Stefania Remino e Alessia Santalucia danno vita ad uno spaccato reale e poetico sullo sfondo dell’alluvione a Sarno e Quindici del 1998
Correva il 1998, erano i primi di maggio e una pioggia insolitamente costante venne giù per giorni andando a sfaldare le pendici d’una montagna, finendo per inondare d’un fiume di fango e detriti paesi e località circostanti.
Un comprensorio, di cui facevano parte i comuni di Sarno, Bracigliano, Siano, Quindici e San Felice a Cancello, densamente popolato e su cui la mano dell’uomo era intervenuta nel corso degli anni più di quanto la natura potesse sopportare: lo sbancamento selvaggio, la violenza scriteriata perpetrata ai danni dell’ambiente, finirono in poche ore per presentare un conto salatissimo, in termini di perdite di vite umane e danni materiali.
Sul sostrato storico di questa tragedia, evitabile come ogni catastrofe cui è sotteso un pervicace dolo, va a innervarsi la libera rielaborazione che Elvira Buonocore compie per trasferire più che dei meri fatti, un sentimento che ha permeato – e per molti versi permea ancora – certe sacche di relativa umanità che in quella plaga ancora vivono, e il cui limaccioso patrimonio etico (non sempre, ma talvolta) sembra fare pendant con quella colata brunita di mota tracimante che tutto travolge e oblia.
“Ginestre” è il titolo di questo spettacolo e “Le ginestre” è il nome del negozio di detersivi in cui si susseguono i giorni sempre uguali di Consiglia e Felicia, le due sorelle che ne sono protagoniste. È aspro il terreno su cui affonda le radici la ginestra leopardiana, di quella terra ospite fortuito e tenace, lo è altrettanto il territorio sul quale trascorrono le vite di queste due donne, confinate e quasi recluse in un margine ai bordi dell’esistenza, opponendo una sorta di resistenza passiva, quasi inerziale, a ciò che intorno – e in fondo anche dentro di loro – sembra inesorabilmente decadere. Resistono adottando più o meno consapevolmente stratagemmi che glielo consentono, proprio come la ginestra, che resiste, quasi s’oppone, all’isterilimento del suolo brullo su cui insiste, fatto di “ceneri infeconde” e “dell’impietrata lava”.
L’intero microcosmo delle due sorelle è costituito, sulla scena, dall’interno di un negozio di detersivi e dal suo retrobottega: uno scaffale sul fondo ricolmo di taniche e flaconi, al centro dei quali è incastonato un televisore. Tre bacinelle azzurre sono appena fuori dallo spazio scenico, in proscenio, accanto a uno stuoino che allude all’uscio del negozio. Una sdraio e una sorta di seggiolone di ferro completano l’arredo scenico. Felicia, la minore delle due (se non per età, sicuramente per condizione di dipendenza dall’altra), pare aver somatizzato una inabilità e cerca rifugio in un passato ideale fatto di ricordi cristallizzati nelle videocassette VHS degli eventi di famiglia, mentre dallo zapping televisivo in cui compulsa la propria noia, ci arrivano flash di quell’ultimo scorcio di Novecento.
Stefania Remino (Consiglia) e Alessia Santalucia (Felicia), sono molto brave a infondere verità nei loro personaggi, rendendo autentiche e credibili questi due brandelli di umanità confinati in un interno che somiglia tanto a un margine, a un luogo di precarietà esistenziale, nel quale l’interazione è fatta di conflitto e affetto ad un tempo, mentre il rumore di pioggia che proviene dall’esterno è promessa di una catastrofe di cui sono ignare, ma che dentro già macera, soprattutto nel percepirsi ai bordi di una realtà che si disprezza, come esplicita Consiglia allorquando si affaccia sulla soglia del negozio a fumare e inveisce contro l’umanità circostante, fatta di ragazzine figlie di papà e gentucola gretta.
In questo panorama di desolazione, ogni abitudine sembra sempre doversi ricalibrare verso il basso, suggerendo la necessità di sapersi accontentare, e “Amore” è solo il nome di un detersivo, che per giunta è pure terminato, un detersivo “che nutre e disinfetta”, ma che qui, nel negozio delle due sorelle, brilla per la sua assenza.
“Ginestre” è uno spaccato reale e poetico, più evocativo che cronachistico, di una tragedia che si consuma su due piani: quello esteriore che funge da coordinata spazio-temporale (l’alluvione del 1998) e quello più propriamente esistenziale, raccontando il guano morale di un contesto sociale. Tutto ciò avviene con una delicatezza soave, con una levità di tocco che sta tutta già in nuce nella scrittura drammaturgica e che trova piena risonanza nella misura registica di Gennaro Maresca e nelle luci di Francesco De Santis, che immette quei toni tenui e quasi dimezzati (come la pallida luce al neon che illumina a metà l’insegna del negozio) che paiono riverbero dell’interiorità delle due protagoniste.
La scrittura di Elvira Buonocore, che già avevamo potuto apprezzare nel suo precedente lavoro (“La vacca”), prosegue lungo un solco già tracciato e denota consapevolezza e ricchezza inventiva. La sua è una lingua che sapientemente mescola l’alto e il basso, bilanciando l’italiano col dialetto, i riferimenti colti con quelli popolari e giocando anche con certa qual propensione al neoconio dialettale: ad esempio, se ne “La vacca” ricorreva il “gialliato”, per definire quello sbiadito panorama circostante fatto di cromia che trascolorava in uno stato d’animo diffuso e diffusamente mediocre e marginalizzato, qui c’è il “rattiare” come termine che definisce lo strisciare rapido e radente sotto i muri alla stregua dei ratti, e anche in questo caso la coloritura, oltreché meramente lessicale, finisce per alludere a qualcosa di intangibilmente reale, a un’indole endemica e diffusa in un contesto circostante.
Partendo da una tragedia, lontana nel tempo ma sempre incombente a livello coscienziale, “Ginestre” scava nelle pieghe di un inconscio collettivo, estraniandolo dal tempo stesso e rimarcandone la sua replicante continuità. Ci parla di un mondo in cui le montagne che franano altro non sono che lo specchio di coscienze che parimenti degradano, lasciando all’ombra della catastrofe estemporanea e violenta una tragedia più sottile e dilatata nel tempo, fatta di melma e detriti che non si vedono, non si toccano, non tracimano, ma più subdolamente consumano e macerano dal di dentro.
Ginestre
di Elvira Buonocore
regia Gennaro Maresca
con Stefania Remino e Alessia Santalucia
disegno luci Francesco O. De Santis
scenografia Sara Palmieri
costumi Siria Bossone
musiche Vincenzo Romano
assistente alle scene Alessandra Avitabile
realizzazione scene Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo
produzione B.E.A.T. Teatro
durata 50’
applausi del pubblico 4’ 20’’
Visto a Napoli, Teatro Elicantropo, il 28 novembre 2025
