“Se domani” e “Pinocch-io” rappresentano due coreografie che costruiscono rapporti totalmente diversi con lo spettatore
Alessandra De Santis, direttrice artistica insieme ad Attilio Nicoli Cristiani di Danae Festival 2025, nell’approcciarsi agli spettacoli presentati in questa edizione, suggerisce al pubblico la ricerca di una dimensione antica, quasi pre-logica. Uno spazio in cui paura e attrazione si sovrappongono, e dove la presenza non è soltanto ciò che si vede, ma ciò che eccede la percezione. Non un tema, ma una tonalità. Questo è il “numinoso” che guida l’edizione appena conclusa del festival targato Teatro delle Moire. Un invito a guardare senza pretendere di capire, o almeno a sospendere la corsa ad interpretare. In questo panorama, gli spettacoli diventano tentativi (più o meno riusciti) di addentrarsi in un altrove, o di misurarsi con quel margine di realtà che non si lascia addomesticare. La scelta del capodoglio come immagine è quindi quanto mai azzeccata.
Venerdì 7 novembre, alla Fabbrica del Vapore di Milano, abbiamo assistito a due lavori che hanno affrontato questo orizzonte da direzioni quasi opposte: “Se domani” di Elisa Sbaragli e “PINOCCH-IO” di Lucia Guarino. Due modi diversi di parlare del corpo, della crisi e dell’identità; due modi diversi di costruire un rapporto con lo spettatore; due forme di presenza che, pur convivendo nella stessa serata, non potrebbero essere più distanti.
In “Se domani” la scena è uno spazio bianco, quadrato, definito. I due interpreti (Lorenzo De Simone e Alice Raffaelli) sono già lì, osservanti, rivolti verso il pubblico che entra. Non è un dettaglio decorativo, è un gesto che apre: il loro sguardo ci attraversa ancora prima che lo spettacolo cominci, per dirci che quello che accadrà ha un confine tra scena e platea già incrinato.
L’inizio è silenzioso. Un movimento appena accennato: morbido, rotondo, quasi un tentativo di non farsi vedere troppo. Poi, lentamente, qualcosa cambia nel corpo. La linea del movimento s’inarca, si incrina, si spezza. Come se il corpo provasse a seguire la direzione dello sguardo e trovasse intorno solo instabilità: un mondo che si mostra minaccioso, non più docile e attraversabile come quando è iniziato il cammino. Le due traiettorie parallele dal fondo verso la platea – due linee rette, due solitudini simmetriche – cedono progressivamente il posto a un movimento circolare lungo i lati dello spazio. La crisi, prima ancora di essere drammatizzata, diventa dinamica: ciò che era prevedibile comincia a slittare.
Un ulteriore cambio drammaturgico e i corpi accelerano, si irrigidiscono, si spezzano in frammenti. C’è un senso di allarme, ma non spettacolare: è l’allarme delle piccole cose, quello che ti fa camminare più veloce quando non sai se fidarti del buio. E in questa accelerazione cresce anche una specie di cecità: lo sguardo dei performer perde consistenza, si svuota, come se guardare non servisse più a orientarsi ma solo a non farsi toccare.
La tensione si accumula, si gonfia, si distende e sembra che l’obiettivo sia saturare lo spazio. Poi, improvvisamente, collassa.
I due corpi si trovano uno di fronte all’altro. Non c’è pathos, non c’è teatralizzazione dell’incontro. C’è piuttosto un rilascio: un’aria che esce, una tensione muscolare che si sgonfia. Anche il suono cede, si allenta. È un passaggio netto, quasi brusco, ma necessario: come se la crisi potesse risolversi solo nel momento in cui ci si accorge che non si è più soli.
Da qui in poi la danza cambia natura. Un’altra svolta drammaturgica: i due si muovono in una lentezza che non è estetizzante, ma ascoltante. Il contact non è un codice, è una necessità: i corpi non si cercano per virtuosismo, ma per riconoscersi, per accordarsi. Il pavimento diventa un terzo elemento, una superficie che sostiene, che accompagna.
La dinamica si azzera. La drammaturgia non cerca un nuovo picco, non cerca un finale in crescendo. È come se lo spettacolo dicesse: una volta incontrato l’altro, non si torna indietro. E allora la lentezza non è solo una scelta formale, ma una posizione etica: restare nel dettaglio, abitare il tocco, non riaccendere il movimento per paura di stare fermi.
“Se domani” è un lavoro che non pretende di spiegare nulla e non chiede allo spettatore di interpretare: chiede di restare. Un restare che sicuramente si fa più faticoso nella seconda parte della mise en scène, proprio a causa di questo collasso di tensione. E in questo restare qualcosa si apre. Non sappiamo se sia “numinoso”, ma è una forma di presenza che eccede la coreografia. Una piccola fenditura nella realtà, qualcosa che non si può del tutto nominare.
Se la coreografia di Sbaragli apre lo sguardo, “PINOCCH-IO” lo concentra. Qui il corpo non si abbandona alla crisi, la organizza. La struttura è rigorosa: uno spazio bianco, un fazzoletto di spazio in cui si accumulano oggetti che non diventano mai scena, ma rimangono simboli da attivare uno alla volta.
