Al Festival d’Avignon 2026, partendo da “Un nemico del popolo”, gli artisti brasiliani s’interrogano sui rapporti tra scienza e politica, potere e verità
La drammaturga e regista brasiliana Christiane Jatahy e l’attore e produttore Wagner Moura immaginano una versione contemporanea di “Un nemico del popolo”, dramma del 1882 di Ibsen, per porre una domanda: quando gli interessi economici di una comunità urtano il bene comune, chi ha il diritto di esprimersi?
“Un procès – après l’ennemi du peuple”, arrivato quest’estate al Festival d’Avignon, è uno spettacolo che aveva tutto per riuscire. Al contrario, convince un pubblico già pienamente conquistato dal fascino della grande star (Wagner Moura ha lavorato anche a Hollywood) e si lascia trascinare nel dispositivo retorico che la regista, dalle abilità incontestabili (si pensi all’opera “A floresta qui anda”, adattamento dal Macbeth del 2016, o a “O agora que demora”, del 2018), mette in piedi per confondere i piani tra realtà e finzione, scienza e democrazia.
Le opposizioni binarie, i paradossi e la demagogia occupano lo spazio che dovrebbero avere la critica e la riflessione, pur in apparenza cercate sia dall’attore che dalla regista.
Il testo di Ibsen – con gli stessi protagonisti – viene proiettato nel Brasile del XX secolo. In maniera analoga all’originale, tutto parte quando il medico Thomas Stockmann (Moura) scopre che le acque termali della sua città sono contaminate, cerca di informare le autorità e di allertare la popolazione, ma viene pubblicamente screditato e accusato di mettere in pericolo l’economia locale.
Attraverso un processo Thomas cercherà di difendersi. L’allestimento di un tribunale fittizio creato tutt’intorno a Moura vede sulla scena l’accusa da una parte, la difesa dall’altra e il protagonista al centro, lasciando che il medico dichiari la fine della realtà a partire da un’idea di scienza che pretende di avere in mano l’assoluto, non il dubbio.
Gli autori dello spettacolo mettono a confronto questo protagonista dogmatico, Thomas, con un fratello demagogo (Peter Stockmann, interpretato da Danilo Grangheia). Il fratello è infatti sindaco dello stesso paese che non sa se scegliere fra una stazione termale che non farebbe morire di fame i propri cittadini, e il rischio di vedere le acque del fiume inquinate da sostanze mortali; Peter non sviluppa prove o argomenti, ma gioca con le paure della popolazione e i sentimenti della famiglia del fratello, distrutta nel frattempo dalla stolida posizione del padre e marito.
Alla fine gli autori dello spettacolo consegnano ad una giuria composta ad hoc da 11 giurati, scelti a sorte tra il pubblico, l’onere di stabilire chi ha ragione, dando loro, letteralmente, “il compito di decidere di cosa possiamo parlare in materia di democrazia”.
La fittizia, tragica opposizione tra scienza e democrazia, che ha caratterizzato gli anni del Covid, è qui riproposta, in sé stessa identica e null’affatto criticata, dalla retorica scenico-filmica cara a Jatahy. Gli argomenti di tutte e tutti sono relativi e fallaci, solo Thomas avrebbe la “verità” dei fatti, ma non sa che farsene: è uno scienziato che ha dimenticato che la scienza è anche dubbio, e che i dati servono per costruire ipotesi e non dogmi.
Dal punto di vista scenografico, lo spettacolo si esaurisce nelle due posizioni contrapposte, l’accusa e la difesa; il palco è infatti diviso in due, occupato solo dai monologhi di Moura, della figlia di lui e del fratello sindaco-accusatore. Più in fondo, dietro un velatino e a chiudere questo tribunale, la giuria.
Lo schermo posto in alto rispetto al fondo-scena si riempie di immagini della Jatahy-cineasta, quando ad esempio Peter intervista i figli di Thomas per vedere i danni sulla famiglia delle sue posizioni, o ancora per mostrare i dettagli del plastico presentato da Thomas per illustrare alla giuria il proprio contro-progetto, più costoso e complesso, che permetterebbe di non inquinare il fiume e le falde acquifere.
Anche la giuria, quando arriverà il momento di scegliere da che parte stare, verrà ripresa (sebbene il risultato della votazione pare sia finto: i due voti contro Thomas e gli altri invece a favore del medico sembra si ripetano ad ogni rappresentazione, almeno stando a chi lo spettacolo lo aveva visto in altre serate).
“La struttura del tribunale serve a stabilire delle regole che consentano un confronto tra le due parti: Thomas Stockmann e sua figlia da una parte, e Peter Stockmann, in rappresentanza della comunità, dall’altra. Ci riferiamo al tribunale giudiziario, ma anche al tribunale pubblico, ovvero a ciò che accade sui social media e che spesso prevale sulla decisione, a volte indipendentemente dalla giustizia stessa. Discutere del modo in cui giudichiamo gli altri nello spazio pubblico del teatro significa assumere il ruolo che esso stesso ricopre: ogni luogo in cui ci troviamo è “quel luogo” specifico, con “quel pubblico” che, in linea di principio, è neutrale rispetto alla storia che viene raccontata”.
“Un procès – après l’ennemi du peuple” dimentica però che nessuno spazio è neutro se abitato da una comunità umana, per quanto effimera possa essere, dimostrandosi uno spettacolo di raffinata sofistica: il pubblico-giuria alla fine vota, salvando Thomas, che si esprime in un monologo finale ecumenico che porterà in auge il legame familiare (fraterno in questo caso) come agnizione unica e definitiva dei conflitti interni, del dramma e della società.
