Quei giovin’Astri di Anagoor sulle tracce di Mariano Fortuny

Fortuny di Anagoor

Fortuny di Anagoor (photo: anagoor.com)

“giovin’Astri” è il titolo scelto dal direttore artistico Giancarlo Cauteruccio per la sesta edizione di Zoom festival, rasssegna che si conclude oggi a Scandicci (FI), e che ha offerto una panoramica sui talenti emergenti di teatro, danza, performance e video installazioni. Questa edizione ha voluto essere, secondo le parole del direttore “un atto di fiducia e di speranza. Perché ogni progetto che riguardi le giovani generazioni, come fa Zoom a Scandicci, si costruisce dosando e nutrendo questi due sentimenti: la fiducia e la speranza”.

Ed è qui che, martedì scorso, abbiamo assistito a “Fortuny” del gruppo veneto Anagoor, spettacolo ispirato dalla figura di Mariano Fortuny, pittore, scenografo, fotografo, scultore, architetto… insomma “poliedrico artista ossessionato dalla bellezza di Venezia”.

Tre ragazzi incappucciati partono al seguito di una figura femminile luccicante nella sua vernice dorata e intraprendono un viaggio che li vedrà indossare vesti monastiche, crisalidi dalle quali rinasceranno lucenti e colorati.

Il tutto attraverso un dedalo di movimenti, immagini e atmosfere, dove fanno da sfondo i famosi tessuti dell’artista andaluso, menzionati anche nella “Recherche” proustiana. Questi, simbolicamente, aprono e chiudono la performance.

Nel percorso di questa “drammaturgia per immagini”, uno schermo ci offre una galleria di volti deformi, deturpati da percosse o da malattie che ne squartano la bocca, immagini scioccanti che sembrano richiamare violenza e malattia, ma che al contempo restituiscono un fascino barocco per ciò che è malato e deforme. E in un continuo rimando a Venezia per immagini e atmosfere, in una nebbiolina lagunare che sembra avvolgere il pubblico in sala, cala dall’alto il dipinto di Tintoretto “San Marco salva un saraceno durante un naufragio”.
Ecco che la tela viene incisa con una lama e dalla ferita sgorga polvere d’oro che avvolge uno dei protagonisti, sì tramutato in una figura luccicante, che nasce improvvisa dalla tonaca-crisalide che ha da poco abbandonato.

Così accade per gli altri due viaggiatori, ora figure luccicanti colorate di verde e di nero. Evidente il rimando allo studio “How much fortune can we make?”, portato in scena dal gruppo veneto al Contemporanea Festival 2010 di Prato, dove la medesima azione differiva solo nella scelta del dipinto, che in tale occasione era il telero di Vittore Carpaccio “Miracolo a Rialto”.

La ricerca di Anagoor si muove ancora una volta in direzione del rapporto tra rappresentazione e fruitore. E questo vale anche per la performance di Scandicci, che ruota attorno al rapporto tra presente e passato, tra origine e uso contemporaneo di immagini, tra tempesta e fortuna, in un intreccio di danza, enigmi, tessuti, destini, dolore e memoria.
Sullo sfondo viene evocata una Venezia rinascimentale, splendente e ricca, sfarzosa e mercantile, in un continuo “mettere in luce” il rapporto tra fortuna e tempesta, sottolineato dalla scelta del dipinto, dove tre figure intente a remare, sporgendosi dai bordi di un’imbarcazione travolta dall’impeto dei marosi, tentano di soccorrere i naufraghi caduti in acqua. Ma sarà solo uno ad essere salvato dall’intervento miracoloso di san Marco.

In “Fortuny” ciascuno spettatore compie un personale viaggio, in una complessità di riferimenti e significati che lascia ampio margine interpretativo. È un lavoro forse troppo concettuale, e questo rappresenta la forza e al contempo il suo limite. All’uscita si notano, tra gli spettatori, alcune facce perplesse. Forse perché in tutti questi rimandi iconografici, nell’insistita ricerca di atmosfere evocative, si rischia talvolta di perdere un po’ di vista la sostanza, lasciando che sia la forma a prendere il sopravvento.
Si ha come la sensazione che certe scelte, certi stilemi, non derivino da una necessità di fondo ma siano guidati dall’esigenza di seguire dettami che, nel teatro contemporaneo, si stanno affermando con forza. Questo senza nulla togliere al lavoro di Anagoor, che nell’insieme è molto curato, interessante, ben strutturato e senza alcun dubbio meritevole di attenzione.

