Al festival Oriente Occidente la libertà del sogno della coreografa ungherese vive attraverso la compagnia nazionale norvegese di danza contemporanea
Risvegliarsi da un sogno all’alba è un’esperienza comune a tutti, come probabilmente quel desiderio di non volersi staccare dalle immagini appena sfumate, il bisogno di significarle (o ri-significarle), l’urgenza di comunicarle, anche con uno sguardo silenzioso, alla persona che ci troviamo accanto. E poi, a livello più intimo, un richiamo più o meno forte a continuare a restare lì, in quella natura artificiale, perché sappiamo che solo lì potremmo ricostruire quei ponti che, tra evento ed evento o tra immagine e immagine, sono crollati, dare così a quel materiale la forma di narrazione, poterlo contenere in una visione lineare.
Non è dissimile, questa sensazione, da quella che si prova dopo 135 minuti di “Monument 0.10: the living movement”, portato al festival Oriente Occidente in prima nazionale da Eszter Salamon con Carte Blanche, la compagnia nazionale norvegese di danza contemporanea.
Al riaccendersi delle luci, volgiamo gli occhi assonnati e increduli a chi era accanto a noi in platea o sul palchetto. Eravamo dentro la stessa cosa? C’eri anche tu con me?
Inaugurate da una lunghissima dissolvenza che evidenzia, poco per volta, singoli volumi spezzati di corpi o di materiali, sfila una catena di scene, separate le une dalle altre da interventi di palco sui fondali e sulla scomparsa in buio, scene sempre diverse per tinte cromatiche, per equilibrio di presenze sul palco, eppur legate insieme, tutte immerse in uno stesso habitat, uno stesso fluido che avvicina, come in un sogno appunto, anche gli antipodi dei paesaggi mentali: da una foresta alle profondità marine, al vuoto cosmico, alla nostra stanza da letto di bambini.
Cosa crea questo habitat: innanzitutto le luci (di Silje Grimstad), le cui fonti sono per lo più accuratamente coperte, con l’eccezione di tre controluce nel finale e un paio di sagomatori di taglio alto, qualcosa come la stella polare del palco. Poi le musiche (Carmen Villain), larghe pennellate armoniche d’acquarello, all’occasione rese ritmate da tempi più stretti, o sostituite dal canto (polifonico, e perciò sempre verticale) delle voci in scena, liquide, come un ventre amniotico dove le figure nuotano. Infine, la continuità è garantita, oltre che dall’immaginosità dei costumi, messi insieme in una pratica di infaticabile trovarobato di recupero, modifica e riutilizzo praticata dagli artisti (quattrocento pezzi!), dalla qualità del movimento, un perenne e lentissimo riconfigurarsi delle posture, che oltre a evidenziare fisionomie non irregimentabili, suggestioni diverse a ogni grado di rotazione delle figure, costruisce un’illusione di immobilità, in cui è impossibile cogliere il movimento ma anche non riconoscerne lo sviluppo, se per un attimo lo sguardo le abbandona e torna poi a posarvisi.
Durante il sogno, chi non ricorda le riemersioni, le richieste che a noi stessi facciamo per l’interpretazione o gli appelli al coraggio di restarvi dentro, vedere dove punta?
Gli sprazzi di lucidità: cos’è quella forma, investita da una luce rossa? Ce lo si chiede in più di uno dei quadri di “Monument 0:10”, specie in quello in cui, semplicemente, sei figure inserite nei loro imperscrutabili (ma non intangibili) costumi stanno, allineate, faccia al pubblico. Ecco un Don Chisciotte, ecco un Mandarino, un saggio indiano, un mendico plorante, ecco un subacqueo, un alieno, un cervo, un profilo ingobbito, dorato, alla Schiele, un San Martino col suo soccorrevole mantello, un robot, un pellicano, un’aspirapolvere, un cortigiano di Elisabetta Tudor, i due volti velati del bacio di Magritte. Ecco un uomo decapitato, ecco Cappuccetto Rosso.
“Monument: 0:10”, uno dei grandi lavori che Oriente Occidente porta anche quest’anno in Trentino, nello spazio del Teatro Zandonai, conduce lo spettatore in uno stato di veglia relativa, e l’abusato aggettivo “onirico”, ormai riconosciuto come sinonimo di “fantasioso”, è qui più che mai appropriato, nel senso dell’oscillazione della coscienza, della postura richiesta al pubblico. Un impossibile libretto di sala che dicesse “è consentito assopirsi durante lo spettacolo” avrebbe reso meno impazienti i rari spettatori che non hanno potuto adeguare il proprio ritmo interno a questo stato dilatato, spesso non immediatamente significante, e avrebbe consentito loro di armarsi in via preliminare del coraggio necessario (lo stesso mostrato da Salamon nell’impaginazione del lavoro) a vivere quel limite tra sonno e veglia, tra distensione e rapimento che è il centro di “Monument: 0.10”.
Il finale, sotto le cui luci neutre finalmente vediamo un volto, un ginocchio, una schiena liberi da maschere e costumi, dove danzatrici e danzatori riemergono dalle scorze delle armature che li hanno contenuti, è quell’alba, quei piedi messi a terra, un passo quasi normale verso il giorno, nel quale è bello riuscire a far permanere come una vibrazione di fondo la memoria di quella inesplicabile libertà del sogno.
MONUMENT 0.10: The Living Monument
Ideazione, coreografia e costumi Eszter Salamon
Interpreti Adrian Bartczak, Aslak Aune Nygård, Brecht Bovijn, Dawid Lorenc, Gaspard Schmitt, Ihsaan de Banya, Irene Vesterhus Theisen, Iris Auguste, Mai Lisa Guinoo, Nadege Kubwayo, Noam Eidelman Shatil, Ole Martin Meland, Ola Korniejenko, Olha Mykolayivna Stetsyuk
Scenografia James Brandily
Design luci Silje Grimstad
Compositore Carmen Villain
Assistenza coreografica Elodie Perrin & Christine De Smedt
Assistenza Costume Design Laura Garnier
Design suono Leif Herland
Fotografie Sjur Pollen
Fotografie per la stampa e del processo Øystein Haara
Video David Alræk
Il progetto è sostenuto da Reale Ambasciata di Norvegia
durata: 2h 15′
applausi del pubblico: 2’ 30’’
Visto a Trento, Teatro Zandonai, il visto il 6 settembre 2025
Prima nazionale
