Sidi Larbi Cherkaoui e l’equilibrio in pezzi del Giappone

Astro Boy by Tezuka's Ozamu Sensei (tezukaosamu.net)

Astro Boy by Tezuka’s Ozamu Sensei (tezukaosamu.net)

Come la ballerina rotta di un carillon, i piedi immobili e attaccati a un fumetto manga, un lettore nel vuoto nero del palco si contorce, cade, legge, si rialza; lo accompagna, o forse lo muove, una musica lieve, suonata in scena e che rimarrà raffinato sottofondo di tutta la rappresentazione.
Molto delicata l’immagine iniziale di “Tezuka” di Sidi Larbi Cherkaoui, spettacolo di apertura di Equilibrio. Festival della nuova danza, all’Auditorium di Roma fino al 27 febbraio.

Cherkaoui, per il terzo anno consecutivo direttore artistico della rassegna arrivata all’ottava edizione, propone uno spettacolo denso e ricco, ispirato al celebre artista manga Tezuka e in particolare a due delle sue creazioni più note: “Astro Boy” e “Buddha”.
La biografia dell’autore e le sue opere vengono continuamente intrecciate alla storia del Giappone, funestata da catastrofi nucleari; tutto appare così pervaso dall’angoscia per l’inquinamento atomico e dal timore di un’imminente fine del mondo. Questi diversi livelli del racconto sono attraversati grazie all’uso di numerosi elementi, compaiono dei grandi schermi su cui si proiettano alcuni disegni di Tezuka, immagini del video artist Taiki Ueda e, per un breve momento, anche degli ideogrammi disegnati in diretta dal calligrafo Tosui Suzuki.

I danzatori giocano ed interagiscono con questi numerosi schermi di forme e grandezze diverse, riproducono con il corpo i tratti che lì vengono impressi e ne seguono i movimenti, proprio come se fossero le pagine di un manga che scorrono da sole e da cui si lasciano sopraffare.

Se agli schermi è richiesto di incantare lo spettatore, mostrando la magia dei manga o il mistero che per i più è racchiuso negli incodificabili tratti degli ideogrammi, alcuni danzatori sono invece chiamati a narrarci la storia del Giappone e quella di Tezuka. Disturba a tratti, in queste voci e nei loro gesti, una semplicità didascalica, un atteggiamento quasi da presentatore televisivo che poco si addice all’atmosfera complessiva dello spettacolo e rischia di superficializzare pericolosamente il tema trattato; ma forse sono proprio le parole ad essere troppe e a non apparire necessarie, data la ricchezza, quasi la sovrabbondanza di elementi e di arti che si contendono lo spazio scenico. La danza non riesce ad avere il sopravvento fra queste arti, ma si presenta come un elemento che va a confondersi e a tratti a perdersi con gli altri; i dieci danzatori internazionali sono vivaci e colorati, ma è come se i loro corpi venissero schiacciati dalla realtà multiforme che li circonda e non riuscissero ad esprimersi veramente in tutta la loro forza. La godibilità della rappresentazione, la sua velocità quasi inebetita che ci frastorna e ci rapisce, è data più che altro dai molteplici mezzi tecnici utilizzati e dalla musica, che, composta per l’occasione da Nitin Sawhney, si rivela come l’elemento più raffinato dello spettacolo.

Ci viene mostrata una realtà in pezzi, un equilibrio frammentario e a stento mantenuto, dove ogni cosa sembra in procinto di cadere (e cadrà, alla fine, immancabilmente) a seguito di un’esplosione. Le immagini si susseguono veloci le une alle altre, anzi spesso si sovrappongono e sul palco si vivono contemporaneamente momenti diversi; esso viene costellato di segni, richiedendo allo spettatore un notevole sforzo per riuscire a coglierli tutti, o inducendolo, al contrario, ad abbandonarsi alla velocità del caos stesso in cui tutti i segni vanno a perdersi. Ogni individuo, ogni elemento sembra infatti vivere di una magia che non condivide con nessuno, forse neppure con il pubblico, e tutto scivola via senza sedimentarsi, in una corsa infinita, molto contemporanea, molto attuale, ma che rischia in fin dei conti di apparire vuota. Infatti se tutto questo accavallarsi di elementi, di corpi, di voci, di suoni separati fra loro rende bene l’angoscioso senso di frammentarietà di un Giappone che deve ancora risollevarsi o comprendere la catastrofe di Fukushima, esso pare però anche mostrare il timore di una sorta di horror vacui che possa prendere il sopravvento al primo momento di pausa, di silenzio, e si tende allora per sfuggirgli a non fermarsi mai, a riempire tutto, a riempire troppo.

TeZukA
coreografia: Sidi Larbi Cherkaoui
musiche: Nitin Sawhney
altre musiche e musica tradizionale: Tsubasa Hori, Park Woo Jae, Olga Wojciechowska
scene e luci: Willy Cessa
costumi: Sasa Kovacevic
altri costumi: Beth Stocks
video artist: Taiki Ueda
calligrafo: Tosui Suzuki
danzatori: Jon Filip Fahlstrøm, Damien Jalet, Kazutomi Kozuki, Satoshi Kudo, Shintaro Oue, Daniel Proietto, Guro Nagelhus Schia, Helder Seabra, Miraï Moriyama, Vebjørn Sundby, Huang Jia Hao, Li Bo
produzione: Fondazione Musica per Roma, Sadler’s Wells (Londra) / Bunkamura (Tokyo) / Eastman (Antwerp). Coprodotto da: Les Théâtres de la Ville de Luxembourg; Esplanade – Theatres on the Bay, Singapore; Parc de la Villette, Parigi; de Singel, Antwerp and Movimentos Festwochen der Autostadt, Wolfsburg. In collaborazione con Tezuka Productions
durata: 1h 40′
applausi del pubblico: 3′ 40″

Visto a Roma, Auditorium Parco della Musica, il 6 febbraio 2012        

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *