Amava il Chelsea Hotel. Marina Bassani racconta Leonard Cohen

Marina Bassani in scena
Marina Bassani in scena

Al Teatro Baretti di Torino l’hallelujah di Cohen tra musica e parole

“Thanks for the dance, my Lord”. Con queste parole, si prepara a congedarsi dalla vita, Leonard Cohen, in pace finalmente. Forse…
Orfano di padre all’età di soli nove anni, Len (per chi lo conosceva, Leonard Cohen era Len) diventa un giovane poeta, poi musicista, cantautore, viandante irrequieto, casanova, ma anche padre, monaco zen per cinque lunghi anni, e di nuovo «bestia» da palco, capace di ipnotizzare con la sua musica centinaia, migliaia di persone. Alla perenne ricerca di qualcosa, fuori e dentro il suo tempo.

A Len, alla sua vita ricchissima e suggestiva, si ispira il monologo di Marina Bassani “Amava il Chelsea Hotel”, andato in scena dal 12 al 14 febbraio al Teatro Baretti di Torino, una piccola sala (anche cinematografica) nel cuore del vivace quartiere di San Salvario, registrando il tutto esaurito ogni sera. Un pubblico prevalentemente âgé, ma con qualche apprezzabile eccezione: giovani appassionati, non travolti dalla concomitante kermesse sanremese.

Il ritmo della narrazione è, crediamo volutamente, lento, così come lo è la musica di Cohen. La voce calda e intenzionalmente monocorde di Marina Bassani, intercalata ai suoni della chitarra (Nunzio Barbieri) e del clarinetto (Francesco Django Barbieri), culla spettatrici e spettatori, accompagnandoli lungo il viaggio.
Non mancano i silenzi, le pause protratte, che introducono nuove situazioni, attingendo alle varie fasi della vita di Cohen. Silenzi che richiedono una buona qualità dell’ascolto anche da parte del pubblico.

Le azioni sul palco puntano anch’esse all’essenzialità: l’interprete segna i passaggi di scena, spostandosi di volta in volta da un lato all’altro del palcoscenico, per accendere e spegnere lumi e candele, che contribuiscono, ça va sans dire, a rendere l’atmosfera ancora più calda e avvolgente.
Marina Bassani indossa e toglie un impermeabile e un cappello, simile a quello che indossano i due musicisti in scena e a quello appeso alla parete di fondo: un «fedora», come quello portato da Cohen durante i concerti e impresso nell’immaginario collettivo. Ne è prova il documento audiovisivo proiettato a inizio spettacolo.

Seducente e malinconico il suono del clarinetto che, in alcuni momenti, diventa protagonista e riempie letteralmente lo spazio, dando voce – questa volta sì, con vigore – alle inquietudini più profonde del cantautore, alle sue ombre, ai suoi aneliti, al desiderio di parlare con gli angeli ma di farlo attraversando, consumando ogni istante della sua vita.

Uno spettacolo di narrazione, dal raffinato accompagnamento musicale e dalla trama avvincente, in particolare per chi ne ha già una qualche conoscenza o reminiscenza e ha così il piacere di ripercorrerla. Si potrebbe forse cercare il modo di dar maggiore rilievo al carattere universale della musica e della poesia di Cohen (senza sganciarsi dalla Storia, in cui giustamente è radicata quella personale dell’artista: la morte del padre in guerra, il movimento hippy, la rivoluzione di Cuba…), in modo da catturare l’interesse dei più giovani. E poiché uno spettacolo è sempre in evoluzione, chissà che non si stia già andando in quella direzione.

AMAVA IL CHELSEA HOTEL
L’hallelujah di Leonard Cohen
Con Marina Bassani, Nunzio Barbieri (chitarra), Francesco Django Barbieri (clarinetto)
Testo e regia: Marina Bassani
Consulenza artistica: Serenella Di Michele
Luci: Eleonora Sabatini

Durata: 60’
Applausi del pubblico: 3’

Visto a Torino, Teatro Baretti, il 14 febbraio 2025

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