La danzatrice è presente fin dall’inizio e il suo corpo dà l’impressione di essere concentrato, raccolto, impegnato in una serie di movimenti che hanno la precisione chirurgica di un laboratorio. È come assistere a un meccanismo perfettamente oliato che non lascia nulla all’imprevisto. Ciò che colpisce fin da subito è la pulizia. Ogni gesto è calibrato, pesato, isolato. Lucia Guarino si muove per diagonali, linee, traiettorie ortogonali. Come se lo spazio fosse diviso in stanze interne e ogni stanza avesse il suo codice di accesso.

La scena si articola in brevi quadri, quasi micro-atti, ciascuno circoscritto in una zona dello spazio. Ogni volta la struttura è la stessa: un gesto che nasce, cresce lentamente, si intensifica, poi cala in fretta, con una precisione che non lascia spazio al cedimento. È una scrittura fisica di tipo “ascendente/discendente”, ripetuta con rigore matematico.
Centrale è il rapporto con gli oggetti – il grande naso-bastone rosso, gli occhi di specchio, i vestiti – che vengono toccati uno per volta, attivati come simboli. Ma la relazione non è mai veramente carnale: è un rapporto concettuale, quasi da studio semiotico del corpo. Non c’è un dialogo con il pubblico, non c’è una rottura dell’asse frontale. Tutto resta contenuto dentro la ricerca della danzatrice sul proprio io-Pinocchio.
Il culmine arriva nella diagonale finale. Dal fondo della scena la danzatrice avanza lentamente, prende il bastone rosso e lo impugna come un fioretto. Un’immagine forte, iconica, quasi cinematografica: una sfida tra sé e l’archetipo che la abita. Ma è un’immagine che resta chiusa. Potente sul piano formale, meno vibrante su quello emotivo. “Impugna il suo fioretto, come a voler rappresentare una sfida finale tra la sua persona, il suo corpo, la sua interiorità e la figura di Pinocchio” commenta Ilaria Pegoraro, ricercatrice sul movimento scenico. È un lavoro estremamente curato, coerente, intellettualmente controllato. Ma proprio questa coerenza, a volte, toglie aria. Il gesto si fa simbolo, e quando il simbolo diventa troppo esplicito, rischia di sottrarre all’esperienza quella porosità che permette di entrare. È un’esperienza che impressiona, ma non sempre coinvolge. Che mostra una ricerca raffinata, ma talvolta sacrifica la possibilità di essere toccati.
Messi uno accanto all’altro, i due lavori parlano non solo di crisi e identità, ma di come un corpo può stare nello spazio e in relazione.
Sbaragli cerca la frattura, la cede. Lavora sui margini del cedimento, sull’incontro come apertura.
Guarino costruisce invece un corpo che si difende attraverso la forma. La crisi, più che vissuta, è codificata.
Entrambi i lavori, a modo loro, si muovono intorno a domande importanti circa l’instabilità, la relazione e l’identità. Arrivano alle loro risposte: in uno la vulnerabilità è un luogo di passaggio, mentre nell’altro è un’ipotesi da mettere in scena, ma mai del tutto incarnata. Entrambi lavorano su un margine: il limite tra ciò che è visibile e ciò che non lo è, tra ciò che il corpo sa e ciò che ancora non dice.
Danae è questo: un festival che non cerca la decodifica del mistero, ma la sua presenza. E che chiede allo spettatore un gesto semplice e difficile: restare in ascolto di ciò che sfugge.
Se domani
coreografia Elisa Sbaragli
danza Lorenzo De Simone, Alice Raffaelli
dramaturg Eliana Rotella
suono Edoardo Sansonne
voce Elena Griggio
luci Fabio Brusadin
costumi Chiara Corradini
cura Marco Burchini
produzione TIR Danza co-produzione ArtGarage
con il sostegno di Citofonare PimOff, HOME Centro Creazione Coreografica 2023 / Perugia progetto residenze di Dance Gallery, Scintille – Festival delle Arti Performative, Sosta Palmizi, Cross Project, Anghiari Dance Hub, Teatro della Contraddizione, Fondazione Armunia / Festival Inequilibrio, South East Dance (UK), D.ID Dance Identity | Choreographic Centre Burgenland (AU) con il contributo di IIC di Londra, IIC di Vienna
progetto selezionato alla NID Platform 2025 – Programmazione e NID Platform 2024 – Open Studio
durata: 40′
PINOCCH-IO
concetto e movimento Lucia Guarino
luce e spazio Gianni Staropoli
musica e suono Stefano Pilia
consulenza costume Gianluca Sbicca
sguardo esterno Emma Tramontana
supporto alla drammaturgia Roberta Nicolai
sostegno alla produzione TSU Teatro Stabile dell’Umbria
supporto amministrativo NexusFactory
sostegno alla residenza CURA centro umbro residenze artistiche, Masque Teatro, URA Centro Teatrale Umbro, Spazio ZUT
speciali ringraziamenti a Marianna Masciolini, Elena Rosa, Marcello Sambati, Gianni Staropoli, Elisabetta Baroni
durata: 40′
Visti a Milano, Fabbrica del Vapore, il 7 novembre 2025
