una tovaglietta rossa e due busti di statue. Statue mute. Come fu muto Daniele Restivo, interrogato con insopportabile ritardo e superficialità dagli inquirenti. Come fu muto don Mimì. Come furono muti i parroci che gli succedettero, e tanti altri che, per motivi diversi, rovistarono in quel sottotetto. Fu muta e complice la famiglia Restivo. Furono muti il vescovo, la PM Felicia Genovese che affrontò il caso (amica della famiglia dell’assassino) e un esercito di altri esseri viscidi, infidi, pusillanimi.
Pesce ha scritto il testo con Gildo, fratello di Elisa, e la madre Filomena. Narra i fatti dal punto di vista del padre Antonio, tabaccaio e una passione per le rose, la stessa che aveva trasmesso a Elisa.
Il protagonista scende dal palco. La platea diventa città che parla, e semina dubbi e indizi. A suo modo collabora. Ma non si sbilancia, e resta acquattata dietro alle finestre.
Antonio/Ulderico sviscera il proprio tormento accompagnato da musiche incalzanti eseguite alla fisarmonica da Pierangelo Camodeca. È una recitazione senza fiato, a volte esasperata. Come può essere esasperato il dolore di un padre.
Il riferimento ai sandali diventa simbolo di una giovinezza spezzata. Attraverso questa metafora, l’artista denuncia le responsabilità sociali e istituzionali. Contrappone l’innocenza violata all’iniquità sacrilega di cittadini, inquirenti e prelati.
È lo stile di Ulderico Pesce, che continua a collezionare nemici e intimidazioni in nome della verità e della giustizia. La forza del monologo risiede nella sua capacità di entrare nel cuore della vicenda di Elisa, restituendo il dolore e la rabbia per un’attesa ancora senza piena giustizia, nonostante la condanna di Restivo.
In scena il dolore di Antonio è reso ancora più straziante dalla consapevolezza che la sua battaglia per la verità è stata ostacolata dal quieto vivere, da un’indifferenza che ha coinvolto perfino la curia. Il suo tormento diventa il nostro. Pesce, con la sua recitazione sofferta, riesce a snidare le emozioni più profonde del pubblico, stimolando una riflessione sulla responsabilità collettiva e sull’urgenza di ricordare.
I SANDALI DI ELISA CLAPS
Di Ulderico Pesce
Regia Ulderico Pesce
Con Ulderico Pesce, Pierangelo Camodeca (fisarmonica)
Produzione Centro Mediterraneo Delle Arti
durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’ 30”
Visto a Milano, Teatro Menotti, il 16 novembre 2024
