Culture a Sistema. Lo sguardo dello spettatore

Animalità residua di Teatro Deluxe

Animalità residua di Teatro Deluxe (photo: Claudio Oliva)

Un sabato sera a Roma, più precisamente a Testaccio. Un quartiere gremito di locali, pub, night e ristoranti spesso pieni di gente che raccoglie il suo svago settimanale. Ma la folla, in questo sabato di inizio maggio, si sposta altrove inaspettatamente, si dirigono tutti a La Pelanda all’interno del MACRO (Museo di Arte Contemporanea di Roma).

L’evento che ha richiamato un pubblico così numeroso è Culture a Sistema, ideato e organizzato dal coordinamento CulturaBeneComune, una rete attiva nel tessuto culturale e artistico della Regione Lazio, sostenuto da Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e dalla Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali.  

Il convegno è stato un’occasione di incontro e confronto tra operatori, compagnie, artisti, realtà in movimento, spazi ed istituzioni italiani ed europei, per affrontare le attuali politiche di desertificazione, ma soprattutto per progettare un “altro” sistema culturale.

Partendo infatti dalla consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale del “sistema cultura”, si è proposto di individuare nuove prospettive e strategie alternative, elaborate direttamente da parte di chi lavora in questo settore, per delineare un sistema culturale plurale, accessibile, etico e sostenibile.
Da qui il confronto su temi specifici attraverso piattaforme di lavoro (dal Welfare alla ricerca artistica contemporanea, dalle sperimentazioni negli spazi urbani alle soluzioni possibili sulle politiche culturali future, dalle azioni culturali nei territori ai nuovi modelli di organizzazione e produzione artistica).
I tavoli sono stati animati da realtà nazionali e internazionali in modo da mettere a confronto sistemi e logiche differenti.


Ma a conclusione della tre giorni, che si siano o meno trovate valide soluzioni alternative, nella serata di sabato 5 maggio, il vero protagonista del convegno/evento è stato soprattutto il pubblico. La folla curiosa e partecipe ha letteralmente invaso gli spazi de La Pelanda coprendo con la sua presenza persino le performance proposte, rendendone difficile la visione o addirittura impedendola. Moltissima gente è rimasta a bocca asciutta dopo mezz’ora di attesa per l’impossibilità di entrare nella sala interna o per la difficoltà di oltrepassare con lo sguardo il folto muro di persone negli spazi esterni. Sicuramente la gratuità dell’evento ha favorito questa condizione, ma vien da chiedersi se non fosse possibile organizzare l’evento garantendo la visione delle performance evitando file, spintonate e delusioni. E ancora, il richiamo dell’ingresso gratuito può così tanto?

Al di là di questo, grandissimi applausi e addirittura urla di giubilo sono stati dedicati allo spettacolo “Felliniana” realizzato da Ondadurto Teatro diretto da Marco Paciotti.
Nato in occasione del Primo Festival Internazionale di Cinema di Roma del 2006 e totalmente ricreato nel 2010, “Felliniana” si presenta come un omaggio al grande regista italiano e per questo sostenuto e patrocinato dalla prestigiosa Fondazione Fellini.
Ispirato a capolavori quali “La Dolce Vita”, “Amarcord”, “E La Nave Va”, “La Strada”, “Le Notti di Cabiria”, “Boccaccio’70”, ha sorpreso il suo pubblico grazie ad immagini di forte impatto, ironia, colpi di scena e poesia. Le coreografie acrobatiche, gli effetti di luce, i giochi d’acqua, ma soprattutto l’ingresso in scena di grandi macchinari scenici in movimento, impalcature e suggestive immagini videoproiettate, hanno determinato un grande successo.

Ondadurto Teatro si è dimostrata una compagnia in grado di coniugare abilità performativa, teatro di strada, acrobatica, danza e virtuosismi scenotecnici, in uno spettacolo leggero, allegro e piacevole. La videoproiezione è parte integrante della pièce e la collaborazione con il video-maker Cristian Paraskevas ha portato all’ideazione d’immagini evocative e allo sviluppo di un linguaggio multimediale originale. Le macchine di “Felliniana” sono il frutto della ricerca nell’ambito delle scenografie che la compagnia compie sin dal suo esordio.

Finito di acclamare Ondadurto Teatro, la folla-pubblico è sciamata dividendosi tra spazi esterni ed interni, tra performance e installazioni.
Nel cortile antistante l’ingresso un folto gruppo di spettatori interessati e non, con alle spalle il bar, la birra in una mano e la sigaretta tra l’altra, si è svolto  avvolto dai suoi ritmi di un rock malinconico lo spettacolo “Areò” di Settimo Cielo, InnESTi e Officina E.S.T.

Nello stesso momento gran parte di pubblico ha riempito l’atrio interno nell’attesa speranzosa di accedere alle performance “Discontinuo” di Sistemi dinamici altamente instabili e “Uno nessuno e gli altri dentro di te” di Anagrama.

L’espressione dei volti delle persone di passaggio, tra le conversazioni futili di uno stanco sabato sera, si è fatta improvvisamente attonita, perplessa e allo stesso tempo curiosa di fronte all’installazione enigmatica “Animalità Residua” di Teatro Deluxe: un monolite bianco, centrale e solitario con attaccato una piccola pelliccia.
Per un lungo lasso di tempo nulla più, fino a quando gli occhi ormai abituati all’oggetto, ancora distrattamente osservato, vengono rapiti di colpo. Una piccola vibrazione e dalla pelliccia esce fuoriesce una vita, una mano fino al gomito. I suoi movimenti, impercettibili inizialmente per poi stupire con scatti, con precisione rapiscono il pubblico che pian piano diviene sempre più numeroso. L’esperimento è visivamente impressionante, seppur comunichi un messaggio non del tutto chiaro, ma che, in qualche modo, trasmette una certa sensazione di inquietudine.

Presentato come “totem”, viene definito dai creatori Claudio Oliva e Vera Michela Suprani “paradossale custode di un’umanità in cerca di fuga dalla propria destinazione mortale. Macchia nel ghiaccio di un tempo immisurabile, esso restituisce brandelli di corpo in cerca di un dialogo sulla rinviabilità della fine, evento di un futuro certo che da solo basta a spingere l’essere cosciente alla ricerca di una via d’uscita”.  Probabilmente ha lasciato traccia di sé nella memoria dei tanti occhi che hanno seguito ogni piccola vibrazione delle dita della performer, fino al momento in cui non si è ritirato nell’infinitezza del tempo, che da sempre nella storia dell’uomo è stata rappresentata dalla forma del monolite.

Il convegno Culture a Sistema, oltre ad essere stato un luogo di incontro per operatori del settore sulle importanti tematiche della politica culturale e la ricerca (come la trasformazione dello spazio urbano attraverso l’arte; l’arte come strumento di inclusione sociale; le reti nazionali in relazione alle esperienze europee; il riconoscimento degli operatori culturali; le reali possibilità di accesso ai finanziamenti pubblici e il rapporto e le ipotesi di sviluppo del settore dello spettacolo) ha dato voce soprattutto ad un’esigenza forte di vivere l’arte in ogni sua espressione da parte delle persone, un bisogno che va in controtendenza con le decisioni di una politica spesso cieca e sorda nei confronti dei lavoratori dello spettacolo, sostenuti – al di là delle difficoltà economiche personali – dal pubblico e dalla tenacia di organizzazioni come quelle di Cultura BeneComune, che fronteggiano il definanziamento costante ai danni di arte e cultura. 
 

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