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Campsirago, altopiano sacro per il rito del teatro

Gotico Mediterraneo

Gotico Mediterraneo

Fra gli ospiti di quest’edizione, che si chiude domani, Teatro del Lemming, Sista Bramini, Sergio Beercock, Ksenia Martinovic, Giulio Santolini e molti altri

A cinquanta minuti d’auto da Milano, KLP torna anche quest’anno a Campsirago, ormai tappa estiva per antonomasia. Ci si arriva percorrendo una salita tortuosa, quasi a corsia unica, lasciandosi alle spalle tangenziali e selve d’auto inferocite; si raggiunge così una cima silenziosa, immersa in un bosco storico: un borgo isolato che conserva un’energia statica e religiosa. Oggi, forse più che mai, i festival sono un avamposto culturale di fondamentale importanza per non tralasciare il senso di comunità che il fare teatro porta con sé.

Sempre sotto attacco, minacciati nella loro sopravvivenza, i festival rappresentano momenti unici di collettività, in cui artisti e spettatori riscoprono il piacere di un rito condiviso. In apertura delle serate è lo stesso Michele Losi, direttore del festival, a ribadirne l’importanza, lanciando un invito all’attivismo e alla resistenza politica, citando i tagli e le clamorose esclusioni operate dal Ministero della Cultura – e non solo. Prima del concerto-happening di Sergio Beercock, Losi si prende il tempo anche per parlare di Gaza e dell’occupazione israeliana, che perdura da oltre quarant’anni.

Passando poi agli eventi, possiamo dire che quest’anno si concentrano maggiormente a Campsirago: una scelta legata proprio al desiderio di costruire e coltivare il senso di comunità. Tuttavia, i primi appuntamenti, come da tradizione del ventennale, restano itineranti. Si apre quindi con “Mare di Giada”, in prima nazionale: il nuovo spettacolo di Sista Bramini, ispirato alla novella di Marguerite Yourcenar “Come Wang-Fô fu salvato” è un lavoro che intreccia narrazione e sonorità orientali, curate da Sara Galassini, nella meravigliosa cornice di Villa Sartori di Olginate.

Arriva poi, il giorno dopo, in Lombardia “Attorno a Troia_Troiane” del Teatro del Lemming, in località San Donnino. In un piccolo boschetto, sei spettatori alla volta vengono guidati in un percorso multisensoriale che affronta la mostruosità della guerra attraverso lo sguardo femminile delle donne di Troia. Come sempre, il Lemming coinvolge il pubblico in un rito dal sapore sacro, in una relazione diretta che emoziona, spiazza e si rivela necessaria. Una performance intensa, vibrante, che dimostra come l’atto rituale sia non solo contemporaneo, ma oggi più che mai essenziale all’arte e alle relazioni.

Il Teatro del Lemming a Campsirago

Il rito è, in effetti, il fil rouge della direzione artistica di quest’edizione, tanto che anche nelle successive performance del venerdì diventa centrale. Sergio Beercock, con “Gotico Mediterraneo”, si mette a nudo in una performance-concerto che drammatizza la composizione stessa: un collage di suoni, voce (splendida), autobiografia e musica elettronica. Beercock attinge a racconti viscerali e personali, che – data la sua doppia origine britannica e siciliana – toccano antichi ambiti rituali, con un atteggiamento diretto, empatico e leggero, capace di attraversare momenti di intensa drammaticità pur rendendoli accessibili.
In questa versione ridotta per il festival, “Gotico Mediterraneo” si conclude con un omaggio ai “lamentatori”, un gruppo ormai estinto di cantori dell’entroterra siciliano. Il momento richiede la partecipazione del pubblico, che si trasforma in coro greco: una catarsi collettiva. Emozionante.

La serata del venerdì si chiude con “Boiler Room”, della regista, drammaturga e performer Ksenia Martinovic. “Boiler Room” è un viaggio nella generazione millennial, un salto oltre i confini del teatro drammatico, in una forma spuria e contemporanea che parte dal ritmo della techno: anche qui un momento rituale, quello della danza-trance dei rave. La performance si rivela messaggio politico, indagando il rapporto tra cultura techno – da non confondere con la cultura del divertimento capitalista, ossessionata dal riempire vuoti e silenzi – e guerra, attraversando in particolare il conflitto jugoslavo e quello israelo-palestinese, con un passaggio dedicato alla dj palestinese Sama Abdulhadi.
In una bulimica aggressione di suoni, immagini e luci, lo spettatore viene attraversato da più fonti informative: biografie dei performer, testi sociologici, un intenso monologo della stessa Martinovic – senza mai smettere di ballare, trascinato dai bpm, in un nuovo “coro greco”. Ma stavolta la performance parla direttamente del nostro presente: della futilità di tanta quotidianità e dell’assuefazione alle notizie di guerra. Ballando, tornano in mente le parole di “Attorno a Troia_Troiane”, tratte dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e ci si accorge amaramente di quanto quei diritti siano tutt’altro che garantiti.

Alla fine della performance, nelle parole di Michele Losi che intercettiamo poco prima di andar via, torna il senso del rito come fulcro di una possibile rinascita collettiva. E quindi del teatro come esperienza viva e necessaria. Non resta che rientrare nella corte, appena illuminata dalla luna di Shiva, mentre alcuni spettatori si allontanano e altri restano a conversare, ridere, discutere – tra una Gaza-Cola, un bicchiere di vino e un cane finalmente libero di uscire dalle sue stanze.

Campsirago, gli studenti e le studentesse della “Summer School Performing Arts e Cultura Sostenibile: riprogettare i territori” – quest’anno parte attiva del festival – si preparano a macerare quanto vissuto, in attesa dei giorni a venire.

