Non sarò mai come mi volete. La solitudine del maratoneta di Sillitoe

La solitudine del maratoneta

La solitudine del maratoneta

L’immagine di un uomo, di una corsa solitaria oltre l’idea del traguardo, al di là di ciò che gli altri si aspettano da lui, al di sopra dei preconcetti e della manipolazione sociale: tutto questo è “La solitudine del maratoneta“, capolavoro letterario di Alan Sillitoe del 1959.

La storia personale dell’autore sembra accompagnare quelle dei suoi romanzi. Secondogenito di cinque figli in una famiglia numerosa che da diverse generazioni appartiene alla working class, nel ’42, a quattordici anni, Sillitoe lascia gli studi per andare a lavorare come tornitore alla Raleigh Bicycle Factory. A soli sedici anni, Sillitoe affermerà di sentirsi “da ogni punto di vista un lavoratore perfettamente integrato”.

Il contenuto e lo stile dei suoi testi lo collocano tra i giovani “arrabbiati” della letteratura inglese degli anni Sessanta, sebbene sia poco incline alle etichette. La lotta operaia, una condizione sociale di povertà ed emarginazione, lo sfruttamento, temi presenti nei suoi romanzi, emergono anche nella versione teatrale di “La solitudine del maratoneta” firmata da Nicola Pistoia (quella cinematografica, del ’62, era di Tony Richardson), in scena fino al 12 maggio al Teatro Argot di Roma.

“La corsa è la nostra ribellione, il nostro riscatto personale di dignità per dire ai grandi, alle banche, ai mercati, ai politici, alle mafie, alle droghe, alle guerre, al petrolio, al business, a tutti: non sarò mai come mi volete voi. Correre senza nessun traguardo da tagliare per non tradirsi, per non essere più alla mercè del potere”.
Con queste parole il regista descrive la condizione umana del suo protagonista: un giovane uomo dal passato fuorilegge nell’Inghilterra proletaria degli anni ’50. La sua attitudine alla corsa non è che il risultato di anni di fughe dalla polizia, un talento che riconosce solo a 100 metri dal traguardo. Un traguardo in realtà non suo ma delle istituzioni, e di una politica corrotta che lo ha reso ciò che è: un giovane recluso.

Ogni mattina si allena per vincere quella prestigiosa maratona a cui parteciperanno i detenuti dalle carceri di tutto il Paese. Il suo allenamento gli permette di uscire all’aria aperta ogni mattina, di correre, da solo, e così riflettere, unico vero momento di vita in un’esistenza spenta troppo presto.
Il direttore del carcere lo tratta allora come un cavallo di razza, ma pur sempre come una bestia, mezzo vivente di un prestigio personale.
La solitudine e la coscienza che cresce in sé durante gli allenamenti non fanno altro che accrescere un desiderio di libertà rinnovato e rigenerato. Una libertà completa, totale, costante e unica.

Nicola Pistoia ha trovato in Alfredo Angelici l’interprete ideale, amante della corsa e per anni maratoneta. Insieme hanno curato l’adattamento del testo.
In scena troviamo Angelici e le sue “ombre” co-protagoniste, Antonella Civale e Dimitri D’Urbano: la Civale nel ruolo di una sorella premurosa quanto superficiale, vanitosa e avida, non realmente cosciente della sua condizione esistenziale; D’Urbano alter ego del protagonista, del maratoneta da giovane e in alcuni momenti spalla della Civale nel ruolo del poliziotto. E proprio D’Urbano, classe 1989, proveniente dalla Link Academy e dall’Accademia Europea d’Arte Drammatica, sorprende per l’intensità e il realismo emotivo dell’interpretazione. Nonostante sia percepibile la sua giovane esperienza attorale, la freschezza, la pulizia dei gesti e la semplicità nell’uso della voce rendono il suo personaggio emotivamente forte e diretto. A differenza invece del personaggio della Civale, molto stereotipato, cui lei riesce comunque a levigare la caricaturizzazione, donandogli con sobrietà ironia e comicità.

Angelici regna indiscusso sulla scena, seppure con uno stile recitativo non privo di alcuni cliché. La regia di Pistoia, anch’essa un po’ intrappolata nello stereotipo cinematografico anni ’50, arriva comunque leggera e comunicativa, conducendo con ritmo lo spettatore al contenuto ideologico dello spettacolo.  
Perché sembra essere proprio il messaggio intellettuale, sociale e ideologico il vero scopo drammaturgico dell’opera. Il romanzo di Sillitoe diviene il perfetto veicolo letterario per trasporre l’attualità politica in scena.
Oggi ci sono pochi veri “arrabbiati”, nonostante i soprusi e le ingiustizie sociali siano in costante aumento, celati sotto falsi perbenismi e leggi economiche lontane dalle esigenze della massa. La corsa solitaria è allora metafora della presa di coscienza sociale e politica dell’uomo. Angelici lo sa e si fa portavoce dei diritti umani attraverso lo sport.

Lo spettacolo, infatti, promuove parallelamente il progetto umanitario Purosangue, che offre assistenza sanitaria alle popolazioni del Kenya e si batte contro il doping a livello internazionale.
Ogni sera, alla fine dello spettacolo, Angelici invita un “runner” a raccontarsi, condividendo con il pubblico il proprio vissuto di corse solitarie.
Nella replica cui assistiamo, un uomo non più giovane ma esperto maratoneta racconta l’esperienza drammatica e temporalmente così vicina di Boston, dove la passione di chi correva si è scontrata con la follia d’un atto di odio, spezzando l’armonia di un evento da sempre unificatore di popoli, pensieri, culture.

LA SOLITUDINE DEL MARATONETA
di Alan Sillitoe
adattamento e regia: Nicola Pistoia
con: Alfredo Angelici, Dimitri Urbano, Antonella Civale
versione in lingua inglese: Denise Mc Nee
durata: 1h
applausi del pubblico: 3′ 30”

Visto a Roma, Argot Studio, il 26 aprile 2013


 

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