Gli amici di Serge sul palco di Short Theatre

Philippe Quesne / Vivarium Studio - L’effet de Serge

Philippe Quesne ha presentato a Roma L’effet de Serge (photo: shorttheatre.org)

Il festival romano Short Theatre (che da domani si trasferisce alla Pelanda) quest’anno si pone sotto il segno di un titolo che ha in un certo modo forma di domanda: “West end” è infatti una scritta rossa sul campo di mattoni color ruggine del Teatro India, ma rimane come questione aperta più che come affermazione o dato di fatto. Si è allora quasi condizionati a leggere gli spettacoli sotto questo segno, influenzati dalla questione o presagio che raccoglie sotto di sé un multiforme modo di concepire, ipotizzare, negare, contraddire, vivere la ‘fine’ dell’Occidente, ovvero la nostra.

Si passa così da una sala all’altra con quel condizionamento sotterraneo, quasi un retrogusto, un fatto occulto, che rimane a sottotesto dei vari spettacoli – dall’Adieu di Jonathan Capdeville alla dichiarazione di finzione di Teatro Sotterraneo, fino all’Eden sempre negato di Tagliarini-Senatore e ai codici corporei di Kinkaleri – in un attraversamento spazio-temporale che sembra una lettura o rilettura del tema. Chiaramente questa è un’impressione parziale di una persona suggestionabile come la scrivente. Ma pure, questo senso di presagio più che di allarme, questo tentativo di volgere in leggerezza un forte senso di interrogativa minaccia pare serpeggiare anche in spettacoli prodotti non così di recente.
È il caso, ad esempio, di uno spettacolo strano, leggiadro e in qualche modo ‘cinematografico’ come “L’effet de Serge” di Philippe Quesne prodotto da Vivarium Studio, presentato all’interno del progetto TransArte e curato con l’Institut Français.

Il protagonista, Serge appunto, ci viene presentato da un attore che si dichiara proveniente dallo spettacolo precedente, entrando così in scena vestito da astronauta e descrivendoci quello che vedremo: una stanza, che è la stanza di Serge, dove si trovano un tavolo da ping pong, vari oggetti come un impianto stereo, una luce laser, un televisore.
La stanza ha una porta (che presumibilmente dà su una cucina o un ingresso) e una portafinestra che mette sul giardino (dove realmente vedremo tra le piante comparire una macchina). I


l protagonista parla di sé in terza persona raccontando come Serge, ogni domenica pomeriggio, faccia a casa sua degli spettacoli di uno-tre minuti per gli amici. La stanza è ricreata in scena interamente, con veri interruttori che accendono veri neon – ma pure è una stanza ancora incompiuta: la moquette non è fissata (Serge ce lo mostra andandoci sotto) e tutto è spoglio, un po’ disordinato, come una casa che è ancora a metà col cantiere ma di fatto è già abitata.
Non sembrino oziosi questi dettagli: è infatti il dettaglio a dare la misura e il senso di questo spettacolo, che gioca col metateatro prendendolo un po’ in giro e pure lasciando un sapore di tenerezza.

Serge è un tipo alto, magro, piuttosto allampanato, potrebbe essere uno di quegli amici che si hanno, a volte, quegli amici con degli hobby strani che quasi gli si ‘perdonano’ di avere. Perché a tipi come Serge si perdona tutto, anche di fare teatro.
Può essere capitato di trovarsi a una gara di taglio del legno o a una mostra di sculture in pasta di sale o a un saggio di danza del ventre in cui un nostro amico era protagonista, e in questi casi, noi che non siamo magari appassionati di tali discipline e ci sentiamo piuttosto spiazzati, ci siamo accostati all’amico con una sorta di incoraggiante accondiscendenza, con quel goffo: “Oh, beh, bello, particolare, davvero, non immaginavo, complimenti!”.  

“L’effet de Serge” mette in scena questa sensazione, in cui è lo spettacolo quel momento spiazzante. Lo fa con leggerezza e ironico distacco, perché Serge risulta un performer tenero e un po’ autistico, ma i rimandi per la gente di teatro credo siano ineliminabili.
Entrano in scena uno dopo l’altro gli ‘amici’ di Serge, persone del luogo incontrate poco prima a cui vengono date pochissime istruzioni e che vengono invitate a entrare, lasciare la giacca, bere qualcosa (acqua, succo d’arancia, vino rosso?), sedersi e godersi lo spettacolo o la ‘performance’.
Una volta assistiamo al balletto di una macchina telecomandata ricoperta da una scatola di cartone su cui brilla una stella filante, il tutto su musica di Handel. Un’altra volta è Wagner che a tutto volume fa da colonna sonora all’esibizione che prevedere un accendersi e spegnersi delle luci di posizione e degli abbaglianti dell’auto, con le quattro frecce come effetto speciale…

Ma non roviniamoci “L’Effet de Serge” raccontando tutti i suoi sotto-spettacoli. È di certo il momento della ‘spiegazione’ con il suo pubblico il momento più sorprendente: la luce si riaccende (è Serge che rischiaccia l’interruttore richiamando il freddo neon al suo squallore) e l’ospite che sta sulla sedia sul palco è invitato a dire qualcosa di apprezzamento.
Serge fa notare dettagli: “Hai visto? La macchina ha fatto due giri intorno a te, uno in un verso e uno nell’altro”, dice mentre l’altro annuisce, emettendo di tanto in tanto dei “Bello, bello, davvero, particolare proprio!”.

Il tempo è dilatato, cadenzato dall’attesa di queste domeniche; la voce fuoricampo (dello stesso attore in scena) suggerisce come il tempo passa – conviene cambiare costume per dare l’idea che il tempo è passato, il Serge in scena si cambia la camicia – e arriva un’altra domenica.
Serge ha un modo di camminare, di sorridere, di accogliere i complimenti, di preparare i suoi spettacoli e di realizzarli molto composto, delicato, che ispira tenerezza. Forse perché – sebbene sia soddisfatto dei suoi lavori e di poterli mostrare alle tante visite – lascia traspirare una solitudine strana, tanto che più che di solitudine si potrebbe parlare di isolamento. Quello in cui si trova chi fa qualcosa senza alcuna ‘utilità’ pratica e, a ben vedere, senza alcun ‘mandato’ sottoscritto dagli altri.

Un bel modo di mettere in scena l’artista, senza moralismi ma con leggerezza e candore, lasciando agli spettatori un po’ di strada da fare insieme a Serge, ripensando a lui, a noi occidentali che forse (ma è proprio vero?) stiamo finendo, una volta usciti.

L’EFFET DE SERGE

ideazione, direzione e scene: Philippe Quesne
con: Gaëtan Vourc’h, Isabelle Angotti, Rodolphe Auté, Cyril Gomez-Mathieu e ospiti del luogo
durata: 1′ 15′ circa
applausi del pubblico: 1′ 48”

Visto a Roma, Teatro India, il 5 settembre 2012
Short Theatre


 

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