A FOG 2025, la drammaturga iraniana, con il regista Ali Asghar Dashti, sfida l’ottusità dei Pasdaran
Un grido iraniano contro la censura. In un contesto dove la danza è proibita e l’arte soffocata, “We Came to Dance” si presenta al Teatro Filodrammatici, nel festival FOG 2025 della Triennale Milano, come una denuncia potente. Firmato dalla drammaturga Nasim Ahmadpour e dal regista Ali Asghar Dashti, lo spettacolo-conferenza invita a riflettere sul significato di essere danzatori in un regime che nega la danza.
Il titolo richiama una canzone degli Ultravox, simbolo di evasione e libertà. Qui, la danza diventa espressione, un atto che trascende le imposizioni. Non è solo libertà perduta, ma lotta contro un regime che soffoca la creatività.
Nel 2022, il regime degli ayatollah ha convocato un gruppo di artisti di danza contemporanea, chiedendo loro di astenersi dalla propria disciplina e di dichiararlo pubblicamente sui social.
Ma è davvero possibile? Negare a un danzatore di danzare è come impedire a un pesce di nuotare. La danza è nutrimento. Anche quando impedita, creatività e nervi si ribellano, danzando nel buio per conto proprio.
La scena è disturbante, spoglia, immobile. Quattro artisti sono fermi, seduti dietro un tavolo. I volti, bassi ma fieri. Le espressioni non sono abbattute. La loro è una conferenza di denuncia, megafono di una generazione di teatranti e danzatori. Parlano in farsi, una lingua ricca di storia. Solo uno schermo, nero come un chador, su cui scorrono le parole sovratitolate in inglese e italiano. Ogni parola è una danza interrotta. Non è un semplice discorso, ma una riflessione sull’arte negata. Le parole descrivono movimenti non permessi. In alcuni filmati immaginati, vediamo corpi e capelli danzare. Atti di ribellione nel silenzio. La danza diventa mentale.
Lo spettacolo racconta non solo il dramma degli artisti iraniani, ma anche la sofferenza di una nazione intera. La performance intreccia storie reali, come quella del regista Hamid Samandarian, costretto a rinunciare al teatro, che aprì un ristorante per continuare a creare attraverso il cibo. Le parole dei danzatori, pur immobili, sono forti. Sembra di vedere corpi invisibili che tentano di uscire dal silenzio di un cono d’ombra.
La drammaturgia richiama opere come “Vita di Galileo” di Brecht, dove la scienza è messa a tacere da una fede ottusa. Galileo fu costretto dall’Inquisizione a rinnegare la verità. La scena in cui batte tre volte il piede sulla terra diventa simbolo di questa lotta e leitmotiv di una scudisciata rivolta all’oblio. Qui, la stupidità di un regime teocratico uccide l’arte. L’arte, come i libri, finisce per essere cancellata. Heinrich Heine scriveva: «Dove si bruciano i libri, si bruciano anche gli uomini». L’arte è vittima del fanatismo e della censura. Distruggere l’arte è distruggere il pensiero.
Lo diceva anche Montale in “Non chiederci la parola”: dentro un regime votato alla morte, l’artista non può più comunicare. Qui, il danzatore non ha voce. La drammaturgia non fa concessioni. Il senso d’impotenza è forte.
Il silenzio assume una forza notevole. La tragedia di un corpo che non può muoversi si fa sentire. È simile ai versi di Quasimodo in “Alle fronde dei salici”, quando la voce svanisce nell’aria. La danza non è solo movimento, ma memoria e resistenza. Le parole dei danzatori diventano eco, anche se il mondo sembra non ascoltarle. La solitudine dell’immobilità è quella di chi sa che la libertà è distante.
Con il supporto del coreografo Mostafa Shabkhan, “We Came to Dance” sfida apertamente il regime iraniano. La domanda è: «Possiamo davvero impedire a un danzatore di danzare?» La risposta è un atto di resistenza. L’assenza fisica diventa coreografia mentale. Ogni movimento descritto è il desiderio di libertà, che si trasforma in pensiero e immaginazione.
Questo spettacolo è denuncia, ma anche speranza. Non è solo un omaggio al teatro, ma un invito alla riflessione e all’azione. A non dimenticare chi vive sotto regimi oppressivi. La sua forza non risiede nel movimento, ma nella capacità di resistere quando tutto sembra immobile. È un’arte viva, anche nell’afasia dei corpi. Non è un caso che “We Came to Dance” sia stato presentato al Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles. È una testimonianza di resistenza silenziosa, ma straordinaria. Un’arte che, pur costretta all’immobilità, continua a esistere.
Il progetto “Tables”, a cui appartiene questa performance, riflette sulle forme di espressione artistica in un mondo che limita la libertà creativa. Ogni spettacolo della serie interroga il ruolo dell’artista e del pubblico. “We Came to Dance” è una sfida che si conclude nell’immobilità. «Siamo venuti per ballare». Ma il ballo è nelle viscere. Nelle memorie del sottosuolo di Teheran. E nei sogni di chi non smette di coltivarli.
WE CAME TO DANCE
Ideazione, creazione e drammaturgia: Nasim Ahmadpour
Regia: Ali Asghar Dashti (per conto di Nasim Ahmadpour)
Interpreti: Hamid Pourazari, Ilnaz Shabani
Con la presenza di: Nasim Ahmadpour, Ali Asghar Dashti
Supervisione del progetto: Shahram Mokri
Coreografie: Mostafa Shabkhan
Video: Mohammadreza Rahmati
Disegno luci: Niloofar Naghibsadati
Graphic design: Farhad Fozouni
Tecnologia: Jafar Hejazi
Assistente alla regia: Fatemeh Rouzbahani
Produzione: Gruppo teatrale Don Chisciotte Coproduzione internazionale: BAM teatro / Kunstenfestivaldesarts
durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 3’
Visto a Milano, Teatro Filodrammatici per FOG 2025, l’8 febbraio 2025
