“Attorno a Troia” di Munaro e “The Smooth Life” di Husam Abed: tra mito e memoria

Attorno a Troia (ph: Marina Carluccio)
Attorno a Troia (ph: Marina Carluccio)

L’abbraccio spezzato di una madre trasforma Rovigo in luogo di testimonianza e resistenza civile

Nel cuore di Rovigo, la scena si apre non solo nei teatri, ma nei corpi, nelle case, nella memoria collettiva.
Opera Prima XXI, il festival curato dal Teatro del Lemming, è tornato con la sua forza rituale e poetica, offrendo un’esperienza che travalica la rappresentazione scenica per farsi atto civile. A indicare la direzione di questo attraversamento è l’immagine-simbolo della locandina, opera di Marina Carluccio: una madre vestita di bianco, che stringe tra le braccia il pianeta Terra. Non un abbraccio pacificato, ma un gesto doloroso, viscerale, carico di fratture.

Il bianco dell’abito è macchiato da tracce di sangue. Il pianeta, coperto da un drappo intriso d’acqua, pare un corpo nascente o morente, mentre la donna giace su un mantello rosso porpora, simbolo regale ma anche ferita aperta. È una figura archetipica: la madre che dà la vita e la assiste nella morte. Un’immagine che contiene in sé l’ambivalenza della cura e della violenza, della maternità e della perdita. Ed è, a ben vedere, la perfetta metafora della guerra: un grembo che non protegge più, un gesto d’amore trafitto dalla Storia.

Questa metafora visiva non rimane sulla carta. La ritroviamo incarnata nei due spettacoli che più profondamente hanno segnato questa edizione: “Attorno a Troia” del Teatro del Lemming e “The Smooth Life” di Husam Abed con il Dafa Puppet Theatre.
Due esperienze diversissime nella forma, ma profondamente unite da una riflessione sul trauma, sulla memoria e sulla possibilità di una testimonianza empatica.

“Attorno a Troia” non è uno spettacolo tradizionale. È una soglia, un rito iniziatico. Ideato da Massimo Munaro, è l’ultimo capitolo di un ciclo triennale dedicato all’“Iliade”, alle “Troiane” di Euripide e all’“Eneide”. Otto spettatori alla volta – mai di più – vengono accolti in uno spazio liminale, al buio, tenendosi per mano, guidati come ciechi verso un nuovo sguardo.
Il buio non è solo scenografico: è una condizione di spaesamento sensoriale e simbolico. Si entra privi di coordinate, vulnerabili, esposti. In questo spazio sospeso, i corpi degli spettatori e quelli dei performer (Diana Ferrantini, Katia Raguso, Veronica Di Bussolo, Maddalena Dal Maso, Cosimo Munaro, Chiara Tosti, Riccardo Pierin, Nicole Crespi) si sfiorano, si confondono.
Il mito antico è solo il punto di partenza: ciò che si mette in scena è la nostra Troia contemporanea. Gaza. Kyiv. Lampedusa. Le città saccheggiate, le madri orfane e vedove, i figli sepolti sotto le macerie.
Non c’è racconto lineare, ma una partitura di gesti, suoni e contatti. Munaro siede al pianoforte e costruisce una tessitura sonora aspra, dolente. Frammenti di discorsi politici – Biden, Trump, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – si mescolano a lamenti e bisbigli. Ogni elemento è simbolico: una spazzola passata tra i capelli, due rose gialle tese all’improvviso, un nodo da sciogliere tra due mani. Un drappo teso, tirato, sdrucito. Gesti minimi, ma carichi di senso, capaci di evocare perdita, memoria, attesa, e persino amore.

I personaggi – Astianatte, Ecuba, Andromaca – non sono interpretati, ma evocati. Appaiono come visioni, come ricordi incarnati. I performer, con movimenti lenti e sacri, costruiscono una drammaturgia che è insieme sogno e incubo. Lo spettatore non guarda: partecipa. Viene sfiorato, chiamato, accolto. E in questo processo – fragile, instabile, mai garantito – qualcosa accade: un’esperienza che non si dimentica.

In un appartamento privato di Rovigo, lontano dalle luci della scena tradizionale, un’altra forma di teatro si compie. È quella di Husam Abed, artista palestinese, fondatore del Dafa Puppet Theatre, che porta in scena “The Smooth Life”.
Il titolo, beffardo e antifrastico, contrasta con la realtà: la vita di chi nasce in un campo profughi non è mai “liscia”.

