Da Brecht al Mulino di Amleto benvenuti a Mahagonny, la nostra città

Il Mulino di Amleto alle prese con Brecht (photo: Tiziana Lorenzi)

Il Mulino di Amleto alle prese con Brecht (photo: Tiziana Lorenzi)

Italo Calvino ha scritto che “le città, come i sogni, sono costruite di desideri e paure, anche se il loro filo del discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Non fa eccezione la città di Mahagonny, raccontata da Bertold Brecht e musicata da Kurt Weil in “Ascesa e caduta della città di Mahagonny”, opera che debuttò a Lipsia nel 1930 e in cui si parla di una città in cui tutto, grazie al denaro, è lecito. Un testo perfettamente inserito nel tempo della Repubblica di Weimar, ma contemporaneamente fuori e oltre tali coordinate, a predirre la futura società dei consumi e non solo, come ha dimostrato anche la riscrittura e l’attualizzazione operata dalla compagnia Il Mulino di Amleto, al suo debutto lunedì sera a Torino.
Ospitato alle Fonderie Limone nell’ambito del XX Festival delle Colline Torinesi, lo spettacolo “Mahagonny. Una scanzonata tragedia post-capitalistica” è fra i vincitori di Scene allo sBando, progetto sostenuto della Compagnia di San Paolo.

I nove attori in scena (accompagnati al pianoforte da Gianluca Angelillo) reggono abilmente le fila di una narrazione serrata, con un ritmo rapido e costante, scandito dalla suddivisione in capitoli, che diventano momenti e frammenti di vita della città di Mahagonny.
Fondata in un ipotetico deserto dell’Alabama, la città si presenta come luogo d’elezione del desiderio e degli eccessi senza limite: cibo, sesso, denaro, violenza, alcool.
Ben presto mostrerà il suo volto di città-trappola, infernale, in cui anche dio è ludibrio; un luogo che, mentre vorrebbe raccogliere esuli e individui colmi di desideri, diventa invece foriera di eccessi e divieti, talvolta assurdi, come quello delle donne di imprecare, o di usare luci non bianche nel periodo natalizio.
Se torniamo per un momento a Italo Calvino, e al suo capolavoro di tecnica combinatoria “Città Invisibili” possiamo ritrovare alcune analogie tra Mahagonny e Ottavia, la città-ragnatela in cui l’esistenza individuale è ribaltata, e ogni cosa “invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo”.

Anche Mahagonny è, in senso etimologico, una città straordinaria – e tale si rivela nella narrazione del Mulino di Amleto -, capace di leggere negli animi e nei pensieri dei vagabondi che vi giungono prima che si addormentino, basata su un presente eterno, in cui il denaro è il veicolo primario.
Essa però disvelerà la sua vera natura e allora i desideri lasceranno il posto ai divieti, l’amicizia alla solitudine, la favola alla realtà spietata e dannatamente umana del ciclo della vita. Per questa ragione, come in Calvino “sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città” poiché essi “sanno che più di tanto la rete non regge”, così a Mahagonny Paul, taglialegna protagonista della narrazione, si renderà conto a un certo punto che a quell’esistenza di lussi e di sconfinamenti, perennemente sensuale, ‘qualcosa manca’.

Eppure il racconto resta ‘scanzonato’, poiché in tali coordinate si dispiega la grande illusione dell’umanità; la messa in scena conduce lo spettatore a numerosi momenti di coinvolgimento ilare, goliardico a tratti, e lo stupisce nel finale delicato.
Se non si percepisce la mancanza, soprattutto nelle scene corali, di un po’ di retorica della commozione, è perché la scelta della regia rivela come, nel mezzo di una fiaba – quella che gli abitanti di Mahagonny credono e vorrebbero vivere, affidata alle parole del narratore – inesorabilmente la bolla si frantumi nella trappola che gli abitanti stessi hanno creato.
I loro sogni in fieri sono riportati irrimediabilmente alla realtà, anche i più nobili di cui è foriero Paul, nonostante l’appagamento appassionato e gli eccessi senza freni permettano loro, per un certo tempo, di vivere tra le illusioni di tutto ciò che il denaro può comprare.

Questi giovani (e bravi, davvero bravi) attori somigliano a tutti noi. Sono come funamboli in bilico nella trappola, o rete, che sovrasta le rispettive esistenze; fanno i conti con l’abbandono, la morte, si ritrovano in mano granelli di sabbia, consapevoli – come ci racconta il regista Marco Lorenzi – che “la vita è una barzelletta che non fa ridere nessuno”.

Mahagonny. Una scanzonata tragedia post-capitalistica
di Il Mulino di Amleto
regia Marco Lorenzi
tratto da Ascesa e rovina della città di Mahagonny di Bertolt Brecht
con Lorenzo Bartoli, Mauro Bernardi, Fabio Bisogni, Yuri D’Agostino, Elio D’Alessandro, Andrea Fazzari, Federico Manfredi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella
musiche dal vivo Gianluca Angelillo
disegno luci Monica Olivieri e Dardo Gabriel Fernandez Franco
assistente alla regia Alba Maria Porto
ideazione scenica Farwaste
produzione Il Mulino di Amleto
lo spettacolo conclude il progetto Breaking Brecht, realizzato con il contributo della Compagnia di San Paolo nell’ambito di Scene allo Sbando
presentato in collaborazione con Teatro a Corte

durata: 1h 42′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Moncalieri (TO), Fonderie Limone, il 15 giugno 2015
Prima nazionale

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