Progetto Azione 18_19: con Fabrizio Favale la costruzione di un lessico per la danza

Photo: Simona Cappellini
Photo: Simona Cappellini

Per creare, si deve rompere qualcosa. È uno dei principi alla base di alcune discipline (distruggere per ricostruire): traccia le fondamenta della storia, ed è intrinseco nella natura umana (l’attività di un bimbo è fondamentalmente fatta di due fasi: distruzione e creatività). Il concetto che nulla si crea né si distrugge, ma tutto si trasforma, è sicuramente espandibile anche alla danza.
Danzando si possono innescare nessi e relazioni imprevedibili. Ma per farlo, ci vuole coraggio.

Per Fabrizio Favale, fondatore de Le Supplici, quella scintilla che ha innescato il suo percorso di coreografo è scattata dopo alcuni incontri fondamentali della propria formazione: Jeff Slayton (Merce Cunnigham), Irene Hultman (Trisha Brown Dance Company), Virgilio Sieni, per citarne alcuni.

Dopo uno dei vari esercizi a cui assistiamo nell’ambito di Azione 2018_19 (progetto per una rete stabile di insegnamento sul territorio toscano con capofila Sosta Palmizi), Favale si rivolge ai ragazzi con aria poco soddisfatta. “Sì, va bene, ma è troppo… politically correct”. Oltre alla preparazione tecnica necessaria, il coreografo sottolinea quanto sia importante ascoltarsi, guardarsi dentro per trovare quel fuoco che permette di tracciare nuovi confini d’invenzione, con cui si può arrivare a tradurre la danza in strumenti nuovi, a volte scomodi. “Non si tratta semplicemente della parte emotiva, ma deve essere anche il movimento stesso a coinvolgere. Non c’è qualcosa dentro di te di tanto grande da far accadere qualcosa?”.
Per rimarcare questo concetto, il coreografo dedica la prima parte della mattinata all’analisi di un suo lavoro, “Argon”, osservando con i ragazzi alcune riprese video.
Argon, parola che racchiude diversi significati, è un lavoro che entra in relazione con tre video di ZimmerFrei realizzati in tre paesaggi diversi (su un’isola vulcanica del Mar Egeo, su un’isola sabbiosa del mare del Nord e nel sottosuolo del più grande laboratorio di fisica d’Europa, il CERN), per analizzare i diversi stati della materia: aeriforme, solido, liquido e plasma.
La natura, protagonista silenziosa, lascia presagire che qualcosa sta per accadere, una tensione che parte dal sottosuolo, dalla parte invisibile, e che arde.


E’ partito quindi dallo stato della materia per capire in che modo il movimento può essere influenzato o dialogare con gli altri stati. Il corpo di un danzatore cambia se ricerca delle qualità aeree, liquide o solide. “Ci siamo resi conto che accade qualcosa di scontato, cioè i danzatori lavorando sullo stato della materia, sia a livello mentale, di ricerca, sia fisico. Nel momento in cui tu inneschi un percorso c’è qualcosa che si riscalda, e l’ardore non necessariamente è positivo, può anche essere uno scontro, come un fuoco, che ha una valenza distruttiva, o come in amore. Siamo partiti dunque da qualcosa di assolutamente astratto, molecolare, e abbiamo capito che molto rapidamente stava generando qualcosa”.

Durante la settimana il coreografo e i ragazzi hanno lavorato per moduli. Hanno iniziato con due tecniche di riscaldamento, Cunningham e balletto, per poi occuparsi dello stretching dei meridiani (una pratica americana di stretching); infine sono state presentate ai ragazzi diverse proposte. “Abbiamo lavorato sull’improvvisazione, e stabilito diverse modalità di approccio al movimento. Un esempio è stata l’ipotesi di movimento continuo che non trova resistenza nel corpo (nelle gambe, nelle braccia…). Siamo passati all’improvvisazione a coppie, muovendoci su ipotesi di risposta istantanea al movimento dell’altro in due modalità, una più geometrica e architettonica, e una più emotiva, rispondendo quindi allo stato d’animo dell’altro.”

Quanto spazio è stato riservato alla scrittura coreografica? “Abbiamo realizzato un canone, una sequenza coreografata, che abbiamo anche filmato”.
“Ho trovato il lavoro interessante perché nell’improvvisazione c’era tanta libertà. E’ entrata in gioco la ricerca personale – ci racconta Arabella Scalisi, una delle allieve – Mentre per quanto riguarda il canone ci sono state date delle frasi, ed è stato come apprendere un nuovo vocabolario, quello che appartiene al coreografo”.

