Fattoria Vittadini. La danza sul confine di John Doe

John Doe - Fattoria Vittadini

John Doe – Fattoria Vittadini (photo: Claire Pasquier)

Se esiste un confine, lì ci si deve fermare. Disperato, o meglio senza speranza, John Doe cerca di superarlo. In Messico, infatti, questo nome identifica il cadavere di chiunque abbia cercato di darsi alla clandestinità fuggendo negli Stati Uniti.

In Italia, invece, “John Doe” è il titolo del nuovo prodotto di Fattoria Vittadini: approdo coreografico di un percorso iniziato nel 2009, e presentato, prima in forma di studio al Festival MilanOltre del 2010, e ora, al Teatro Ringhiera di Milano, la casa dell’Atir di Serena Sinigaglia, che quest’anno ospita in residenza il gruppo milanese, giovane formazione made in Scuola Paolo Grassi, ma che già si muove come una compagnia di danza matura.

Qui, infatti, Fattoria Vittadini presenterà in totale sette diversi lavori, produzioni originali ma diversamente “contaminate” attraverso la condivisione con Atir e, quindi, l’incontro con i suoi amici, come il collettivo Drag King, con cui i giovani danzatori andranno in scena. “Per un po’ basta garage, basta locali notturni adibiti a sala prove, basta piastrelle e spifferi gelidi. Proviamo. Tutti i giorni. In un teatro vero, ragazzi! Come mai abbiamo fatto finora!”: così hanno scritto, per dimostrare la loro gratitudine, distribuendo un “foglio di sala” e mostrando altrettanto chiaramente sul palco il loro entusiasmo, il 12 e 13 novembre scorso, quando, con un progetto-evento di due giorni, hanno coinvolto come ospiti persino Diego Passoni (voce di Radio Deejay) nei panni di presentatore d’eccezione, oltre che le incursioni del performer Andrea Butera, e quelle della compagnia Teatro dei Gordi, altro collettivo formatosi presso l’accademia milanese, ma nella prosa.

Sono stati loro, infatti, a intrattenere e divertire il pubblico nel foyer, con le tante domande di un finto sondaggio, altrettanti scherzi, travestimenti e battute: un “antefatto comico”, prima della performance di Fattoria Vittadini, meno divertente, ma assolutamente nuova poesia.

La prima a parlarci al cuore è stata Maria Giulia Serantoni che ha danzato, e prima coreografato, il suo “Whatami”: titolo intraducibile, è forse un gioco di parole formato da “What am I?”. Alla domanda in effetti lei risponde, con trenta minuti circa di favola danzata. Uno “studio con scenografia”, lo definisce, visto che si serve di una costruzione, in legno e corda, appositamente realizzata per rappresentare una rete dei pescatori, e non solo: “Lo studio parte da una storia che narra di un pescatore e di una donna-scheletro che rimane intrappolata nel suo amo. Questa storia apparentemente lontana da me, si è rivelata poi sorprendentemente vicina”.

È la danzatrice a dare corpo a questo pensiero che arriva proprio così allo spettatore: nei panni di una sirena coperta da squame-paillettes e abiti umani, è una giovane donna che mostra il suo intimo, vivo e sensibile, attraverso un linguaggio che è la danza, ma che supera la tecnica: se ne serve ma la anima, come una divisa indossata. Il movimento, che da solo è irriducibile al racconto, come per magia qui si traduce in una narrazione, come se il corpo leggesse il diario segreto di questa ragazza che racconta il suo diventare donna. Per questo commovente, e per di più a lieto fine.

Fine inevitabile, e quindi “senso del tragico”, è quanto arriva da “John Doe”, coreografia di Mattia Agatiello, che propone una riflessione sul senso del “confine”, usando danza, musica e parole, e partendo dalla realtà di confine dei clandestini messicani, e di chiunque vive “chiuso” in un luogo separato da un muro, senza conoscere cosa c’è di là, eppure, cercando ossessivamente di raggiungerlo.

L’attrazione per il diverso, per il nuovo che sa di libertà, è rappresentata proprio dalle specificità e diversità naturale, e mantenuta tale, di ognuno dei quattro danzatori, quattro ragazzi che interpretano sé stessi: quattro corpi che si incontrano, quattro persone che entrano in relazione. Uno solo è il desiderio: passare oltre il muro. C’è chi lo fa con la fantasia, chi lo dissimula con un surrogato, chi evade attraverso i sogni, chi ci prova davvero. “Non salire la scala, non superare il confine” è il comando che una di loro non accetta. Non c’è soluzione, se non quella più matura e coraggiosa di spostare il confine, ovvero, quello che riesce a fare Fattoria Vittadini con la sua giovane danza.

JOHN DOE
testo: Guendalina Murroni
con: Chiara Ameglio, Cesare Benedetti, Noemi Bresciani, Maura Di Vietri
coreografia: Mattia Agatiello
scene: Irene Zardini
costumi: Giulia Zoggia
musiche: Luca Lombardi
light design: Roberta Faiolo
durata: 60’
applausi del pubblico: 2′ 48”

Visto a Milano, Atir Ringhiera, il 13 novembre 2011

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