Site icon Krapp’s Last Post

“La grande magia”. Michele Di Mauro e Natalino Balasso per un Eduardo amaro e ironico

Di Mauro e Balasso

Di Mauro e Balasso

Gabriele Russo firma la regia dello spettacolo, a 40 anni dalla scomparsa di De Filippo. In arrivo questa settimana a Modena e a dicembre a Torino

Un Eduardo che spiazza, lontano dalla sua scrittura più nota e con la quale, nel corso degli anni, si è familiarizzato anche troppo, fin quasi a tradirlo, convinti di conoscerlo tutti e a fondo.

“La grande magia”, in scena al Teatro Bellini di Napoli e poi al Piccolo di Milano, per la regia di Gabriele Russo, è un testo che per lo stesso Eduardo ha rappresentato un esperimento, il desiderio di esplorare un’altra strada, di dare forma e voce al suo nuovo sentire, lontano da quello che aveva ispirato i capolavori a cui doveva il suo grande successo.

È il 1948 quando va in scena la prima volta e già allora suscita reazioni controverse e perplessità, nel pubblico e nella critica. Pirandelliano, lo si definisce, già allora, forse per quell’argomentare insistente lungo tre atti e per il tema centrale che allude all’ambiguo rapporto tra realtà e finzione fino a trascendere in lucida follia. Tuttavia, se in Pirandello la verità è soggettiva e perciò vana e illusoria, ma spasmodicamente ricercata, qui fermo è il rifiuto di vederla da parte del protagonista, all’inizio così come a fine commedia.

Calogero Di Spelta (a cui Natalino Balasso attribuisce il carattere di un uomo dapprincipio dimesso, diffidente e scontroso, poi disperato e confuso, infine preda di un abbandono quasi euforico alle sue illusioni) è un marito privo di attenzioni per la moglie, possessivo, incapace di riporre fiducia nella donna che ha sposato, così come di riconoscerne il tradimento, anche quando è lei stessa a confessarglielo. Calogero non le crede, così come non crede agli altri ospiti del Metropole, l’albergo in cui soggiorna con la moglie nel periodo estivo, chi più chi meno complici dell’imbroglio di cui è vittima; non crede al cognato opportunista, alla madre lamentosa, alla sorella inetta, non crede a nessuno tranne che a Otto Marvuglia (mirabilmente interpretato dall’istrionico Michele Di Mauro), un mago impostore, ridotto quasi al lastrico, che con abili giri di parole lo induce a convincersi che sua moglie, Marta Di Spelta (Alice Spisa), non sia scappata con l’amante, Mariano D’Albino (Gennaro De Biase), ma sia rinchiusa in una scatola dalle dimensioni di una confezione di cioccolatini.

Questa, a grandi linee, la trama, surreale, come pure l’atmosfera che accoglie il pubblico, al suo ingresso in sala. Suoni stranianti che sembrano arrivare da lontano, in mezzo ai quali si confonde la voce dello stesso Eduardo, frasi registrate e riprodotte in loop: “Che cosa vuole Eduardo? Che cosa ha fatto Eduardo?…”.
Sul palco, pochi gli elementi scenici, qualche pianta e foglie sparse qua e là e, sul fondo, separata da un tulle trasparente, una balconata a cui si accede da due scalette laterali. Uno stesso luogo, con poche varianti, per i tre diversi ambienti in cui si svolge la scena: il giardino dell’albergo, l’appartamento di Otto Marvuglia e quello di Calogero Di Spelta. Una scena sostanzialmente spoglia, che lascia ampio spazio di movimento agli attori e alle attrici, se non fosse per il carrozzone zeppo di attrezzi che si porta appresso Otto Marvuglia e che, una volta aperto, nel secondo atto si trasforma nel tavolo di un alchimista.

Suoni elettronici e asciutti accompagnano il primo atto. Un’orchestrazione d’archi, a metà dello spettacolo, suggerisce il sopraggiunto prevalere dell’illusione sulla realtà. Infine, il silenzio e la scena che a poco a poco si svuota.

C’è qualcosa di sinistro in questo testo, di inquieto e amaro, eppure si ride, come si ride dei becchini di Shakespeare. In questo, sì, ritroviamo l’Eduardo che tutti conoscono, nella sua attitudine ad affrontare il dramma con ironia e con il sorriso, senza per questo sottrargli gravità. E alla fine si ha l’impressione che, a differenza di quanto forse accade in Pirandello, l’illusione non arrivi a soppiantare del tutto la realtà, a meno che anche il pubblico non si presti al gioco fingendosi il mare evocato da Otto Marvuglia.

Molti sono i rimandi metateatrali in questo testo, alla finzione e alla magia del teatro, tanto che lo si potrebbe accostare anche a un altro classico di Shakespeare, “La Tempesta”, scritto – guarda caso – dal Bardo in età matura e ritenuto quasi un suo testamento.
Un testo altrettanto complesso, che potrebbe anch’esso assurgere alla dimensione di classico, “La grande magia”, è interpretato da una compagnia di attori e attrici convincenti e di talento. Particolarmente efficace Sabrina Scuccimarra nei panni di Zaira, la moglie di Otto Marvuglia, donna in bilico tra la nostalgia dei tempi in cui era giovane e apprezzata sulla scena e la disperazione per la situazione attuale che la lega a un artista ormai fallito, ma di cui resta l’affezionata complice.

Dal 14 al 17 novembre al Teatro Storchi di Modena e dal 15 dicembre al Carignano di Torino.

LA GRANDE MAGIA
di Eduardo De Filippo
regia Gabriele Russo
con
Natalino Balasso nel ruolo di Calogero Di Spelta
Michele Di Mauro nel ruolo di Otto Marvuglia
e con
Veronica D’Elia – Amelia Recchia
Gennaro Di Biase – Mariano D’Albino e Brigadiere di P.S.
Christian di Domenico – Arturo Recchia e Gregorio Di Spelta
Maria Laila Fernandez – Signora Marino e Rosa Di Spelta
Alessio Piazza – Gervasio e Oreste Intrugli (genero Di Spelta)
Sabrina Scuccimarra – Zaira (moglie di Marvuglia)
Manuel Severino – Cameriere dell’albergo Metropole e Gennaro Fucecchia
Alice Spisa – Marta Di Spelta e Roberto Magliano
Anna Rita Vitolo – Signora Zampa e Matilde (madre Di Spelta)
scene Roberto Crea
luci Pasquale Mari
costumi Giuseppe Avallone
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
foto Flavia Tartaglia
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

Durata: 1h 50’
Applausi del pubblico: 3’

Visto a Napoli, Teatro Bellini, il 29 ottobre 2024

Exit mobile version