Favale ha chiesto ai ragazzi di arricchire l’esperienza, cercando di ricordare ogni volta, in ogni modulo, i fraseggi o altri elementi scaturiti dall’improvvisazione, e utilizzarli per costruire un linguaggio: “E’ un primo approccio che poi potrà essere ricostruito se qualcuno vorrà fare il coreografo. Cioè utilizzare nell’esperienza, la memoria della direzione del linguaggio, anche personale ma di linguaggio, non solo esperienziale. Gli elementi su cui abbiamo lavorato sono un po’ ripetuti ogni giorno, in modo che dentro le diverse modalità di approccio l’allievo possa riuscire a codificare un proprio vocabolario”.

“Altro approccio è stato quello di farci catalogare i vari elementi che venivano fuori – prosegue Scalisi – Per ricordarli, e magari anche trasmetterli ad altri”.

Photo: Simona Cappellini

Photo: Simona Cappellini

Il corpo è quindi una sorta di deposito di memoria. In alcuni casi questo può rappresentare un ostacolo, chiediamo a Favale?
“Sì. Lo può diventare quando di fronte ad una nuova proposta tu ti poni con quello che già conosci. La tua esperienza, il tuo bagaglio ti serve perché ti offre un orizzonte, una possibilità di muoverti subito, anziché pensare. Quello che ho cercato di fare, almeno inizialmente, è stato adottare una sorta di ibridazione, in modo da permettere agli allievi di scoprire l’originalità della nuova proposta e inseguirla. Non ho quindi lavorato sull’idea di sbarazzarsi completamente di quello che si conosce, ma utilizzarlo come innestatore, per ibridarsi con qualcosa di nuovo, che spesso proviene dall’altra persona, e non da te unicamente. Abbiamo anche lavorato con la proposta di immaginare un possibile dialogo, quindi una ricerca di linguaggio, con una forma immaginaria non umana. Dovendo fare lo sforzo di trovare un linguaggio intermedio, per dialogare con qualcosa che non ha la nostra forma. Questo è stato un lavoro molto personale”.

Molti scelgono di prepararsi all’estero. Cosa manca alla danza italiana? “Credo manchi una possibilità di continuità, e quindi la costruzione di un processo. Ad esempio, con questi ragazzi ho fatto un bel lavoro, ma breve. Non dico che la soluzione sia necessariamente una scuola o un’accademia, ma una progettualità, che le persone, soprattutto in quanto giovani, possano seguire. Spesso invece un giovane arriva ad avere una infarinatura un po’ di tutto, ma fatica a costruire una solidità, e il profilo dei danzatori alla fine risulta sempre semi-professionale”.
“Molti insegnanti ti trasmettono la loro tecnica – aggiunge Arabella Scalisi – ma trovo che manchi il lavoro sulla persona, il lavoro che un coreografo potrebbe fare su di te, capendo quali sono i tuoi punti forti o i tuoi limiti”.

“Forse ci sono anche troppi coreografi che insegnano e pochi veri insegnanti – chiosa Favale – L’insegnamento è un lavoro completamente diverso, che un coreografo non può sostituire, perché la sua attenzione è soprattutto rivolta al proprio lavoro. Non sarebbe male neppure prevedere un secondo o un terzo anno di ripresa di un progetto. Una formazione dovrebbe durare almeno cinque anni. Il corpo è lento, e la mente ancora di più per cui ci vuole per forza un tempo per capire cosa stai facendo. Tutto è consumato troppo rapidamente”.

Ha ancora senso, oggi, parlare di generi e di differenziazione tra danza, performance, teatro? “Sì. Nonostante ci sia una tendenza a pensare che i linguaggi siano mescolati, io non credo che questo sia vero. È come se la mescolanza dei linguaggi fosse quasi più interessante della distinzione dei linguaggi, ma io credo che sia solo una moda. Il linguaggio della danza non ha nulla a che vedere con quello del teatro. Sono due mondi diversi, e prima di abbandonare quel tipo di orizzonte c’è tantissimo da scoprire. Anche perché la danza in sé è un po’ un enigma, ed è bene che sia rispettato, e non messo sempre a disposizione di qualcos’altro. Quando un danzatore si muove è sempre un mistero”.

AZIONE_2018/2019
Aldes/Cab 008/Compagnia Simona Bucci/Company Blu/KLm-Kinkaleri, Le Supplici, mk/Sosta Palmizi
Progetto per una rete stabile di insegnamento sul territorio toscano
Con il sostegno di MiBAC e di SIAE
nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”

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