
Una scena completamente bianca e asettica: un appartamento moderno e minimalista (anche se l’eccesso di bianco richiama un ospedale); a destra un letto e a sinistra un salotto.
Un signore anziano, avvolto in un accappatoio sempre rigorosamente bianco, guarda impassibile la tv. Entra il figlio, forse un single in carriera, che si ritrova a dover accudire il padre.
Il tutto sembrerebbe il ritratto di una realtà quotidiana, se dietro non aleggiasse la figura del Cristo dipinto da Antonello da Messina, sfondo scenico, immagine scelta soprattutto per il suo sguardo frontale. La figura sembra fissare il pubblico, interrogandolo su cosa accadrà. Uno sguardo, quello del Salvator Mundi (la cui tela originale è custodita alla National Gallery di Londra) che diventerà “una sorta di luce che illumina una serie di azioni umane, buone, cattive, schifose o innocenti”.
Il quadro di apparente normalità, dove un figlio controlla le medicine del padre prima di uscire, cambia quando il padre inizia ad avere un attacco irrefrenabile di dissenteria. Inizia così un calvario per entrambi, con il figlio che tenta di ripulire lo sporco lasciato dal padre e con quest’ultimo umiliato dalla situazione.
L’impatto, oltre ad essere visivo, diventa anche olfattivo. Il pubblico non tarda a sentire l’odore degli escrementi, che lasciano macchie e tracce ovunque nonostante il tentativo del figlio di ripulire tutto, facendo attenzione a non sporcarsi la cravatta e gli abiti da lavoro.
Le reazioni degli spettatori sono diverse, da chi si copre il naso con qualche indumento a chi non riesce a trattenere il sorriso, ma sono davvero in pochi a rimanere indifferenti. In questo crudele girotondo vitale si ha la percezione di partecipare ad un momento di vita vera, nella sua crudeltà e debolezza, nel disagio e malessere profondo che vi sono rappresentati.
Poi il figlio esce di scena e il padre, sdraiato sul letto bianco, si cosparge letteralmente del liquido marrone. In altre versioni era lo stesso Romeo Castellucci, mente e regia di quest’ultimo conturbante lavoro, a salire sul palco versando il liquido sul vecchio e assumendo, secondo alcune interpretazioni, il ruolo del figlio.
Da qui in avanti, dopo l’uscita di scena degli attori (Sergio Scarlatella e Gianni Plazzi, presenze storiche del teatro della Socìetas Raffaello Sanzio), lo spettacolo prende un’altra direzione, calcando l’atmosfera surreale grazie anche alle musiche di Scott Gibbons.
Il volto di Cristo, che fino ad allora aveva solo osservato, inizia a colare liquido marrone come fosse sangue, e ad autodistruggersi, per poi lasciar spazio alla scritta “You’re not my sheperd” (“Non sei il mio pastore”). L’umiliazione della quotidianità, assunta dal figlio di Dio, viene in questo modo riscattata?
Non è di certo l’unica domanda che i cinquanta minuti di spettacolo pongono. Molteplici le interpretazioni: politica, esistenziale, psicologica, analitica… Come ha dichiarato Castellucci stesso, “l’utilizzo di elementi semplici, consoni alla quotidianità di tutti, apre le porte alla libera interpretazione dello spettatore, che può incarnarli con il proprio vissuto”. Non è la denuncia sociale, comunque, ciò su cui vuol portare l’attenzione il regista, né servire al pubblico una semplice provocazione. Nelle intenzioni, semmai, offrire “un uomo messo a nudo davanti ad altri uomini, i quali, a loro volta, sono messi a nudo da quell’uomo”.
L’artista, come altri grandi prima di lui, si confronta con un’icona della storia dell’uomo, oltre che delle religioni. Del resto il suo lavoro già in passato ha richiamato tematiche spirituali, e così proseguirà. “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” è infatti parte di un’opera più ampia, “J. (di Jesus)”.
Abbiamo incontrato Castellucci a Cesena, nell’ambito del festival Màntica – Esercizi di voce umana, svoltosi al Teatro Comandini dal 16 al 28 novembre scorso. Oltre a presentare il suo ultimo lavoro, è stato anche impegnato in un laboratorio di due giorni ispirato agli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola ed alla costruzione di uno spazio mentale a partire dal nulla.