FORTUNY
ideazione: Simone Derai, Moreno Callegari, Marco Menegoni
con: Anna Bragagnolo, Pierantonio Bragagnolo, Moreno Callegari, Marco Menegoni
coreografia: Anna Bragagnolo, Simone Derai, Moreno Callegari, Pierantonio Bragagnolo
ideazione scene e costumi: Simone Derai, Moreno Callegari, Marco Menegoni
progettazione e realizzazione scene e costumi: Simone Derai, Serena Bussolaro, Mauro Parolini, Silvia Bragagnolo, Sabrina Pozzobon
materiale fotografico: archivio fotografico Fortuny, Gallerie dell’Accademia Venezia, Ernst Friedrich
video: Simone Derai, Marco Menegoni
musiche: Marco Menegoni, Paola Dallan
arrangiamento e canti: Paola Dallan, Emanuela Guizzon
arrangiamento per organo: Anna Furlan
regia: Simone Derai
produzione: Anagoor
coproduzione: Città di Venezia / Teatro Fondamenta Nuove, Centrale Fies, Operaestate Festival Veneto
in collaborazione con: Museo Fortuny e Fondazione Musei Civici Veneziani, Contemporanea Festival/Teatro Metastasio Stabile della Toscana
con il patrocinio di Regione del Veneto
si ringrazia: Fortuny spa, Pallucco srl
con il supporto di Apap Network Cultur Program of European Union
durata: 57′
applausi del pubblico: 51”

Visto a Scandicci (FI), Zoom Festival, il 6 dicembre 2011

No Comments

  • Massimo Rini ha detto:

    è vero. Tutte le giovani compagnie si stanno adeguando e autoinfluenzandosi a vicenda nella creazione di nuovi stilemi. Sono risultati di perizia estetica e tecnica-poetica notevole ( muta imago, anagoor, sotterraneo) ma sostanzailmente affossano il teatro di racconto di storie, di fiction. Ruolo ormai che viene delegato al solo cinema. E che bei risultati ne vengono fuori. Guardarsi i film vincitori al TFF per rendersene conto. Il cinema di storie è in salute!!! MA il teatro no. E mi dispiace. ( tengo presente dei moltissimi spettacoli di racconto di storie..ma lì c’è una stagnazione…le robe di Cosentino, De Summa, Vacis Hasta siempre, Civica..tengono duro a riguardo…perchè badate: ci può essere qualcosa di mezzo tra il capocomicato (Ferrini) e il nuovo teatro di regia (Rifici)..e senza cadere nel rischio di fare il teatro fighetto. Che ricordiamoci, è figo…ma è solo per spettatori già addentro a un certo linguaggio. LA colpa di tutto ciò è delle istituzioni accademiche italiane e dei teatri stabili ( primi tra tutti Paolo Grassi e Silvio d’Amico) che hanno impoverito la ricerca sul teatro NON DI PAROLA, NON DI NARRAZIONE, ma di racconto di storie. Paolo Sorrentino fa teatro di narrazione? che cazzata.. no…ma racconta storie con il graffio dell’espressività visuale- E allora…non può essere còsì anche a teatro? e per creativi under 30?

  • Marco Menini ha detto:

    Gentile Massimo Rini,
    grazie del commento. Quello che dice merita attenzione.
    Credo che sarebbe interessante, riguardo a ciò che lei afferma, la lettura del bellissimo saggio di Renè Girard “Menzogna romantica e verità romanzesca. Le mediazioni del desiderio nella letteratura e nella vita”, che rappresenta un interessante spunto di riflessione riguardo a certe tendenze presenti nelle creazioni di alcune giovani compagnie emergenti italiane, osannate da critica e pubblico. Forse, più che parlare di “teatro fighetto”, come lei afferma, si potrebbe parlare, prendendo spunto dalle tesi di Girard, di teatro che “piace alla gente che piace”.
    Aggiungo che, per fortuna, ci sono anche compagnie giovani che “raccontano storie”. Basti pensare alla compagnia EmmeA’ teatro, che meriterebbe più attenzione. E si potrebbero fare tanti altri nomi.

  • Massimo Rini ha detto:

    Penso che la parola fighetto risulti particolarmente odiosa alle orecchie di chi lavora profondamente, e quindi ritengo di porgere le mie scuse.

    Sento la necessità di un teatro narrativo, o se anti-narrativo lo voglio libero, su strada, aperto, curioso, giocoso e per tutti, possibilmente fuori dalle rassegne perché le rassegne estromettono 1)il pubblico extra borghesia intellettuale 2)il pubblico che non va a teatro, fascia che mi sta particolarmente a cuore. Un tredicenne qualsiasi, ad esempio.

    Proprio un certo tipo di teatro anti-narrativo ( ma così fortemente narrativo, perché molto concettuale, cioè ricco di un idea) lo vorrei aperto, utilizzabile, come certe robe di arredo urbano, che le prendi le vivi ci stai le “usi” ( con gli occhi, le mani…), ci passi ogni giorno. Una cosa aperta che stimola la mente di chi passa

    le meravigliose costruzioni visive-gestiche di molti gruppi di cui stiamo parlando farebbero la gioia della mente di molte più persone di quelle che si possono incontrare come il pubblico delle rassegne, che è un pubblico alcontempo vivo e morto.

    tutto ciò è molto personale, e non so se arriva il mio messaggio, che è sostanzialmente una non-accettazione del luogo teatro- assistere a- andare a sedersi di fronte – per un certo tipo di creazioni, che vorrei altrove per farle fiorire meglio

    a teatro, quelle creazioni lì, diventano “fighette”. Cioè belle e per pochi.

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