In prima nazionale al Campania Teatro Festival il nuovo spettacolo firmato da Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti
Tre donne e un passato irrisolto, avvolto dalla fosca brumosità delle adiacenze di un lago ai margini d’una palude. Nubi che s’addensano e non diradano, recrudescenze vivide di quel che è stato e ancora si ricusa e si fatica ad accettare, nella circolare spirale di tre esistenze che s’incrociano sulla scena, contigue eppure tra loro oblique, com’è obliqua la concezione scenografica.
“Misurare il salto delle rane”, al debutto nazionale al Campania Teatro Festival, è costruzione drammaturgica che ben s’inserisce nel solco della cifra espressiva e stilistica di Carrozzeria Orfeo, in quel balenio centrifugo di soggetti e situazioni che si raccontano nell’apparente ossimoro di una normalità iperbolica.
La storia si colloca in un passato ben definito, fissata temporalmente dalle canzoni che la radio trasmetteva nella metà degli anni ’90; le ascoltiamo come colonna sonora a latere, e hanno la voce di Michael Jackson e dei Take That, o quella più datata di Janis Joplin. Perché questa storia, che si iscrive attorno al 1995, in realtà è appendice di qualcosa accaduto vent’anni prima.
Da un lato della scena c’è una panchina che dà a strapiombo sul lago, è lì che fa la sua comparsa una giovane donna, Iris (Marina Occhionero): ha un registratore analogico al quale confessa le proprie sensazioni, le fa corona il ramo d’un albero spoglio, primo elemento dichiarato in esergo di una scarnificazione del dolore (e della vita) che si materierà nel dipanarsi della vicenda. La scena è ‘aperta’, nel senso che accanto all’esterno appena descritto, in posizione leggermente diagonale, c’è l’interno di una abitazione. Modesta. S’intuisce vecchia: una stufa di ghisa che funge anche da cucina, uno scaffale su cui campeggia una radio, un tavolo, delle sedie, una poltrona, una sedia a dondolo, una credenza che sa d’antico. Sul fondo, una porta. Accanto al cui stipite è affisso un telefono.
Più a destra, il terzo quadro scenico: una sorta di granaio dove s’accatasta la legna. In questa rurale magione vivono Lori (Elsa Bossi), donna di mezz’età segnata da un dolore lontano e irredento, e Betti (Chiara Stoppa), ragazzotta quasi quarantenne, mascolina nei modi e nell’aspetto, che si diletta ad allenare il proprio ranocchio Froggy per prepararlo a una gara di salto, e si trastulla nel prendere a botte (se non addirittura a martellate) i maschi e a commettere furtarelli; irascibile, ribelle e ghiotta di M&M’s. Betti chiama Lori zia, ma non le è davvero nipote; la figlia di Lori, scomparsa vent’anni prima, era considerata da Betti una sorella ed è la quarta presenza (in realtà assenza) femminile che aleggia e attorno a cui fa perno l’intera storia.
La drammaturgia costruita con minuziosa cura da Gabriele Di Luca – che ne firma anche la regia con Massimiliano Setti – ci offre in visione la sottile introspezione di tre vite al femminile, ciascuna velata da una propria zona d’ombra e, sebbene il plot della vicenda ruoti attorno a un mistero che in modi diversi tocca ciascuna delle tre protagoniste, nel progressivo chiarificarsi della storia ci rendiamo conto che ciò che più conta non sia tanto il disvelamento di quanto la suspense ci aveva tenuto in serbo come in un vero e proprio giallo, quanto la meticolosa calibrazione dei personaggi e della loro indole, il messaggio intrinseco – intimo e privato – di cui queste tre donne si fanno portatrici. La loro bravura consiste nel farcele percepire non come tre attrici che si stiano facendo interpreti e vettori di una storia, ma come tre anime incarnate, ciascuna con le proprie criticità, spigolosità, incrinature profonde, insicurezze (mal)celate. In comune, il desiderio, palese o recondito, di essere accolte e ascoltate, in un caliginoso paesaggio che sembra calato nelle brume dell’incomunicabilità (basti pensare che, per interagire tra loro, adoperano dei walkie-talkie, e lo faranno anche quando si troveranno tutte e tre compresenti).
Betti e Lori vivono insieme, Iris proviene “dall’altra parte”, da quell’altro versante del lago che, per chi vive in una realtà piccola e chiusa, è a tutti gli effetti un altro mondo. Eppure tutte e tre sono accomunate da qualcosa di ineffabile che le lega, un filo grigio che le impiglia in vite complesse e irrisolte, ciascuna con un dolore, un magone, un senso di fastidiosa inadeguatezza, ognuna di loro stagnante in una condizione sospesa tra accettazione supina e desiderio di prendere il largo. O di spiccare un balzo in avanti, né più né meno come vorrebbe Betti per la sua Froggy.
La calibratura dell’ingranaggio drammaturgico poggia, oltre che sulla notevole bravura delle tre attrici, su un centellinato bilanciamento tra umorismo graffiante, venato di cinismo, e un’attenzione alle sfumature dialogiche volta a tratteggiare le luci e le ombre della complessità umana di ciascun personaggio, come a volerne lasciar trasparire le composite ambivalenze. Più volte, nei dialoghi, si sottolinea il silenzio come un valore: “La parole… sono solo quella parte del silenzio che può essere espressa”; il silenzio che “è stato dato in dono solo agli animali” perché “le parole degli uomini creano solo disgrazie”, il silenzio che s’interpone significativo tra i dialoghi, come a stabilire degli interstizi ricolmi di senso e sospensione, in attesa di quel non detto che parla al pari della parola.
Concorre a rendere tutto ciò più vivido e credibile un’illuminotecnica che sa conferire all’ambientazione quei toni tenui e fiochi che, oltre a suggerirne la collocazione temporale vintage, ne colorano l’umore.
Così, in un’azione scenica dal ritmo serrato ma non convulso, “Misurare il salto delle rane” si sviluppa come un viaggio interiore – giocato in punta di paradosso ma al contempo venato di un amaro lirismo – teso a raggiungere l’essenza minimale racchiusa in vite che possono essere emblematiche, portatrici di un che d’universale pur nella loro spiccata dimensione particolare. Le accomuna la necessità di trovare una pacificazione con il passato, di guardare dentro le ferite che questo passato ha lasciato, di poggiare uno sguardo che sia in grado di cicatrizzare e sublimare il dolore. Un dolore latente, che fatica ad essere espettorato, desiderando forse una via traversa e illusoria per trovare ascolto e accettazione.
Saltare come rane – da una dimensione passiva al suo superamento – appare per queste tre donne come uno dei modi possibili (forse il solo) di superare lo stallo che le intabarra in una dimensione sospesa. Maneggiando questo materiale con cura, consegnandolo alle assi del palcoscenico, Carrozzeria Orfeo realizza un lavoro capace di contemperare spessore e delicatezza, ironia e profondità. Lasciando qualcosa di denso in pegno a noi che applaudiamo.
MISURARE IL SALTO DELLE RANE
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca e Massimiliano Setti
con Elsa Bossi, Marina Occhionero, Chiara Stoppa
assistente alla regia Matteo Berardinelli
musiche originali Massimiliano Setti
scene Enzo Mologni
costumi Elisabetta Zinelli
direzione tecnica e luci Silvia Laureti
macchinista Cecilia Sacchi
realizzazione scene Atelier Scenografia Fondazione Teatro Due
realizzazione costumi Atelier Sartoria Fondazione Teatro Due
illustrazione locandina Federico Bassi e Giacomo Trivellini
foto di scena Simone Infantino
organizzazione Luisa Supino e Francesco Pietrella
ufficio stampa Raffaella Ilari
Una produzione Fondazione Teatro Due, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival
in collaborazione con Asti Teatro 47
Prima Nazionale nell’ambito del Campania Teatro Festival
durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 4’ 20’’
Visto a Napoli, Teatro Nuovo, il 25 giugno 2025
Prima Nazionale
