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Leonardo Lidi, dalle Baccanti a un teatro dei desideri. Videointervista

Baccanti (ph: Gianfranco Negri)

Baccanti (ph: Gianfranco Negri)

In occasione dell’edizione 2025 di Bottega XNL – Fare Teatro “Il mio ritorno a casa, a Piacenza, città a cui sono molto grato”

Che il teatro sia un luogo dove il desiderio si fa rito non è una novità. Ma quando a evocarlo è “Baccanti” di Euripide, rivisitato da Leonardo Lidi insieme a quindici giovani attori e attrici (scelti fra 400 candidature) nel cuore della Veleia romana, quel rito si fa esperienza.

Tre serate di giugno (27, 28, 29) hanno ospitato la prima nazionale di uno spettacolo che è insieme esercizio di fedeltà e slancio iconoclasta, atto formativo e prova artistica, rito collettivo e viaggio individuale. Tutto questo è accaduto sotto il segno di Bottega XNL – Fare Teatro, progetto ideato e diretto da Paola Pedrazzini (quest’anno premio Radincoli per il Teatro) per la Fondazione di Piacenza e Vigevano, che quest’anno ha visto Lidi nel ruolo di “maestro di bottega” dopo Baliani e Russo Alesi, “maestri” delle edizioni 22, 23 e 24.

Lidi affronta il testo con la sua cifra precisa e perturbante: non lo modernizza, non lo forza ma lo lascia risuonare in una dimensione al tempo stesso arcaica e nervosamente contemporanea.
L’ibrido Dioniso si manifesta già nelle prime battute: corpo femminile, abito rosso acceso e una dichiarazione fulminante – “sono un Dio” – pronunciata senza effetti, senza filtri, con la dolce brutalità della verità. Da lì in poi si entra in un mondo in cui la distinzione tra umano e divino, tra uomo e donna, tra lucidità e allucinazione, si fa porosa, scivolosa, fertile.

Lo spazio scenico, dopo la scelta di Russo Alesi di spostarsi nell’antica cisterna per “Ifigenia in Aulide“, torna ad essere quello di sempre, essenziale e carico di memoria. Diventa Tebe e teatro, tempio e rovina, contenitore di visioni. Le luci servono unicamente per illuminare lo spazio e mostrare gli interpreti, sempre in scena.

Le baccanti sono corpi giovani e coordinati, in abiti bianco blu e scarpe da ginnastica più da majorette che da sacerdotesse invasate, ma proprio per questo più inquietanti: la loro danza è trattenuta, chirurgica, quasi asettica, pop e perciò stranamente seducente. I costumi di Aurora Damanti (vincitrice del Premio Ubu 2024), insieme ai movimenti di Riccardo Micheletti, definiscono una ritualità precisa e ipnotica, che accompagna lo spettatore in un progressivo disvelamento.
Niente è rassicurante, ma tutto è necessario: lo scarto tra razionalità e istinto, tra maschile e femminile, tra potere e sovversione, si fa carne drammatica viva. Dioniso, qui, non è solo una divinità ambigua, ma una presenza interna ai personaggi, un principio di sconvolgimento che non lascia intatti.

Tutto nello spettacolo si muove secondo una logica di rivelazione progressiva. Le note di chitarra dal vivo, il canto che si fa ora confessione ora coro, i microfoni che isolano voci e scollano i piani della narrazione: ogni elemento contribuisce a costruire un ambiente che è al tempo stesso mitologico e mentale, sospeso e urgente. L’adattamento drammaturgico di Francesco Halupca, misurato ma spigoloso, lascia spazio alla parola, al silenzio, al desiderio che affiora nei dettagli.

Il cuore della performance batte però nel confronto tra Dioniso e Penteo. Quando il secondo accetta di travestirsi per spiare le donne, lo fa con riluttanza complice, lasciandosi vestire con una dolcezza che è già resa, diventa insieme vittima e spettro, figlio e trofeo. La tragedia si compie senza enfasi: con nitore, con uno struggimento asciutto che tocca e interroga. In questo processo di “ri-generazione” colpisce la serietà dell’approccio: Lidi non “attualizza” il testo, non lo banalizza con scorciatoie estetiche, ma lo attraversa con una lettura consapevole e spiazzante, che ha il coraggio di fare del teatro una zona di rischio e di domanda. Cosa vogliamo dal palcoscenico oggi? Quale desiderio siamo disposti ad abitare, a esporre?

La scena finale svuota lo spazio, lascia che il vuoto risuoni. Un abbraccio alle spalle, forse il più commovente dell’intera pièce, suggella la caduta di Penteo e rivela il bisogno inespresso che lo abita: essere visto, essere amato, essere altro da sé. Ma è troppo tardi. Agave, madre inconsapevole e carnefice, riconosce il figlio solo dopo la morte, nella confusione tra preda e progenie.

Qualche giorno prima dello spettacolo abbiamo incontrato Lidi per una videointervista che ci ha concesso dopo aver assistito alle prove. Nella chiacchierata abbiamo cercato di allargare la lente affrontando, tra gli altri argomenti, cosa significhi oggi essere un giovane regista, un docente e un direttore artistico.

BACCANTI
da Euripide
adattamento drammaturgico Francesco Halupca
regia Leonardo Lidi
costumi Aurora Damanti
movimenti Riccardo Micheletti
con (in ordine alfabetico) Alessandro Ambrosi, Ilaria Campani, Maria Teresa Castello, Fabrizio Costella, Simona De Leo, Riccardo Livermore, Anna Manella, Martina Montini, Carolina Rapillo, Caterina Sanvi, Pietro Savoi, Caterina Tieghi, Nicolò Tomassini,
Segun Aina Tomiwa Samson e Dalila Toscanelli
Spettacolo realizzato nell’ambito del progetto BOTTEGA XNL-Fare Teatro
ideato e diretto da Paola Pedrazzini
per Fondazione di Piacenza e Vigevano
produzione Fondazione di Piacenza e Vigevano e Festival di Teatro Antico di Veleia

durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 4′ 24”

Visto a Veleja, Festival di Teatro Antico, il 27 giugno 2025
Prima nazionale

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