Annie Baker, tra le voci più originali della nuova drammaturgia americana, firma uno spettacolo delicato e ironico
“Circle Mirror Transformation” appartiene a quella sparuta famiglia di spettacoli che non ti prendono per mano, ma anzi, ti lasciano andare: non ti accompagnano, non ti guidano, ma sospendono. Più che tracciare una traiettoria, lo spettacolo apre uno spazio in cui il tempo può depositarsi.
In una scuola di teatro di provincia, abitata da quattro allievi e una insegnante (che hanno già attraversato buona parte della loro vita) non accade nulla che si possa definire “evento”. O meglio: nulla che risponda alle attese di una drammaturgia tradizionale. Eppure, sotto questa apparente immobilità, qualcosa insiste. In scena, i protagonisti al corso si confrontano con una serie di esercizi teatrali tanto elementari quanto destabilizzanti: giochi di fiducia, improvvisazioni, momenti di ascolto e di esposizione reciproca che progressivamente incrinano le difese individuali.
Si ride, a tratti, di un riso leggero e quasi imbarazzato, ma sotto quella superficie affiora una fragilità che non trova mai uno sfogo dichiarato. Le relazioni si costruiscono e si disfano senza mai esplodere davvero: piccoli slittamenti emotivi, attrazioni appena accennate, tensioni che non diventano conflitto ma restano sospese, irrisolte.
È proprio in questa dinamica trattenuta che lo spettacolo costruisce il suo ritmo: una successione di micro eventi che, accumulandosi, generano una trasformazione quasi impercettibile ma reale.
La scena riflette con coerenza questa poetica della sottrazione. Lo spazio è essenziale, quasi spoglio, definito da pochi elementi funzionali agli esercizi: sedie, specchi, oggetti minimi, una neutralità che evita qualsiasi caratterizzazione naturalistica troppo marcata. È un ambiente che non impone un’immagine, ma si offre come contenitore disponibile, pronto a essere riempito o svuotato dalle presenze degli attori (tutti eccellenti). Proprio questa apparente povertà visiva permette ai corpi e alle relazioni di diventare il vero paesaggio dello spettacolo. La scenografia non rappresenta un luogo, ma una condizione: uno spazio sospeso, intermedio, in cui tutto può accadere senza mai dichiararsi fino in fondo. Come nei racconti di Raymond Carver, richiamato in filigrana dall’impianto registico, ciò che si offre allo sguardo è solo la crosta di un movimento più profondo, invisibile, già avvenuto o imminente. Il senso non coincide con l’azione, ma con ciò che la precede o la sfiora senza mai compiersi del tutto.
La regia di Valerio Binasco accoglie fino in fondo la natura del testo di Annie Baker, scegliendo di non forzarlo verso alcuna esplosione narrativa. Al contrario, lo lascia respirare nei suoi interstizi: nelle pause, nelle esitazioni, nei vuoti. Non è l’evento a interessare, ma la sua pressione sotterranea. Non ciò che si afferma, ma ciò che tradisce la propria presenza senza dichiararsi. È allora nella recitazione che lo spettacolo trova il suo centro vitale. La regia arretra fino a diventare quasi impercettibile, affidando tutto a un lavoro attoriale fatto di segnali minimi, di movimenti appena accennati, di parole che non spiegano ma lasciano intravedere. I personaggi non si raccontano: emergono. E in questa emersione parziale, mai compiuta, si intravede quella porzione sommersa che il testo sceglie ostinatamente di non portare in superficie.
I cinque protagonisti (Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta e lo stesso Binasco), impegnati in esercizi che oscillano fra pratica teatrale e deriva emotiva, sembrano muoversi attorno a un’assenza. Cercano qualcosa che non riescono a nominare: forse un contatto, forse una forma di riconoscimento, forse solo un modo per stare dentro a ciò che manca. Ma quello che li attraversa è davvero un vuoto? O piuttosto una materia indistinta, ancora senza forma?
Lo spettacolo non scioglie le domande, ed è proprio in questa rinuncia che trova la sua forza. Rimane, invece, una tensione condivisa: il bisogno di dire di sé, anche quando si ha la sensazione di non contare nulla. Ed è qui che il lavoro compie il suo gesto più netto: sottrarre le esistenze ordinarie all’irrilevanza, restituendo loro una densità che lo sguardo comune tende a negare.
A occupare la scena, in modo silenzioso ma costante, è il tempo. Un tempo che non esplode in svolte, ma lavora per accumulo, per erosione lenta. Accanto ad esso, come un’ombra inevitabile, la solitudine: non incidente, ma condizione originaria, da cui ogni relazione prende avvio e verso cui sembra inevitabilmente rifluire. In questa luce, l’idea di uno spettacolo “testamentario”, come scrive Binasco nelle sue note, non assume i toni del congedo, ma quelli di una resa lucida. Non c’è tragedia, ma un progressivo allentarsi della presa sulle cose. Uno sguardo che smette di opporsi alla vita di prima e comincia a seguirla mentre si allontana.
Il risultato è un’esperienza che chiede allo spettatore di cambiare postura: non aspettare che qualcosa accada, ma accettare di stare dentro a ciò che accade senza manifestarsi. Il senso non arriva, affiora. Non si impone, si lascia intuire. Come quando si guarda fuori da un finestrino: il paesaggio scorre senza offrirsi mai del tutto, e tuttavia, in modo misterioso, ci riguarda. È in questa zona di aderenza impercettibile tra scena e vita che il lavoro di Binasco trova la sua qualità più rara: trasformare l’apparente insignificanza in un campo densissimo, dove, quasi senza accorgersene, lo spettatore finisce per incontrare qualcosa di sé.
Dal 28 aprile al 3 maggio 2026 al Piccolo di Milano.
Circle Mirror Transformation
di Annie Baker
regia Valerio Binasco
Con Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta e Valerio Binasco
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Circle Mirror Transformation è presentato in convenzione speciale con United Talent Agency e attraverso l’Agenzia Danesi Tolnay.
Traduzione di Monica Capuani e Cristina Spina
Durata: 1h 50′
Applausi del pubblico: 4′
Visto a Torino, Teatro Carignano, il 10 aprile 2026
