Fra stati di coscienza e visualizzazioni, sorseggiando un the. Francesca Proia arriva a Pulsi

The breathing us - Francesca Proia e Danilo Conti
The breathing us - Francesca Proia e Danilo Conti

The breathing us – Francesca Proia e Danilo Conti (photo: Futura Tittaferrante)

Dopo la partenza dei laboratori e la serata di anteprima, il clou della IX edizione del festival Pulsi si svolgerà questo fine settimana e verrà inaugurato domani, 9 novembre, da “The breathing us”, spettacolo che arriva a Milano dopo il debutto al Festival Vie di Modena.
E’ il più recente lavoro originato dalla collaborazione, nata nel 2004, tra la coreografa, danzatrice e performer Francesca Proia con Danilo Conti, autore, attore e regista.

La nuova tappa del percorso coreografico unico e particolare della coppia sarà un lavoro focalizzato sull’aspetto energetico del corpo in rapporto a oggetti, spazio, relazioni e percezione: in due ore i due artisti incarneranno i passaggi in variazioni di stati di coscienza, attraverso particolari visualizzazioni, moduli respiratori, tensioni sensoriali e sogno lucido. Il tutto averrà in una scena completamente bianca, in cui anche il pubblico avrà la possibilità di immergersi, allungandosi su un tappeto e sorseggiando un the.

«Una volta, in un libro, ho letto una frase del danzatore butoh Tatsumi Hijikata che diceva: “Una danza fissata minuziosamente per essere guardata è poco interessante”, idea radicale che porta l’attenzione sul fatto che l’atto performativo dovrebbe essere portatore di vita, anche nel senso organico del termine – spiega Francesca Proia, alla quale abbiamo domandato cosa rappresenta l’improvvisazione, sulla quale Pulsi da sempre si interroga -. Nel mio lavoro “The breathing us”, tuttavia, che si interroga su come rendere visibile il campo di energia che letteralmente avvolge una coppia, alla base c’è una coreografia, intesa come supporto affinché il lavoro sull’energia possa esprimersi».

Partendo dal filo conduttore di questa edizione del festival, lo sguardo, Pulsi intende porre la questione su cosa e come vedono gli occhi durante un’azione improvvisativa.
«Nel caso di “The breathing us” il pubblico è illuminato, ed è posto in una condizione particolare (a terra vi è un pavimento morbido), in modo che possa distendersi e guardare il soffitto, muoversi, e alzarsi. In questo modo le persone possono capire quanto la posizione corporea è in grado di variare la percezione dell’energia. Ad esempio, stare immobili attrae l’energia. Ma non si tratta dello “stare fermi” che caratterizza il teatro. Si tratta di sperimentare lo stato del corpo durante la visione. Allora, durante la performance capita che, proprio lo stare del pubblico, attragga il mio sguardo, perché è un occupare lo spazio in modo cosciente, legando l’attenzione al corpo» spiega Francesca.
Circa la questione dello sguardo dal punto di vista del performer ci racconta: «Durante una performance tengo a volte gli occhi chiusi. Gli occhi chiusi vedono lo spazio ombra che pervade e circonda il corpo, l’esistenza senza la forma. Gli indiani rappresentano questo spazio come una stanza nera con quattro pareti, e sul pavimento, vicino alla parete posteriore, c’è un piccolo buco; lì è lo spazio di sushumna nadi, il canale sottile che porta fino ai centri inferiori».


I collegamenti con le pratiche dello yoga sono molto forti; nomi e riferimenti apparentemente lontani fanno parte del percorso formativo di Francesca Proia, ricco di collaborazioni. Tra queste, l’esperienza con la coreografa Monica Francia, con il danzatore butoh Masaki Iwana e con Romeo Castellucci per la creazione del progetto “Tragedia Endogonidia”.
Quella di Francesca è una ricerca a campo aperto sul corpo in relazione alle filosofie e alle arti che lo rappresentano, e dimostra perché l’artista sia considerata tra le più singolari ed evocative del panorama della danza italiana.

Non smentisce la sua originalità nemmeno quando ci chiede: «I nostri occhi hanno la capacità di bere? Di succhiare?», per rispondere a una delle domande proposte da Pulsi quest’anno: i nostri occhi hanno la velocità del suono? Del movimento? Saranno le stesse performance a tentare di rispondere.

Nella sua ricerca sullo sguardo, Pulsi si proporrà di indagare anche il rapporto tra fotografia e improvvisazione, cercando di capire se sia possibile per un fotografo fermare in uno scatto un’azione improvvisativa. Domanda che abbiamo girato anche a Francesca: «Banalmente credo di sì, credo sia come fotografare una tigre, per cui è necessario divenire invisibili per un attimo per poterne catturare un istante di essenza, anche se non sono fotografa e non lavoro sull’improvvisazione in senso stretto, e forse è una domanda a cui non so rispondere».

È invece una risposta più appassionata quella che chiude la nostra conversazione, in attesa di assistere e partecipare a “The Breathing us”: può esistere una “drammaturgia dello sguardo”? «Per me esiste una drammaturgia dell’energia, in base alla quale lo sguardo del pubblico si muove. E’ una drammaturgia che procede per sparizioni, fantasmi che si affacciano, lampi di forza, coaguli e dissoluzioni nello spazio».

In chiusura il video che documenta la prima serata di Pulsi con Pit-Stop#1 performance per uno spettatore a cura di Strasse e I Figli di Pulcinella (ex Delirium jazz band) in concerto

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