The smooth life (ph: Marina Carluccio)
The smooth life (ph: Marina Carluccio)

Attorno a un tavolo imbandito, otto spettatori siedono come in una cena tra amici. La luce è calda, la stanza familiare. Abed serve del the e fa preparare la mujaddara – riso, lenticchie, yogurt, cipolle caramellate – e intanto racconta.
Non grida, non accusa. Ma ogni parola è tagliente, ogni oggetto parla. Barattoli di latta, fotografie, fili di ferro, pupazzi artigianali: tutto evoca una memoria slabbrata, fatta di esilio, frammentazione, sopravvivenza. Una camera delle meraviglie lacerata, rabberciata. Una pietra, testimonianza di mille Intifada.

La grande forza dello spettacolo è la sua capacità di unire dimensione autobiografica e atto politico senza mai diventare retorico. Abed narra la sua infanzia nel campo di Baqa’a, in Giordania, il trasferimento in Europa, la nascita del suo teatro. Accanto a lui, silenziosa, la figlia piccola. Presenza tenera e potente. È lei il futuro, è a lei che il racconto viene consegnato. Come nella locandina del festival, dove una madre sorregge il mondo, qui il padre consegna la memoria alla figlia.

Ma “The Smooth Life” non è solo racconto. È un’esperienza multisensoriale: si mangia, si odora, si tocca, si ascolta. Il cibo diventa legame. Gli oggetti scenici diventano testimoni. Il teatro diventa casa. E noi, spettatori, smettiamo di esserlo: diventiamo ospiti, poi complici, poi parte stessa della memoria evocata. In modo così simile, così diverso, dal Teatro del Lemming.
Se “Attorno a Troia” costruisce un rito collettivo che attraversa il mito per parlare del nostro presente, “The Smooth Life” fa il percorso inverso: parte dall’intimità per raggiungere una verità universale. Ma entrambi gli spettacoli condividono un’urgenza: quella di riportare al centro la fragilità dell’umano.
E in questo, l’immagine della locandina non è solo un manifesto grafico, ma una sintesi simbolica del senso profondo del festival. La madre che tiene il pianeta tra le braccia è figura di compassione e di allarme. La Terra è vulnerabile. È un bambino malato. Un corpo violato. Un campo di battaglia. Ma è anche, ancora, un luogo da amare.

Non è un caso che questa visione trovi casa nel lavoro del Teatro del Lemming, che da quasi quarant’anni interroga la relazione tra attore e spettatore. Il loro teatro non è rappresentazione, ma incontro. Non è fiction, ma esperienza. L’obiettivo non è raccontare una storia, ma farla vivere. E vivere, oggi, significa anche attraversare il dolore collettivo, farsi carico della Storia, farsi comunità.
Munaro e il suo gruppo ci ricordano che l’essenza del teatro non sta nella scena, ma nello spazio tra due corpi. Che la politica non è solo nei contenuti, ma nella forma della relazione. Che la memoria non è solo passato, ma atto presente. Che la guerra non è altrove, ma dentro di noi.

Opera Prima non è un festival per il grande pubblico. Non offre intrattenimento, ma interrogativi. Non dà risposte, ma responsabilità. E in un tempo in cui la cultura è spesso piegata a logiche di consumo, la sua radicalità è un atto di resistenza.
Vivere questo festival significa accettare di essere toccati. Di uscire trasformati. Di non avere più scuse per l’indifferenza. Perché dopo aver guardato negli occhi Andromaca, o ascoltato la voce di un padre palestinese che racconta alla figlia chi è, non si può più tornare indietro. Si è testimoni. Si è parte.

La madre della locandina non è solo una figura artistica: è un richiamo. Ci chiede di guardare il mondo non come spettatori, ma come figli. Ci ricorda che la cura è un gesto politico. Che il teatro è ancora, e sempre, il luogo in cui le ferite si mostrano e si condividono. E che da questo gesto può nascere – forse – una forma nuova di umanità.
In un tempo segnato dalla guerra, dalla disgregazione e dalla perdita di senso, Opera Prima è una chiamata al coraggio. A farsi grembo. A farsi ascolto. Memoria viva.

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