Acciaio liquido. Spazio Verticale nel rogo della ThyssenKrupp

Acciaio Liquido (photo: Marisol Serago)
Acciaio Liquido (photo: Marisol Serago)

Storia di un incidente sul lavoro di una decina d’anni fa.
Il luogo, che non viene mai nominato direttamente, è l’acciaieria ThyssenKrupp di Torino. Qui, nel dicembre 2007, sette uomini morirono tra le fiamme per l’assenza di misure di sicurezza adeguate.

Nell’aprile del 2007 la dirigenza tedesca decide di smantellare lo stabilimento piemontese, costringendo gli operai a scegliere fra il trasferimento a Terni e il licenziamento.
In giugno gli operai ricevono una lettera che annuncia la cassa integrazione con effetto immediato.
Inaspettatamente, l’azienda rimanda lo smantellamento alla fine dell’anno. Duecento operai sono richiamati al lavoro in autunno. Per non perdere la liquidazione, sono costretti a turni massacranti. Le condizioni di sicurezza sono inadeguate.

“Acciaio liquido”, drammaturgia di Marco Di Stefano, ideazione, adattamento e regia di Lara Franceschetti, in prima assoluta al Teatro Out/Off di Milano, è uno spettacolo che scava dentro una tragedia annunciata.


Nelle tetre atmosfere monocrome, tra geometrici bagliori metallici disegnati da Giuliano Bottacin e contributi video di Massimiliano Gusmini – quasi da cinema espressionista tedesco – percepiamo quel senso d’alienazione e distacco che prelude alla sciagura.

Reset dei sentimenti, individualismo. Uno spettacolo a quadri. Nel primo, sei manager e il loro amministratore delegato, camicia scura, giacca e cravatta, percorrono come automi il palco urlando slogan inneggianti la produttività senza scrupoli: “utili”, “crescita”, “riduzione del personale”, ammortizzatori sociali”, “indicatori di redditività”; soprattutto, “delocalizzazione”, vero tormentone.

Borbottii techno, sbuffi metallici. La seconda scena è un’intrusione nello spogliatoio degli operai che si apprestano all’ultimo turno. Troppe cose non funzionano quella sera: l’orologio fermo, i cellulari senza segnale, le porte bloccate. Deontologia e claustrofobia, goliardia e panico. D’un tratto l’orologio riparte, le porte si sbloccano. Tornarsene a casa, o sobbarcarsi l’ennesimo turno di straordinario?
Prevale la seconda opzione, per bisogno, inerzia, sudditanza.

Il terzo quadro dà spazio al dolore, alla rabbia, al disorientamento di chi rimane: una moglie giovane con tre figli da crescere; un fratello tormentato che con l’indennizzo compra l’automobile nuova; un anziano che racconta suo figlio, confondendo presente e passato.

La scena finale è speculare alla prima. I manager sono ormai degli assassini: «Sciocchi – sentenzia l’amministratore delegato – non conoscevate i rischi? Il progresso ha bisogno dei morti sul lavoro. Senza di essi non ci sarebbero le piramidi, i ponti, i grattacieli».

C’è chi rischia sulla propria pelle, c’è chi rischia sulla pelle degli altri. La scelta di sfruttare fino all’ultima stilla le risorse dell’impianto torinese confligge con l’urgenza di puntellare le condizioni di sicurezza. Prevale la logica affaristica. Emerge la tacita connivenza da parte degli operai, il loro sacrificio rassegnato.
Uomini anzitutto, a volte brancolanti come bestie.

È questo il senso della scena finale, sotto le note martellanti di “Wrong” dei Depeche Mode. I manager si spogliano. Sotto l’abito c’è la tuta da operaio, sotto la tuta, le mutande. Prima di essere colletti bianchi, questi personaggi (bravi gli attori Angelo Colombo, Andrea Corsi, Paolo Garghentino, Giovanni Longhin, Francesco Meola, Claudio Migliavacca, Giuseppe Russo) sono operai.
Prima di essere operai sono persone, con la loro umanità logora, a volte fragile e meschina.
L’unica donna in scena, Federica Armillis, non si spoglia: si limita a deporre il soprabito nero. Oltre il lutto, rimane la quotidianità di chi rimane, con una famiglia da mantenere.

“Acciaio liquido” è teatro civile che non presta il fianco alla retorica. Evoca la vita quotidiana dentro una multinazionale. Incontra uomini senza bandiere, con fragilità, amori e desideri.

Due schieramenti contrapposti, quello dei colletti bianchi e quello delle tute blu, diversi dall’immagine compatta di “classe” cui eravamo abituati.
Di Stefano e Franceschetti tratteggiano la nostra società, in cui lavorare può significare morire. Una storia di solitudine e abbandono che ci riguarda.
La dissoluzione della fabbrica torinese è avvenuta in situazioni tragiche e ha fatto rumore. Ma quanti di noi, silenziosamente e anonimamente, sono privati di relazioni solidali?

Uno spettacolo straniante che non punta a commuovere. Forse non approfondisce il piano sociale e antropologico, forse ricorre a qualche stereotipo postmoderno di troppo nel raccontare le morti bianche, e dovrebbe emanciparsi da quel surplus di teatralità che stagna in dialoghi, gesti e movenze. Ma l’umanità e il mestiere, quelli ci sono tutti.

I suoni metallici, le immagini in bianco e nero, dilatano le forme. Si destrutturano in un racconto d’ombre con al centro il lavoro dell’uomo nell’industria pesante, in un tempo che sembra languire. Paradossi dell’arte, che trasfigura la fabbrica in spazio per l’interiorità umana, per il microcosmo dell’individualità.

ACCIAIO LIQUIDO
di Marco Di Stefano
ideazione, adattamento e regia: Lara Franceschetti
con: Federica Armillis, Angelo Colombo, Andrea Corsi, Paolo Garghentino, Giovanni Longhin, Francesco Meola, Claudio Migliavacca, Giuseppe Russo
assistente alla regia: Paola Panizza
scene e costumi: Maria Chiara Vitali
light designer: Giuliano Bottacin
video: Massimiliano Gusmini (Mud) – otolab 2012

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 4’ 30″

Visto a Milano, Teatro Out/Off, il 24 maggio 2016

stars-3.5

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