“Suonala ancora Sam!” arriva alla Galleria Toledo di Napoli. Maria Luisa Abate e Paolo Oricco protagonisti di due monologhi del drammaturgo irlandese
No, non siamo nel locale di Rick. Casablanca è lontana e il tempo che passa non scandisce la malinconia e il rimpianto di relazioni contrastanti che si consumano all’ombra d’una guerra. Ma, “col passare del tempo” (“As Time Goes By”, of course!), a suonare e risuonare è un altro Sam; non è un pianoforte, bensì uno strumento fatto di parole, prima scritte e poi recitate, ma poco vale, visto che nella lingua originale, che a suonarle sia un pianista afroamericano, o che vengano inscenate dallo script d’un drammaturgo irlandese, si coniugano col medesimo verbo: to play.
E qui il gioco, la recita, il suono, tutto ha la forma delle parole di Samuel Beckett, nella partitura vocale pensata da Marco Isidori e a cui fanno da cassa armonica due corpi attoriali, quello di Paolo Oricco e quello di Maria Luisa Abate, un attore e un’attrice che – per dirla con le parole di Lorenzo Arruga – entrano dentro un cerchio di luce e sono al centro del mondo.
Sul palco napoletano di Galleria Toledo non ci sono che loro due, ai due margini opposti, la luce nel mezzo, il buio intorno, l’uno di fronte, l’altra di spalle. Si daranno il cambio, dividendosi equamente porzioni e posizioni. Coi loro corpi e le loro voci. Non un oggetto di scena, gli abiti totalmente neri a render neutre le figure al pari del contorno. Dichiarazione programmatica, implicita ma nemmeno tanto: corpo e voce, parola e gesto, altro non c’è, altro non si vuole. C’è invece, prominente e preminente, quel vuoto metafisico beckettiano fatto d’astratta rarefazione, di parole che caracollano ma non raccontano, di significanti che non compendiano necessariamente significato.
E ad essere scardinato, ancora una volta – com’è cifra distintiva di Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa e di quella loro orgogliosa marginalità – anche in questo “Suonala ancora, Sam!”, è il canone drammaturgico, l’idea di spettacolo concepito come sviluppo di un plot narrativo convenzionale. Qui è Beckett a “suonare ancora”, sono due suoi testi (due monologhi),”Quella volta” e “Non io”, ad essere non inscenati ma letteralmente fatti risuonare in due corpi d’attore riattati in forma di strumento.
“Quella volta” risuona nel corpo attoriale di Paolo Oricco: il viso che assume i contorni vaghi d’un ghigno, gli occhi che si sgranano, le labbra che si contraggono e si decontraggono; i solchi naso-labiali corrugano il volto esplorandone la gamma espressiva, il corpo che è apparato di tendini e muscoli in tensione, di braccia che mulinano e pugni che si stringono, il collo si gonfia, la loquela si diffonde in un profluvio di parole, la voce si dispiega in un fluire tumultuoso, un’apnea di senso che strozza il respiro anche a chi è in platea e si sforza di andare al passo con quell’inesausto flusso coscienziale.
Tre momenti per tre diverse fasi della vita (giovinezza, maturità e vecchiaia) ai quali corrispondono altrettanti registri vocali che si frammischiano e s’inframmezzano, andando a comporre caracollante bolo memoriale di parole da cui ogni virgola è espunta e ogni punto cancellato.
“Non io” ha invece la bocca – ma anche le braccia, le mani e tutto l’armamentario espressivo – di Maria Luisa Abate, corpo risonante d’una voce che sa farsi strumento. Ed è il marcato agire delle sue labbra il focus centrale dell’atto performativo, sineddoche espressiva accompagnata dalle braccia, tenute piegate davanti al volto come ad inseguirne la favella e ad amplificarne il suono; i gomiti a lungo piegati ad angolo retto, prima che le braccia s’abbassino lungo i fianchi, la gestualità in accompagno, una voce che disinvolta trascolora dalle parole ai suoni, dai sussurri ai sovratoni e finanche alle grida.
Anche in lei deborda la vocalità di un racconto intimo e potente, e ne sgorga l’eco stentorea d’un’anima in fiamme, le cui parole si rincorrono impregnandone ogni respiro, impetuose e ininterrotte. Anche per lei la gamma espressiva spazia, mostrando in tutta la sua peculiarità quel magistero attoriale che accomuna i due attori sulla scena, corde di un liuto che vibrano indipendenti l’una dall’altra ma suonano la stessa musica in due partiture interrelate.
“Suonala ancora, Sam!” è, tra le altre cose, un modo per ragionare sull’attorialità: si prende un testo (anzi, due) e se ne fa pretesto per raccontare d’un modo di lavorare, di stare in assito e d’essere attori, un modo per descrivere con l’evidenza della scena la propria idea di teatro; è linguaggio che destruttura sé stesso, si parcellizza, travalica la propria stessa essenza. E’ una faglia di senso, quella che i Marcido ci porgono; e dentro quella faglia c’invitano a guardare, a dedicare il nostro ascolto. Di più: ad aprire i nostri pori per farci attraversare dal potere “sensuale” della parola detta, interpretata, fatta vibrare e infine risuonare in corpi messi al servizio. Lasciandoci in cospetto di due magistrali prove d’attore, che restano lì a riecheggiare per rimanere impresse, prima che il flautare comune e accorato di “Voce ‘e notte” di Roberto Murolo le riconsegni al buio. E a quell’oblio destinato ad avvolgerle oltre la scena.
Suonala ancora Sam! Marcido in Beckett’s Love
di Marco Isidori
regia Marco Isidori
con Paolo Oricco, Maria Luisa Abate
durata: 55’
applausi del pubblico: 4’ 10’’
Visto a Napoli, Galleria Toledo, il 7 novembre 2025
