XY: la trilogia della paternità di Brioschi

Brioschi in Valentina
Brioschi in Valentina

Essere padri nel nuovo millennio è una sfida titanica dalla quale si può uscire schiacciati, impazziti, annientati. La letteratura contemporanea ha lasciato una nutrita bibliografia sulla figura del padre: da Kafka che lo tratteggiava come simbolo autoritario cui riconduceva i propri turbamenti da adulto, a Saba, che vi vedeva l’assassino per poi riconciliarsi con lui, a Elsa Morante, che ne “L’isola di Arturo” lo dipingeva come figura carica di fascino ma dai profondi chiaroscuri.
Altrettanto feconda sul tema è la letteratura psicoanalitica. Da Luigi Zoja a Vittorino Andreoli, passando per l’acclamato Massimo Recalcati, la psichiatria contemporanea cerca di definire i contorni di un rapporto quanto mai complesso, delicato, a volte pericolosamente evanescente.

E la drammaturgia contemporanea? Se (tralasciando gli antichi) nello scorso secolo Strindberg dava voce alle inquietudini e ai turbamenti dell’uomo moderno alle prese con la paternità ne “Il padre”, oggi la drammaturgia contemporanea ci racconta impietosamente le criticità di questa figura nella società liquida. Da “Odissea” di Mario Perrotta a “Reproduction” dei Phoebe Zeitgeist, il teatro contemporaneo è popolato di padri potenti ma assenti, latitanti o dimissionari. Un tema caldo, dunque, che ha coinvolto anche la rassegna “Nuove storie” di recente all’Elfo Puccini, dedicata al concetto di famiglia.

Nel progetto “XY” (con riferimento alla coppia eteromorfa di cromosomi che definisce il sesso maschile nella maggior parte dei mammiferi, incluso l’essere umano) l’attore e regista Emiliano Brioschi coinvolge tre drammaturghi contemporanei per altrettanti monologhi che scavano negli abissi della (in)coscienza paterna. Brioschi tenta così di far luce sul lato oscuro della paternità, verso cui non leva però nessun giudizio morale: si avverte anzi un’umanissima piètas, chiave di volta del lavoro.


In “Buddy Love” Renata Ciaravino dà voce a una delle pericolose tentazioni dell’uomo di fronte alla paternità: scaricare sul figlio le proprie frustrazioni, farne un alibi per i propri rimpianti.
Buddy Love, aspirante e mancata rockstar, suona la batteria nei pianobar di provincia lungo la riviera adriatica. Privo di carisma e con una marcata vocazione a fare da spalla al solista, Buddy Love trasuda rimpianti per una vita che non corrisponde ai suoi desideri, diametralmente opposta ai suoi progetti giovanili. Eppure c’è in lui una profonda tenerezza, un amore paterno profondo e incondizionato, anche quando afferma di sentirsi lontano da chi non cerca la felicità oltre il gesto quotidiano. La sua è una confessione amara, la frustrazione per una fama mai acquistata, la nostalgia per un rapporto con il pubblico che è maturato solo nel territorio della fantasia, con l’indicibile rimpianto di essere diventato padre.
L’ironia drammatica di Ciaravino tratteggia attraverso Brioschi un personaggio umanissimo per cui si può persino provare tenerezza: un uomo irrisolto, un innamorato deluso, tradito da se stesso e riscattato in parte da una paternità controversa.

In “Valentina” Giuseppe Massa percorre invece il territorio della ricerca spasmodica di un figlio, un desiderio di genitorialità ossessivo capace di disgregare la coppia e annientarne la parte più debole, in questo caso il padre.
Valentina è il nome che Anna, giovane fisioterapista, avrebbe scelto per la figlia che desidera avere con il compagno Michele, per la quale è in corso una meticolosa disamina dei possibili nomi e per cui sono già pronte tutine rosa confezionate dalla nonna materna. Peccato che Anna non sia ancora nemmeno incinta, e che Michele sia rimasto da poco senza lavoro.
La maternità assume qui i confini di una pericolosa ossessione che, stretta nelle pratiche per favorire la fertilità, rende sterile l’amore e annienta l’uomo, un futuro padre che non ha voce per gran parte del monologo, salvo poi urlare il proprio annientamento e dolore per una figlia mai nata.

Cristian Ceresoli (autore del pluripremiato “La merda”) in “La pratica del dolore” mette in scena il processo a un padre medico, autore di una crudele crociata: è accusato di aver praticato tredici aborti su feti sani, ingannando le madri. All’origine del folle gesto c’è l’abisso dell’uomo, che ha perso la propria figlia. In un cortocircuito di nevrosi, egli crede così di salvare altri padri dallo stesso dolore. Ne nasce un monologo intricato, noir, che non risparmia dettagli macabri, approdando a una dimensione introspettiva.

Emiliano Brioschi dà vita a tre personaggi complessi, tre drammatiche derive della paternità restituendo la genuinità della dimensione umana e risparmiando qualsiasi moralismo. Muovendosi all’interno di una scenografia essenziale – uno sgabello, una sedia, la riproduzione delle due lettere XY illuminate sul fondo, un manichino femminile e un accenno di un set fotografico fatto di ombrelli e lampade -, Brioschi mantiene un ritmo serrato per una narrazione policromatica.
Tre interpretazioni decise, asciutte, che riescono a passare dall’ironia di Renata Ciaravino al dramma psicologico di Massa, al finale distopico di Ceresoli.

XY – Nuove Storie
un progetto di e con Emiliano Brioschi
“Buddy love” di Renata Ciaravino
“Valentina” di Giuseppe Massa
“La pratica del dolore” di Cristian Ceresoli (opera insignita del Ferdinand Vanek Price)
luci Claudine Castay
fonica Namas Production
Today Produzione in collaborazione con ERT Emilia Romagna Teatri Fondazione – in collaborazione con ATER Associazione Teatro Emilia Romagna – con il sostegno di Mixitè Festival Milano

durata: 1h 25’

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 18 maggio 2018

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