Lo spettacolo ha debuttato a luglio nell’anfiteatro di Ostia Antica
Una narratrice in scena, un leggìo e un faro su di lei. E’ Manuela Kustermann ad evocare Antigone, la giovane fanciulla che sfidò Creonte, re di Tebe. Espone rapidamente la sua storia, anticipando con chiarezza i fatti. Una vicenda lontana e sempre più vicina. La tragedia di Sofocle ci arriva dal passato in una manciata di minuti, e ci si chiede cosa potrà accadere dopo sul palco.
Ma è in quel momento che Antigone esce dalla corporeità del personaggio per diventare idea: è la scelta di un ruolo femminile, proprio quello di Antigone, qui interpretato da Roberto Latini, che tramuta il realismo in concetto. Dietro l’essere umano c’è il pensiero, e non la singolarità della persona.
Fin dai primi minuti dalla sua apparizione fuori scena, mentre cammina nella platea del Teatro Vascello di Roma, Antigone svela la propria funzione filosofica e rivoluzionaria.
“Penso a questo testo come a un soliloquio a più voci. Una confessione intima e segreta, scomoda, incapace, parziale, che ci dice che la nostalgia del vivere è precedente a tutti noi, perché sappiamo da sempre che quel corpo insepolto siamo noi mentre siamo ancora vivi […]” spiega Latini, che firma anche la regia di questo nuovo allestimento.
La singolarità del personaggio lascia spazio all’amplificazione dell’idea, e così ogni ruolo si espande verso l’universalità della tragedia sofoclea, resa possibile dall’utilizzo della maschera.
Antigone porta con sé l’idea della negazione della legge, di un rifiuto al potere che si materializza attraverso le sue parole, oltrepassando i limiti della corporeità fino a divenire parte di ogni altro personaggio della tragedia, ma anche del pubblico stesso. Ogni spettatore diventa Antigone, ogni personaggio della tragedia si riflette in lei. Lo stesso Creonte è uno dei due volti della ragazza; e così sua sorella Ismene, che ne è una sfaccettatura, o lo stesso Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte, e perfino le guardie, umili e goffi servitori del re.
Antigone ci pone un quesito: come cambia il futuro attraverso le nostre azioni o inazioni?
Di questo tratta l’atto unico del drammaturgo francese Jean Anouilh, che ha riscritto l’Antigone nel 1941 (e a cui lo spettacolo si rifà), affidando ad una giovane fanciulla, non bella, non rivoluzionaria, il coraggio di una scelta. Era l’epoca in cui le scelte avevano un valore esistenziale e si pagavano con la vita.
E di scelte tratta lo spettacolo, di quanto influisca una decisione sulle sorti dell’umanità. Antigone vuole agire, Creonte nega invece l’azione, scegliendo di adempiere – fino alle estreme conseguenze – al suo ruolo sociale, che è la manifestazione stessa del potere, sacrificando il figlio Emone e sua moglie Euridice non per delirio di onnipotenza, ma per il mantenimento di uno status quo. Antigone invece si oppone, non solo per diritto rivendicato nei confronti del defunto fratello Polinice, ma perché rappresenta lei stessa il libero arbitrio, la possibilità di affermare una scelta, quella di non accettare un sistema determinato e che considera ingiusto.
Il monito di Sofocle rimane vibrante e forte nelle parole di Anouilh.
A materializzarlo in scena è innanzitutto la sapiente tecnica attoriale, l’utilizzo della maschera (ogni personaggio ne indossa una) e la capacità di evocare immagini ed emozioni attraverso la voce, amplificata da microfoni e perfettamente modulata, veicolo di parole chiare e vive, in contrasto con la rigidità dei gesti di attori che diventano marionette dai movimenti stereotipati. Eppure, in questa staticità, nella posa e nello spostamento nello spazio, il corpo trova importanza. Dietro alla maschera, ogni azione – nella sua rigidità – ci riguarda, attori e osservatori di una realtà storica di cui spesso non possiamo o non vogliamo modificare il corso.
La scena, di Gregorio Zurla, accompagna questa sensazione di tempo immobile: il foro di una polis contemporanea in cui i ruderi sono vecchi televisori spenti. Questi oggetti di scena, i pochi cambi luce e il buio diventano strumenti drammaturgici per coprire, scoprire e far emergere un racconto che lascia poco spazio al mutamento: è la fatale staticità di un destino scritto.
Latini è accompagnato in scena da Manuela Kustermann nei panni dell’anziana nutrice, quasi un personaggio da commedia dell’arte, e nel ruolo del coro, solenne ma vivo.
Ilaria Drago gioca con gli opposti nel doppio ruolo della guardia del re e di Emone. Quando è guardia del re, Drago costruisce con abilità sequenze d’azione che prendono forma attraverso una rigida e tragicomica danza, per poi sviluppare un’incredula e sofferente immobilità in Emone, rendendolo il personaggio forse più passionale, umano e tragico della vicenda. Il suo dolore, causato dalla decisione suicida di Antigone di dare illegalmente sepoltura al fratello Polinice, scelta che la condurrà alla condanna a morte, prende letteralmente corpo in Ilaria Drago.
Ismene (una rigorosa Silvia Battaglio), sorella di Antigone, nella tragedia di Sofocle fa un passo indietro, mentre nell’opera di Anouilh affronta la legge di Tebe per sostenere la sorella e dare sepoltura al fratello. Battaglio dona un’interpretazione incredibilmente meticolosa del testo, sia nella rappresentazione vocale che fisica, regalando al personaggio un’espressività corporea estremamente rigida e ripetitiva, una marionetta dotata tuttavia di una voce e di parole calde, a donarne una dimensione umana e sofferente. E la contrapposizione tra questi due aspetti fa del personaggio una rivelazione e uno spunto di riflessione.
Anouilh ci aveva mostrato, nella sua riscrittura, un Creonte con sfaccettature profonde, che il testo di Sofocle non affrontava. Anche nello spettacolo di Latini incontriamo un Creonte più magnanimo verso Antigone, uno zio che l’ha vista crescere e a suo modo la ama. E’ un re disposto a tutto per far cambiare idea alla fanciulla, e che soffre nel vederla determinata verso quella che sarà la morte. Interpretato magistralmente da Francesca Mazza, conosciamo un personaggio complesso, forse mai visto così prima.
Lo spettacolo, come sempre dovrebbe fare il teatro, svela le contraddizioni della nostra realtà sociale e politica. Mette a nudo, con le sue maschere, il seme profondo della “disputa della ragione”, come anticipa la presentazione. Perché da sempre “Antigone” rappresenta lo scontro fra legge (quella umana, dello Stato) e coscienza (la legge divina e familiare).
Ma qui Creonte e Antigone sono uno il riflesso dell’altra. La disputa non ha soluzioni, riesce tuttavia a smuovere il sentire morale di ognuno, senza raggiungere una risposta, in un susseguirsi di voci che risuonano nella solitudine delle rispettive posizioni.
Antigone
di Jean Anouilh
traduzione Andrea Rodighiero
personaggi e interpreti:
Silvia Battaglio – ISMENE e IL MESSAGGERO
Ilaria Drago – EMONE e GUARDIE
Manuela Kustermann – LA NUTRICE e CORO
Roberto Latini – ANTIGONE
Francesca Mazza – CREONTE
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
regia Roberto Latini
produzione La Fabbrica dell’Attore teatro Vascello – Teatro di Roma teatro Nazionale
durata: 1h 40′
applausi del pubblico: 4′
Visto a Roma, Teatro Vascello, il 29 novembre 2025
