Omote e teatro Nō: la maschera nella tradizione nipponica

Kimono della famiglia Umewaka|Maestro Nomura Ran|Omote
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Maestro Nomura Ran
Il maestro Nomura Ran mentre crea una maschera (photo: Maurizio Elia – Yoshin Ryu)

“Dimenticando il risultato vedete il Nō; dimenticando il Nō vedete l’attore; dimenticando l’attore vedete la mente; dimenticando la mente comprendete il Nō”. (Zeami Motokiyo)

Nato in Giappone tra il XIII e il XIV secolo, il Nō è una delle principali forme di teatro nipponico insieme a Kabuki e Kyōgen. Tuttora eseguito nella sua forma tradizionale, è caratterizzato dall’uso delle maschere e da testi che possono essere liberamente interpretati dallo spettatore. E sono proprio le maschere a comporre il suggestivo percorso sotterraneo della mostra Omote, allestita fino al 20 dicembre 2009 a Torino, nelle cantine di Palazzo Barolo, dall’associazione Yoshin Ryu. Un allestimento che si focalizza su venti maschere realizzate dal celebre maestro Nomura Ran, presidente dell’associazione giapponese degli scultori di maschere Nō, e che include alcuni disegni preparatori e due kimono di proprietà della famiglia Umewaka, una delle più note famiglie di attori Nō del Giappone.
“Non ci sono maschere al mondo in grado di saper manifestare così bene le condizioni umane – spiega il direttore artistico della mostra Daniela Crovella – Sono maschere che hanno una storia di vita vissuta insieme all’attore che le ha indossate”.

Il termine Nō significa talento e, per estensione, l’esibire un talento in una performance teatrale.
Il teatro Nō, spesso associato alla tragedia greca, non è sola rappresentazione scenica: la vicenda, gli attori, le maschere, la musica, la scenografia e il pubblico sono tutti tasselli fondamentali di un mosaico simbolico e ritualistico che ha radici profonde.
La semplicità dello spazio scenico sottolinea ed esalta il valore archetipo del dramma, coinvolgendo lo spettatore nell’universo di valori e riferimenti simbolici e culturali richiamati da questo tipo di rappresentazione. Nel Nō i drammi hanno il più delle volte come protagonisti anime travagliate, ancora in vita o spiriti, che non hanno risolto un profondo dramma e sono quindi tormentate. Sarà il ‘waki’, l’attore secondario in antagonismo allo ‘shite’ (l’attore principale che interpreta l’eroe o l’eroina), a evocare e rendere possibile la venuta del protagonista, ricevendo la confessione della sua tragedia.

Omote
Photo: Maurizio Elia – Yoshin Ryu

Lo ‘shite’ indossa un costume molto stilizzato, confezionato con ricche stoffe e la cui rigidezza nasconde quasi completamente la forma del corpo. L’attore assume così, all’interno dell’abito, una posizione innaturale, adattandosi al costume e rappresentando una negazione di sé come persona.

La maschera (‘omote’), che è il simbolo stesso dell’attore Nō, riveste il medesimo ruolo: i lineamenti dell’attore sono nascosti e, se anche dovesse recitare senza maschera, il suo volto per nessuna ragione mostrerebbe i segni di un’emozione.
Esistono diversi personaggi rappresentati dalle maschere utilizzate dagli ‘shite’, e vengono suddivise in sei categorie: ‘okina’ (venerabili e saggi), ‘otoko’ (uomini), ‘onna’ (donne), ‘onryō’ (spiriti vendicativi), ‘kishin’ (demoni e dei) e ‘jō’ (uomini anziani).
La maschera rappresenta tipi di condizioni umane ed è il risultato di un’operazione di purificazione dalle caratteristiche individuali. Sta all’abilità dell’attore variare l’espressione degli stati d’animo mutando, con minimi spostamenti del capo, l’inclinazione della maschera e la luce che si riflette su di essa.
Le ‘omote’ sono piuttosto piccole e spesso non coprono interamente il viso. A causa della visuale ridotta, l’attore non distingue il proprio corpo e così, secondo la tradizione, si libera della propria visione egoistica delle cose. Gli occhi del pubblico possono vedere il corpo dell’attore mentre lui non può: è proprio nell’atto di guardare se stesso attraverso gli occhi dello spettatore che si realizza la comunicazione spirituale tra palco e platea.
Il ruolo della maschera può essere compreso con le parole del maestro di teatro Nō Umekawa Rokuro: “Quando un maestro indossa una maschera, questo non significa che mette la sua maschera sul viso, ma si intende che egli mette il suo spirito nella maschera”.

Kimono della famiglia Umewaka
Uno dei kimono della famiglia Umewaka (photo: Maurizio Elia – Yoshin Ryu)

Si deve a Zeami Motokiyo (1363-1443), forse l’autore più importante di ogni epoca, la struttura definitiva del teatro Nō. Ed è proprio lui a definirlo come la forma d’arte che, mirando alla rappresentazione delle cose, deve giungere ad affascinare il pubblico attraverso un linguaggio misterioso per la suggestione e l’uso simbolico delle immagini. Tanto che l’apice della carriera artistica dell’attore consiste, per Zeami, nell’ottenere “il fiore meraviglioso”: “Il fiore consiste in una disposizione della mente; il seme deve esserne il mestiere”. La tecnica è quindi vista come lo strumento più idoneo a raggiungere il culmine della catarsi, il vuoto della mente, la non-mente (‘mushin’), che si otterrà solo quando l’attore potrà a sua volta staccarsi da essa. Il valore artistico, dunque, scaturisce e si sviluppa attraverso la perizia tecnica. Il fiore, culmine dell’arte dell’attore, “non è nient’altro che l’insolito come lo prova lo spettatore”. Un risultato a cui, probabilmente, dovrebbe mirare il teatro in ogni sua manifestazione.

Per chi volesse immergersi nel mondo misterioso di queste maschere, domenica prossima, 29 novembre, l’ingresso alla mostra sarà eccezionalmente di 1 € per tutti i visitatori. Sabato 5 e domenica 6 dicembre l’esposizione personale dei quadri di Mario Achille Deangelis nelle sale polifunzionali di Palazzo Barolo sarà invece un’occasione per scoprire come l’astrattismo di Deangelis si coniughi con la tradizione delle maschere del teatro Nō dipinte sulle sue tele. Infine, sabato 12 dicembre alle 17,30 si terrà la conferenza “Gakuya – il volto segreto del Nō”, a cura di Matteo Casari, docente all’Università degli Studi di Bologna: un evento per scoprire i misteri e le suggestioni che si celano dietro questa antica forma di teatro grazie a uno dei massimi esperti italiani in materia.

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