Sabato è la volta di Marcela Serli e Andrea Collavino, anche qui con un rito collettivo – ça va sans dire – in “La vita resistente”: una tragi-commedia, o forse la vita stessa. Una performance che nasce dalla verità e si fonde con la finzione, in uno schizofrenico attraversamento del reale, nella sua accezione più positiva. Una cerimonia che esalta il senso della vita. Un rito intimo, per due e più persone, una condivisione emotiva e profonda, che a tratti commuove, esalta, in una ricerca dell’umano essenziale. Un rito duttile, spurio, che si infrange nell’umanità che lo circonda. Marcela Serli e Andrea Collavino sono due cerimonieri veri, generosi, capaci di mostrarsi nella loro verità più intima. 

E mentre un imprevisto ci costringe a lasciare la residenza con dispiacere e promessa di ritorno, prende il via “Concerto fetido su quattro zampe”, di e con Alice e Davide Sinigaglia: una performance sull’ancestralità umana, sull’animalità e le sue implicazioni evolutive.

Si torna poi, a distanza di qualche giorno, a Campsirago e c’è un dado da tirare. Una casella da raggiungere. Un quiz da superare. Una canzone, forse, da ascoltare.
Si ride, si impara, si spera di vincere – o almeno di emettere meno CO₂ degli altri.
Nel mezzo, lo spettro del riscaldamento globale. Intorno, una scena da cabaret. E sul volto degli spettatori quella strana tensione tra il divertimento e il sospetto di non sapere bene dove si è finiti.
“Cabaret Artico”, scritto da Alberto Pagliarino e Viola Zangirolami, per la regia di Alessandra Rossi Ghiglione, è uno spettacolo interattivo che si ispira al gioco dell’oca e attraversa 24 caselle – ognuna con prove, quiz, testi, interventi musicali, domande sul cambiamento climatico, fake news, curiosità scientifiche. Il pubblico si divide in due squadre (blu e gialla), compete a suon di domande e lanci di dado, si alterna sulla scena, viene coinvolto in prima persona. A condurre il ritmo, l’energia travolgente di Pagliarino, affiancato dal brillante Fabrizio Stasia e dalla voce intensa e ironica di Viola Zangirolami, accompagnata da un trio musicale vivo e generoso (Isacco Basilotta, Maurizio Bertolini, Emanuele Francesconi).
Lo spettacolo è il cuore del progetto “Green Ethics Live Game” nato da una rete internazionale (18 partner in 12 paesi europei, guidati dall’Università di Torino), e vincitore del bando Creative Europe Large Scale 2021.

La dimensione informativa è solida, i contenuti scientifici curati, la macchina scenica ben oliata. Eppure, nel tentativo di “far passare” dei messaggi chiari, urgenti, incontestabili, lo spettacolo rinuncia a quelle ambiguità, quelle pieghe, quelle pause in cui il teatro può generare davvero pensiero. Il gioco è serrato, i tempi comici rispettati, ma la drammaturgia – per quanto ben costruita – sembra talvolta voler vincere la reticenza dello spettatore con un eccesso di zelo. Più che provocare domande, spesso risponde. Più che sospendere, informa. Più che aprire immaginari, li orienta.
Forse è una questione di linguaggio, ma forse è più complessa. Cosa significa fare teatro sociale oggi, nel cuore dell’emergenza ecologica? Come si tengono insieme il bisogno di contenuto e quello di forma? Come si fa a parlare di fine del mondo senza finire nel moralismo o nella propaganda?
“Cabaret Artico” non elude queste domande – le affronta a modo suo, giocando. E forse è questo il suo maggior merito: aver scelto il linguaggio dell’intrattenimento per far circolare temi urgenti, senza sottrarsi al rischio dell’ibridazione.
Se si osserva “Cabaret Artico” alla luce della presentazione che l’ha preceduto – il volume “Teatro, Comunità e Innovazione”, dedicato ai vent’anni del Social Community Theatre Centre – si intravede l’urgenza di connettere arte e sfide sociali, la tensione tra partecipazione e qualità artistica, la ricerca di nuovi dispositivi performativi capaci di attivare le persone senza ridurre la complessità del mondo.
Nel libro, Rossi Ghiglione afferma che “non abbiamo mai pensato che ci sia da una parte la finalità artistica e dall’altra quella sociale, perché l’azione teatrale è sempre un’esperienza umana e formale insieme”. Eppure, proprio in questa volontà di sintesi risiedono anche le fragilità del progetto.
La scena si trasforma così in una piazza, un’arena, un’aula didattica, una festa, qualcosa che non è più solo teatro, e in questo territorio di confine, Cabaret Artico trova la sua forza e i suoi limiti.
Il teatro, forse, non salva il mondo. Ma può renderci meno soli mentre ci giochiamo le ultime caselle.

Ne abbiamo già scritto, ma dopo aver assistito a “Baccanti. Fare schifo con gloria“, ultima creazione di Giulio Santolini, è difficile non lasciare una traccia, anche breve, del passaggio. Perché di passaggio si tratta: quello del rito. Abbiamo chiesto a Santolini, a fine replica, da dove fosse partito. Non da Euripide, ha risposto. Ma da Dioniso. Dal suo battito primordiale. E allora tutto torna. Anche il cedimento apparente della drammaturgia nella seconda metà – che è piuttosto un rafforzarsi del rito. Un rito non lo si giudica con le categorie della struttura. Un rito o accade o non accade. E qui accade.
Si esce madidi di sudore e sangue (metaforico e non), risalendo dal Citerone verso la civiltà. Coprendosi di nuovo. Ma qualcosa resta. Un tremore, un’eco.
Anche Campsirago diventa un altopiano sacro.

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