I Teatri del Sacro 2019. Le sette opere di Misericordia invadono Ascoli

Acquasantissima, diretto e interpretato da Fabrizio Pugliese
Acquasantissima, diretto e interpretato da Fabrizio Pugliese

Sono ormai dodici anni che frequentiamo il festival biennale de I Teatri del Sacro che, dopo quattro edizioni realizzate a Lucca, si è spostata quest’anno, con eguale successo, nelle Marche, nella splendida Ascoli.
La manifestazione, organizzata da Federgat in collaborazione con Acec, Fondazione Comunicazione e Cultura e l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei, è dedicata ai temi della spiritualità e della tradizione religiosa. Quest’anno, dal 19 al 23 giugno, ha visto in scena dieci spettacoli, di cui sei prime nazionali e l’esito di un laboratorio curato da Monica Morini e Bernardino Bonzani per OTS Lab.
Hanno partecipato al bando circa 250 compagnie: 78 con progetti inediti e 147 con progetti di spettacoli già realizzati. Per tre giorni abbiamo seguito il festival, assistendo a sette spettacoli, che hanno affrontato il tema del sacro in modo assolutamente diverso, sia nei contenuti che nella forma, proposta spesso anche in modo anomalo. Il tema che ha collegato tutte le creazioni è stato in questa edizione quello delle sette opere di Misericordia.

“Pregare Dio”
“Solitudo”, nato da un’idea di Fabio Castello, partendo dal testo “Ogni cosa alla sua stagione” di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose, dove la compagnia ha soggiornato una settimana, si concentra sulla figura del Monaco come fonte primaria di vita spirituale, misurandosi in una performance senza parole in collegamento costante con oggetti diversi.
Tre performer si muovono in silenzio in uno spazio spoglio dove sono disseminate solo assi di legno di diverso formato. Le raccolgono, le posano sulle spalle, formano tavoli su cui scivolano coppe argentate mentre porzioni di mele, simili a barche vengono offerte al pubblico in un gioco di umile semplicità che rimanda in modo impercettibile, teatralmente prezioso, alla quotidianità della vita monacale. Piano piano le assi verranno alla fine poste in verticale, simulando l’ergersi di un’immaginaria basilica, simbolo della Chiesa stessa.

“Seppellire i morti”.
Anche “Piccoli Funerali” è uno spettacolo assai particolare, dove Maurizio Rippa, straordinario contralto maschile, accompagnato alla chitarra da Amedeo Monda, regala, con accento accorato, a una dozzina di esistenze dal crudele destino spezzate, un brano musicale di estrazione diversa. Alternando “Cuccurrucù Paloma” a Elvis Presley, narra allo spettatore di vite percosse dal mare, di mogli uccise dai mariti, di preziosi regali offerti dai padri ai figli in punto di morte, di speranze disilluse. E alla fine, come fosse una vera e propria comunione, gli spettatori si avvicinano, sussurrandogli all’orecchio il nome del caro estinto a cui dedicare l’ultimo canto. Performance delicatissima, espressa con un canto melodioso, intriso di pietas di laica umanità.

“Ammonire i peccatori”.
“Acquasantissima” esplora invece, attraverso la sapiente narrazione, modulata su registri diversi, di Fabrizio Pugliese che con Francesco Aiello ha scritto il testo, le aberranti similitudini che avvengono tra cultura mafiosa e cattolica.
Lo spettacolo ci mostra in modo esemplare questo particolare connubio, raccontandoci tutti i rituali che contrassegnano il rapporto tra il vecchio padrino Salvatore e il suo figlioccio Santino, reo di non aver seguito le regole del clan, che gli imponevano la falsa moderazione, con un atto che grida soprattutto vendetta al cielo, lo stupro di una sposa nel giorno delle nozze.
La messa in scena di “Acquasantissima” si muove intorno ad un inginocchiatoio, attraverso una ritualità verbale che mischia continuamente il sacro con il profano, entrando in modo diretto nelle viscere della problematica, restituendone allo spettatore tutte le valenze più profonde e spesso sconosciute.

“Accogliere gli stranieri”.
“Sporco Negro” di Kronoteatro entra di petto nella problematica del razzismo, cancro sempre più presente nel nostro Paese, imbastendo una sorta di varietà razzista che, attraverso movenze danzate, canzoni, sketch, giochi con il pubblico, mette lo spettatore di fronte a tutti gli stereotipi e ai luoghi comuni che hanno invaso la nostra cultura sulla “negritudine”. Poi, con felice azzardo, tutto ciò si mescola sia con interviste dirette ai migranti di oggi, sia con le immagini dei caroselli pubblicitari del secolo scorso, dove troneggiava Calimero, il famoso pulcino nero o, peggio ancora, si intrecciavano personaggi di un’Africa indistinta piena di semplificazioni aberranti.
Sul palcoscenico conducono il gioco due attori non professionisti del Gambia, Bubacarr Bah e Alhagie Barra Sowe, partecipanti ai laboratori di Kronoteatro, e Tommaso Bianco, membro storico della compagnia. Si ride amaramente di noi, dunque, in uno spettacolo, forse troppo facilmente, esemplificativo di come il razzismo ci ha sempre imbevuto, ricordandoci nel bellissimo finale come anche noi siamo stati migranti.

Sporco negro (photo: Alex Nesti)

Sporco negro (photo: Alex Nesti)

“Sopportare le persone moleste”.
“U Figghiu” di Saverio Tavano racconta in calabrese il rapimento, nel giorno della processione di Pasqua, della corona di spine dalla statua di Cristo da parte di Saro, il figlio di Nino e Concetta, ragazzo schizofrenico che ora si crede Cristo.
Il gioco tra realtà e follia, tra quotidianità e ritualità, si intreccia in modo potente, anche se ancora solo in nuce e da approfondire, nel rapporto tra madre, padre e figlio, restituendoci uno spaccato interessante di come il sacro faccia ancora parte del sentire del nostro Paese.

“Insegnare agli ignoranti”.
“Simeone e Samir, dialoghi notturni tra un cristiano e un musulmano”, infine, continua dopo “Leila della Tempesta” il percorso teatrale di Alessandro Berti sul rapporto dialogico tra le varie religioni, raccontando sul filo del libro di Ignazio De Francesco l’incontro tra due uomini, un cristiano e un musulmano, situato ai tempi dell’incontro tra San Francesco e il Sultano, ottocento anni fa.
Berti e Sergio Brenna “sono un medico cristiano apostata, furbetto, inquieto, e un brigante islamico tutto cuore e devozione che fanno assieme scontrandosi un percorso di conoscenza obbligato, poi dibattono, poi ricordano, infine arrivano a cantare e addirittura danzare assieme, prima di un finale inaspettato in cui dovranno decidere se e come continuare la fuga da chi per vari motivi li sta braccando”.
Uno spettacolo che mescola il canto con il dibattito del pensiero, in una cornice di studiata semplicità.

“Perdonare le offese”.
“Settanta volte sette” del Collettivo Controcanto, sul tema del dolore, è lo spettacolo per noi più interessante di questa edizione dei Teatri del Sacro, e ve lo racconteremo nei prossimi giorni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *