Mario Perrotta: dall’individuo sociale al web, pensando all’opera

Mario Perrotta in Atto Finale

Mario Perrotta in Atto Finale (photo: marioperrotta.com)

Con “Atto finale-Flaubert”, la riscrittura del capolavoro incompiuto di Flaubert “Bouvard e Pecuchet”, Mario Perrotta ha terminato  la sua “Trilogia dell’individuo sociale” che ha condotto dal 2009 al 2011, iniziando con “Il Misantropo” di Molière e continuata con “I Cavalieri” di Aristofane.
Il progetto composito e unico nel suo genere nel teatro italiano, che gli è valso il premio Ubu, è stato pensato per rispondere essenzialmente ad un interrogativo: “Siamo per natura individualisti o animali sociali?”. E quindi, dopo lo scontro frontale di Misantropo tra individuo e società, e dopo lo sconquasso sociale de “I Cavalieri”, Perrotta si interroga con Flaubert sull’Uomo solo di fronte a se stesso; lo fa attraverso le grandi domande della vita scivolate nella società post telematica.

Abbiamo visto lo spettacolo nella bellissima fucina del suo gruppo, Il Teatro dell’Argine, all”Itc di San Lazzaro di Savena. In scena lo stesso Perrotta e il suo partner Lorenzo Ansaloni: lui un Bouvard  in salsa leccese, il secondo un Pécuchet dalla parlata bolognese.
Con loro, a fare da contraltare, Paola Roscioli nel ruolo muto di una serva che alla fine canterà una canzone della Piaf, e Mario Arcari, che al pianoforte esegue le variazioni Goldberg di Bach.

Nello spettacolo, ricco di metafore e pieno di stimoli, una scena significativamente suddivisa in due sezioni: lo schermo e il palcoscenico. Qui i due umili scrivani creati da Flaubert, novelli Vladimiro ed Estragone di beckettiana memoria, un bel giorno si mettono con ingenuo entusiasmo a studiare tutto lo scibile umano per comprendere meglio le ragioni del loro dolore esistenziale. Ma non lo fanno più attraverso montagne di libri, bensì – con tanto di tastiera al collo – attraverso Google e Wikipedia. E l’antica massima di Cartesio non è allora più “cogito ergo sum”, ma “digito ergo sum”.
Tutto si mescola in un’ansia ricercatrice online ma il risultato è uguale, il fallimento è alle porte, le domande sulla vita non hanno risposte, perché forse la stupidità umana non è assolutamente cambiata dai tempi di Flaubert.

Per approfondire non solo lo spettacolo ma tutto il progetto abbiamo posto alcune domande a Mario Perrotta.

Perché e in quale momento del tuo percorso artistico hai voluto trasmigrare dalla narrazione alla regia e al teatro, diciamo così, d’insieme?

Già con “Odissea”, che seguiva il progetto Cìncali, avevo sentito l’esigenza di alzarmi dalla “sedia del narratore” per sperimentare una messa in scena incentrata su un uso più ampio dello spazio e del corpo, dando vita a un personaggio a tutto tondo, senza interventi dell’attore-autore nel racconto, come accadeva nei due spettacoli sull’emigrazione (“Italiani Cìncali” e “La Turnata”). Ma, a ben guardare, i germi erano già presenti in Cìncali, poiché il postino protagonista del racconto rendeva diverso quello spettacolo dagli altri dei miei “colleghi narratori” che, in qualche modo, si presentavano – e ancora si presentano – col loro nome e cognome per raccontare una storia.
Ciò per dire che ho sempre scelto la mimesi, il punto di vista del personaggio, come modalità a me congeniale per il mio teatro.
Con la Trilogia, inaugurata da Misantropo, ho semplicemente moltiplicato le presenze in scena, ma non c’è stata un’inversione di rotta. La contemporaneità dei temi e il dare sfogo alle mie idiosincrasie sono rimaste caratteristiche comuni a tutti i miei spettacoli. Penso che alcune cose si possono dire con le modalità della narrazione, mentre altre necessitano di una messa in scena con più attori: sono le urgenze che mi fanno determinare la forma dei miei spettacoli. Non è detto che non torni, in futuro, a spettacoli che necessitano della mia sola presenza.
In conclusione: non c’è frattura nel percorso. Narrazione, teatro di regia e d’insieme sono forme di un unico sentire, che si esprime secondo le necessità del momento. Resta, come collante di tutti i miei lavori, un’analisi continua del mondo e delle cose che trovo urticanti, che sento di dover mettere sotto la lente d’ingrandimento del teatro.
 
Perché hai voluto indagare l’individuo sociale?
Sin dai miei studi universitari di filosofia, mi porto dietro la domanda: l’uomo nasce animale sociale o individualista? Aveva ragione Rousseau o Hobbes? “Ama il prossimo tuo come te stesso” oppure “Mors tua vita mea”? Questa domanda sui massimi sistemi sottostà a molti miei pensieri quotidiani, soprattutto quando osservo gli altri per incamerarne atteggiamenti fisici, modi di parlare, espressioni della faccia (niente di stanislavskiano, è un gioco che faccio con me stesso sin da bambino), supponendo anche i pensieri nascosti dietro quegli atteggiamenti.
Quella domanda, se avesse una risposta, risolverebbe alla radice il problema delle relazioni sociali e della convivenza civile. E’ ovvio che una risposta non c’è, anzi, essa è un limite cui tendere, sul quale vale la pena interrogarsi. Proprio per questo mi è sembrato un ottimo punto di partenza per inaugurare una Trilogia, prendendo in prestito i testi di tre autori – Molière, Aristofane e Flaubert – che, nelle loro opere, hanno indagato il problema da altrettante prospettive diverse.

Toloni e Perrotta in Il Misantropo

Toloni e Perrotta in Il Misantropo (photo: Luigi Burroni)

Ripercorriamole.
In Molière, e soprattutto nel Misantropo, lo scontro tra l’individuo (Alceste) e la società (quella di Re Sole, tanto simile alla nostra degli ultimi 18 anni) è frontale, insanabile. Sono dunque partito dal centro, dalla situazione di uomo-vs-società. Poi ho fatto un passo indietro con Aristofane e i suoi Cavalieri, nel quale una possibile conciliazione tra i due estremi, individuo e società, prende corpo nell’atto democratico per eccellenza: le elezioni. Ma il dramma, anch’esso così contemporaneo, è che lo scontro politico per diventare Capo dello Stato è tra due candidati di pessima estrazione: un carnezzaro e un servo. Ed è così che il confronto scade nel turpiloquio e nello schiamazzo, cui ci hanno abituato i nostri politici dopo quasi vent’anni di terze Camere televisive, in cui si bercia il nulla, purché ci sia rumore.
Infine, svanita ogni possibile socialità, sono approdato a Flaubert e al suo romanzo “Bouvard et Pécuchet”, nel quale esplode l’anelito all’impresa in solitaria, la sortita individuale dell’uomo che, abbandonato il mondo civile, cerca la soluzione all’esistenza studiando da sé la vita al microscopio.

Quali sono le differenze dei tre spettacoli?
Stilisticamente sono abbastanza differenti tra loro. Sicuramente Misantropo fa gioco a sé poiché mi sono limitato a tradurre l’originale di Molière, mentre gli altri due capitoli sono due drammaturgie originali “tratte da”. Quello che mi sento di poter dire è che, ad oggi, mi riesce meglio mettere in scena le mie urgenze passando dalla scrittura; pertanto “I Cavalieri – Aristofane cabaret” e “Atto finale – Flaubert” li sento più miei, e anche più coesi tra loro. Sono le due facce della stessa medaglia. Misantropo resta comunque un passaggio che dovevo fare ma, a tre anni di distanza e se dovessi rifarlo, metterei le mani e le penna addosso anche a Molière.

Cosa ti ha interessato di più del testo di Flaubert da volerlo trasformare in metafora del vivere contemporaneo?
C’è una critica feroce ai limiti dell’intelligenza, un senso di ripetizione vana, un orrore del silenzio, un carico di assurdo, che rendono quel romanzo il perfetto precursore di Jonesco, di Beckett, e di molte tematiche tipiche del ‘900. Inoltre, la coppia descritta da Flaubert fa da apripista anche ai vari Stanlio e Ollio, Totò e Peppino e a certi personaggi felliniani: tutti riferimenti che hanno riempito la mia formazione artistica involontaria, quella che eserciti senza volerlo, guardando e riguardando i loro film. Non ho dovuto fare molta fatica nella trasposizione all’oggi, mi è bastato sostituire i quintali di libri che dominano nel romanzo con il web.

Ed è proprio il web il vero protagonista dello spettacolo.
Nel romanzo originale i due protagonisti, che poi sono due corpi con un unico pensiero, si recludono in campagna e iniziano a studiare metodicamente e furiosamente tutto lo scibile umano, applicandolo e fallendo puntualmente, finché Flaubert non muore e li lascia lì incompiuti, a correre dietro le loro esaltazioni e fallimenti come criceti nella ruota. Il loro Dio sono i libri. Libri che divorano per decenni, tanto da oltrepassare un tempo plausibile per essere naturale. Il romanzo è dominato dai libri e dall’ossessione che i due protagonisti hanno per essi. Il dramma – che Flaubert evidenzia con forza – è che, intanto, la vita, la loro stessa vita, gli scorre accanto senza che se ne accorgano.
Cosa c’è di diverso in questo da ciò che fanno molti uomini nel mondo contemporaneo, passando ore sul web a raccontare e raccontarsi un’identità immaginata, virtuale, mentre la vita, quella vera, gli scorre accanto?

Cosa ti fa paura del web? Come hai voluto trasporre nello spettacolo queste paure?
Non mi fa paura il web, che è e resta un mezzo e come tale può essere usato bene – la primavera araba non sarebbe stata possibile senza i social networks e il web – o male.
Mi fanno paura coloro che, appunto, lo usano male, sublimando i loro desideri in quelle tante identità diverse da noi che possiamo assumere sul web. Mi fa paura la sindrome della mutanda sporca, quella per la quale puoi parlare d’amore, di filosofia, di poesia con centinaia di persone sparse per il mondo, standotene comodamente a casa con le mutande sporche. Questo significa rinunciare a una parte fondamentale dell’interazione: lo sguardo, gli odori, i gesti, il suono della voce. Intendo questo: è una cosa eccezionale essere in contatto con il mondo intero in un clic, ma è assurdo vedere qualcuno che gradatamente rinuncia all’incontro “dal vivo” per dedicare sempre più tempo agli incontri virtuali. Ne conosco parecchi che hanno alienato tutto a favore della vita in rete, perché insoddisfatti di quella reale, e ritengo che questa sia una sconfitta, una rinuncia “non umana”.
Nello spettacolo ho trasposto il tutto mostrandolo in atto: i due sono totalmente dipendenti da ciò che accade sul video-schermo che domina la scena, tanto da fare footing virtuale e stancarsi oppure decidere di diventare ballerini foto-montando le loro facce su quelle di Nureyev e compagna in diversi video raccolti sul web.
Al di là di queste considerazioni sulla rete, nel mio spettacolo il web, e l’uso che i due ne fanno, è strumentale al racconto della solitudine immensa e dell’horror vacui in cui sono avvolti i personaggi.
 
Che ruolo hanno i due personaggi muti che fanno da contraltare ai protagonisti?
Sono l’unica possibilità di bellezza che gravita intorno a Bouvard e Pecuchet, poiché, non sapendosi esprimere con le parole, usano la musica e il canto – una forma “artistica” di comunicazione – per dire la loro. Il problema è che Bouvard e Pecuchet non colgono questa possibilità di indagare il “bello”, presi come sono da se stessi e dalle spirali virtuali in cui si infilano, tanto che, anche quando la Muta li bacia – unico contatto fisico di tutto lo spettacolo – loro si ritraggono terrorizzati di fronte a questa possibilità.
Come i due personaggi del romanzo, anche i miei mancano ogni occasione per vivere e, per paradosso, mancano anche il suicidio, ma solo perché si dimenticano di portarlo a termine.
Il ruolo dei muti è dunque fondamentale proprio in quanto alternativa possibile a quella “bestia di vita” che i protagonisti vivono da sempre. Ho avuto la fortuna di avere due splendidi muti – Mario Arcari al pianoforte e Paola Roscioli che canta e sfiora lo spazio in silenzio – che hanno reso con forza il senso di queste due presenze. Ed è stato un bellissimo esercizio per tutti noi, vedere con quanta efficacia possono recitare due occhi senza parole: Paola in questo spettacolo dimostra tutta la sua levatura d’attrice senza emettere un suono.

Perrotta nei Cavalieri

Perrotta nei Cavalieri (photo: Luigi Burroni)

Hai trovato difficoltà ad essere nello stesso tempo regista, autore ed attore dello spettacolo?
Difficoltà non direi. Ho imparato nel tempo, però. Con Misantropo, in effetti, ero un po’ in difficoltà quando dovevo entrare in scena durante le prove. Avrei voluto stare fuori e guardare. Poi, pian piano, ho imparato a guardare le prove “da dentro”. Certo, ogni tanto c’è il desiderio urgente di non occuparsi di ciò che stanno facendo gli altri – attori, musicisti, tecnici – e pensare solo al tuo personaggio, ma ho capito che questo mi riesce solo quando, finalmente, si va in scena col pubblico. E’ in quel momento che butto via il regista e mi occupo solo del mio lavoro di attore.
Per quel che mi riguarda, quindi, lo si può fare, a costo di attendere il debutto per assaporare il gusto dell’interpretazione.

Come si colloca il tuo lavoro nell’attività del Teatro dell’Argine?
Sono uno dei fondatori della compagnia e sono una delle tante anomalie della stessa. Intendo che abbiamo più drammaturghi, più registi, quindi più linee poetiche che si incardinano su due perni centrali: produrre una drammaturgia originale e porre un’attenzione costante al mondo in cui ci muoviamo. Ognuno di noi con la propria sensibilità e la propria poetica.
Oggi ci siamo “specializzati”, e ognuno segue un suo percorso prediligendo la scrittura, la recitazione, la regia, l’intervento nel sociale, e tutte le altre linee portanti della compagnia; ma c’è stato un tempo, quello mitico degli inizi, in cui tutti facevamo tutto e soprattutto pagando di tasca nostra per farlo.

Quali progetti futuri?
“Atto finale – Flaubert” ha appena debuttato, e con esso chiudo un quadriennio in cui ho scritto nove “cose” diverse fra teatro, radio e due romanzi. Ho detto a me stesso che avevo bisogno di fermarmi e lasciar correre gli spettacoli nella variegata tournée che mi aspetta – perché come le vecchie compagnie di giro, porto in scena tutti i miei spettacoli, il repertorio, come si diceva un tempo – senza avere un nuovo progetto da scrivere. Poi è arrivato il Premio Ubu in dicembre e ho pensato che, ancor di più, me lo potevo permettere, anzi me lo dovevo concedere di fermarmi e riflettere.
Eppure, neanche il tempo di pronunciare il proposito, ed è arrivata una richiesta che non potevo rifiutare, visto che da anni inseguo la possibilità di un progetto per un’opera lirica. Vengo da una famiglia di melomani e di loggionisti incalliti e vado all’opera sin da bambino. E non sarà un’opera di repertorio ma un’opera originale, di cui curerò la drammaturgia e la regia per il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto. I dettagli li lascio a tra qualche mese, dopo la conferenza stampa.
Comunque, almeno con il teatro, voglio prendermi davvero una pausa dalla scrittura e da nuovi progetti, stando semplicemente in scena, facendo, cioè, la cosa che mi viene più naturale tra recitare, dirigere e scrivere.

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  • Massimo Rini ha detto:

    si può dire? Mario Perrotta è semplicemente stupendo. Uno tra i pochi che sappia essere adorabile attore, sempre creativo nel suo porsi in scena, dramaturg attento, bravo regista/compositore della scrittura dell’acting, attento direttore di attori. E’ un caso unico, perché gli altri – tutti i capocomici di nuova generazione, di stabilità o non, falliscono in almeno una delle quattro caselle che ho citato. Il suo Misantropo lo ricorderò sempre. Lunga vita (teatrale) a Perrotta.

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