Byron’s ruins: tra le contraddizioni dell’esistenza

Byron's ruin

Una scena di Byron’s ruin

Era da tempo che non mi capitava, da spettatrice, di imbattermi in un’esperienza teatrale così contraddittoria.
“Byron’s ruins” è la prima tappa della ricerca messa in atto dal regista, attore e scrittore Marco Filiberti (noto per film quali “Il Compleanno” e “Poco Più di un Anno Fa – Diario di un Pornodivo”), attorno alla figura del poeta e politico inglese George Gordon Byron (1788-1824), la cui esperienza poetica e biografica è da considerare “una delle più sconcertanti avventure conoscitive nelle quali oggi si possa incorrere”, come sottolineano le note di regia.

Questo evento teatrale – che ha inaugurato il progetto Refresh! Lo Spettacolo delle Marche per le Nuove Generazioni – è il primo appuntamento di un work in progress che prevede il suo approdo nella realizzazione del film “Lord Byron – the Pilgrim of Eternity”, attualmente in sviluppo a Los Angeles, dalla cui sceneggiatura, scritta sempre da Filiberti insieme a Davide de Bona, è stata liberamente tratta la drammaturgia.

Questa esperienza teatrale, dicevo, mi ha confusa e un po’ frastornata. Non tanto per la durata dello spettacolo (due ore e mezza senza intervallo), quanto per lo stordimento provocato da uno… “scollamento”.
Da una parte, la magnificenza delle suggestioni; dall’altra, la pesante cripticità della narrazione.
Un’esperienza simile, sempre da spettatrice, l’avevo vissuta al cinema dopo aver visto il “Faust” di Aleksander Sokurov. O ancora in occasione di un’opera lirica che non conoscevo senza poter seguire il libretto.
 
Può capitare, in questi casi, che ci si spacchi ‘consapevolmente’ in due. È come salire contemporaneamente su due treni per due viaggi paralleli. Da una parte il cuore. Dall’altra il cervello. La parte emotiva, irrazionale, gode, bombardata da suggestioni potenti che surclassano filtri e resistenze. Se guardassimo fuori dal finestrino, scorgeremmo un paesaggio impetuoso, affascinante e magnetico.
La parte razionale, invece, pena nel tentativo di non perdere alcun segno, di cogliere i nessi logici e di riorganizzare quanto percepito secondo un criterio di ragionevole sistematicità.
Insomma, dove mi sta portando questo treno? In aiuto arriva forse Robert M. Pirsig, quando sosteneva che “viaggiare è meglio che arrivare”.

Eccolo allora il viaggio: “Byron’s ruin” è un ‘accadimento teatrale’ atto a rivelare la totalità del fenomeno Byron. Lo fa attraverso l’inanellarsi di partiture e frammenti (le rovine cui fa riferimento il titolo) di un processo inquisitorio a carico del poeta. Una sorta di resa dei conti, messa in atto dalla Storia in persona. Come in una matrioska o in una scatola cinese, la Storia è rappresentata da uno showman, che a sua volta rappresenta il Diavolo, pronto a calarsi in vari travestimenti – dalla palandrana di un soldato tedesco a un frac da avanspettacolo anni’30, o addirittura in una mitria vescovile – per dare voce all’intera umanità giudicante.

Anche per restituire un personaggio complesso come Lord Byron è stato messo in atto un gioco dello sdoppiamento, anzi della triplicazione, poiché sono tre gli attori che lo interpretano. Ciascuno dona voce, corpo e relative nudità a una diversa istanza della personalità: c’è il poeta; c’è l’uomo pubblico e politico; infine c’è Caino, il “corpo” del poeta, marchiato da una deformazione fisica, il pedis diabolicus, il piede caprino, che la tradizione vorrebbe imputare ai corsetti troppo stretti indossati dalla madre di Lord Byron durante la gravidanza, mentre nello spettacolo è simbolo di un male ontologico più che fisico, un tormento esistenziale ereditato dal poeta come una condanna.

Qui Filiberti mira a restituire allo spettatore la grandezza, la poliedricità e le contraddizioni del Lord poeta: classicista e romantico, aristocratico e progressista, bellissimo e storpio.
Lord Byron affascinò e scandalizzò come poeta, come uomo, come politico. Difensore estremo della libertà dell’uomo, anche quella etica, sfondò con la trasgressione tutti i limiti precostituiti: tanto quelli fisici (fu capace di trionfanti prestazioni sportive nonostante la sua menomazione fisica), quanto quelli morali: definito da una delle sue amanti “pazzo, cattivo e pericoloso da conoscersi”, fu accusato di omosessualità, d’incesto con la sorellastra Augusta, di essere un gran puttaniere, un misantropo, un oltraggioso, un perverso.

Il sontuosissimo impianto scenico, elegante e immenso come quello di un’opera lirica, pare svetti come una cattedrale di legno, con le luci scolpite come in un quadro di Caravaggio. L’allestimento di Filiberti sembra quasi uno spettacolo d’altri tempi (compreso qualche compiaciuto birignao tra gli attori). Evoca suggestioni ronconiane nella solennità delle atmosfere. È magniloquente del discorso e non manca di stupire sul come e quante cose l’autore abbia effettivamente da dire sul fenomeno Byron.

Tuttavia, poiché ogni questione ne apre altre cento, non è facile rimettere insieme i pezzetti del mosaico. A maggior ragione perché non mancano le discrepanze tra segni (magari scenicamente efficaci o potenti) e significati a essi collegati.
Come nel caso della figura del poeta Shelley, ad esempio, che nello spettacolo assume la valenza simbolica dell’amore libero e naturale, con tanto di appassionati baci omosex tra i due attori. Peccato però che un “segno” così importante non abbia un corrispettivo nella realtà secondo la biografia dei due poeti. Come dare allora un senso a questa scelta, dal momento che lo spettacolo mira anche a restituire un ritratto biografico del poeta?
Lo spettacolo è ricco di questi momenti potenti e contraddittori.
Scenicamente è molto intenso, elegante, vigoroso. Ed è questo il viaggio emotivo. L’enigmaticità (e a tratti la ridondanza) della narrazione invece intralciano il godimento ‘razionale’.

“Byron’s ruin” è un’esperienza. Un viaggio attraverso luoghi misteriosi e criptici, ma comunque ammalianti e suggestivi.
E se davvero aveva ragione Robert Pirsig, non importa se alla fine qualcuno si perde per strada. Dopotutto, viaggiare è meglio che arrivare.

BYRON’S RUINS
accadimento teatrale in un prologo e due atti
liberamente tratto dalla sceneggiatura cinematografica “Lord Byron – the pilgrim of eternity”
di: Marco Filiberti e Davide de Bona
regia: Marco Filiberti
con: Giovanni Scifoni, David Gallarello, Enrico Roccaforte, Niccolò Tiberi, Gabriele Gallinari, Gianluca d’Ercole
scene: Benito Leonori
costumi: Patricia Toffolutti
luci: Alessandro Carletti
suono: Marco Benevento
maestro d’Armi: Renzo Musumeci Greco
prodotto da Fondazione Pergolesi Spontini – Centro Studi V. Moriconi
in collaborazione con Amat e Teatro Stabile delle Marche
nell’ambito del progetto REFRESH!
durata: 2h 30’
applausi del pubblico: 4’ 22’’

Visto a Jesi, Teatro Studio V. Morioni, il 26 gennaio 2012

 

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