La figlia di Thomas era l’unica a difendere il padre, ma nel finale si lascia intendere che il fratello Peter saprà perdonare e riconciliarsi con lui, perché la famiglia è l’unica certezza che resta, e possiamo immaginare che anche la moglie e i figli del medico torneranno da lui. Come se il clan fosse l’unico rifugio certo e sicuro contro tutto il mondo: lo Stato, i media, gli “altri” insomma. Una reazione ai problemi collettivi che noi italiani dovremmo conoscere molto bene.
Questo processo risulta così un’opera di anti-critica che fa della retorica assolutamente relativista la sola possibilità di parlare dei problemi reali, e riproduce, con precisione chirurgica e cecità sorprendente, la serie di paradossi che viviamo oggi, in cui abbiamo, da una parte, una pseudo-élite intellettuale e, dall’altra, una massa stupida e istupidita dai social (o da altri dispositivi fatti per creare consenso) che, come la gente del villaggio abitato dagli Stockmann, non sa prendere una buona decisione.
Gli autori del testo, Jatahy, lo stesso Moura e Lucas Paraizo, partono da presupposti epistemologici e storici sbagliati, ad esempio non è in alcun modo vero che Hitler (ma tanto meno Mussolini, quasi dieci anni prima) siano andati al potere tramite elezioni democratiche (si vede l’opera inappuntabile dello storico Johan Chapoutot in proposito, “Les irresponsables”).
L’immensa confusione di piani tra reale e fittizio e, come conseguenza, tra potere democratico e potere mediatico è un male del nostro tempo.
L’orizzonte storico di questo spettacolo è l’infame gestione del Covid messa a punto dal fascista “del terzo millennio” Jair Bolsonaro, con riferimento al dibattito, violentissimo, che la sua catastrofica gestione dell’epidemia in Brasile generò (ricordiamo che è stata la nazione con più vittime al mondo dopo gli Stati Uniti, e che una Commissione d’inchiesta del Congresso brasiliano chiese nel 2021 l’impeachment per il presidente, per non aver deliberatamente acquistato – in violazione alle raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie internazionali – dosi di vaccino tra luglio 2020 e gennaio 2021. Durante la pandemia Bolsonaro fu uno dei pochi leader al mondo a opporsi al vaccino e deridere le restrizioni).
Noi, oggi, siamo però malati di un male retorico e politico che non è universale, “naturale” in sé (come naturale non è, mai, nemmeno il legame familiare), bensì è contestuale. Come tale, allora, dovrebbe essere analizzato e criticato per essere capito; questo spettacolo, invece, ineccepibile sul piano tecnico e artistico, ha la colpa, non da poco, di rifiutarsi di essere un’opera d’arte che sfida la complessità del reale, per scegliere piuttosto di riprodurre in modo consensuale il male politico che ci sommerge.
“Un procès” non denuncia lo stato di cose presenti per cambiare il reale, ma si fa specchio dei nostri incubi ingrandendoli, e fa del teatro un luogo in cui trovare un facile consenso, anziché diventare spazio per i dubbi e gli interrogativi di cui abbiamo bisogno. Tanto peggio se messo in correlazione a quel punto interrogativo, nero su sfondo giallo, che è stato il simbolo, forte e giusto, di questa edizione del Festival di Avignone.
UN PROCES
Avec Julia Bernat, Danilo Grangheia, Wagner Moura
Dans le film Jonas Bloch, Marjorie Estiano, Salvador Moura
Participation en ligne Tatiana Henrique
Enfants dans le film Antônio Falcão, José Moura, Henry Soares Paes Leme
Acteurs invités lors de différentes représentations Viviane Pavillon, Matthieu Sampeur
Un projet de Christiane Jatahy et Wagner Moura
Conception et mise en scène Christiane Jatahy
Texte Christiane Jatahy, Wagner Moura, Lucas Paraizo
Scénographie, éclairage et collaboration artistique Thomas Walgrave
Vidéo Julio Parente
Costumes Marina Franco
Direction de la photographie et caméra Paulo Camacho
Conception sonore et mixage Pedro Vituri
Coordination de Production et diffusion Henrique Mariano
Administration Lison Bellanger, Charlotte Pesle Beal (EPOC productions)
Traduction française pour le surtitrage Claudia Petagna, Thomas Walgrave
Traduction anglaise pour le surtitrage Thomas Walgrave
Production Axis Productions
Coproduction Festival international d’Édimbourg (Écosse), Festival d’Avignon (France), Holland Festival (Amsterdam, Pays-Bas), Centro Cultural de Belém (Lisbonne, Portugal), DeSingel (Anvers, Belgique)
Avec le soutien du Centre pour l’art de la performance de l’UCLA (Los Angeles-USA) et de l’Instituto Guimarães Rosa – IGR – Ministerio das relações Exteriores (Brasilia-Brésil) et pour le 80e Festival d’Avignon : Camões – Centre culturel portugais à Paris
La Cie Vertice – Axis Produtions est soutenue par la Direction régionale des affaires culturelles d’Île-de-France et le Ministère de la Culture France
Une collaboration exceptionnelle entre le Holland Festival, le Festival international d’Édimbourg et le Festival d’Avignon, trois festivals européens fondés en 1947
durata: 2h 15′
Visto ad Avignone, Gymnase du Lycée Aubanel, il 16 luglio 2026
