Romeo + Julia di Marcos Morau. Il buio è il nuovo nero

Ph: Danny Willems
Ph: Danny Willems

A Bruges l’allestimento firmato dal fondatore de La Veronal con i danzatori dell’Opera Ballet Vlaanderen

La ricetta è piuttosto comune di questi tempi. Un direttore artistico (qui Jan Vandenhouwe della Opera Ballet Vlaanderen), una lista dei desideri che include “Romeo e Giulietta” nella composizione di Sergej Prokofiev, un’orchestra – diretta da uno specialista della direzione musicale (qui Gavin Sutherland), un corpo di ballo da mettere, o mantenere, in movimento, e una star della coreografia chiamata ad attivare o ri-avviare la macchina del movimento (qui Marcos Morau, fondatore de La Veronal ma anche artista in residenza presso i Nederlands Dans Theater e lo Zürich Ballet, nonché già ‘creatore per’ lo Staatsballett Berlin). Si aggiungano i maestri dei rispettivi campi liminali (scenografia, drammaturgia, luci e costumi – qui rispettivamente, Max Glaenzel, Roberto Fratini Serafide insieme a Koen Bollen, Silvia Bernat Jansà e Silvia Delagneau), ed ecco apparire la monumentale produzione di “Romeo + Julia” visto al Concertgebouw di Bruges.

Come per ogni algoritmo, tuttavia, il glitch è in agguato; da quello ‘psico-architetturale’ – dove la balconata dell’altrimenti impressionante sala non si dimostra essere a prova di vertigini, a quello ‘simbolico-partiturale’ – dove l’orchestra e il corpo di ballo non si dimostrano essere a prova di monumentalità.

Dopo un corteo di ingresso spettacolare su un vibrato elettronico, composto da figure in costumi neri e grigi, un cavallo in armatura e tensione verso la vetrata bianca di una chiesa o cattedrale (che ricorda qualcosa a metà strada fra una passerella di alta moda e uno sfondo pittorico di qualche primitivo-fiammingo uscito da un museo nelle Fiandre), l’arrivo di Prokofiev dal golfo mistico produce una frattura che non sembra essere strutturale, ma accidentale. Corpi e note sembrano entrare, non per volontà propria, in due dimensioni distoniche. Performer e strumentisti non si vedono e non si parlano, finendo con il non raccontare la stessa storia.

Ph: Danny Willems
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L’unica, straordinaria, eccezione (che forse conferma la accidentalità di una serata non proprio sintonica?) è un brevissimo momento organico su una delle tante ‘danze dei cavalieri’, in cui si riesce a vedere oltre la possibile anomalia tecnica di questa formula performativa perfetta. Il che, d’altra parte, fa pensare che forse (a-sintonie a parte), ciascun ingrediente-elemento della ricetta-formula proprio non s’alloggia nell’altro. E non è forse un caso che diventi quasi necessario, per la produzione, precipitarsi a soccorrere il lettore di questa (s)partitura con un glossario della simbolica applicata di Morau.

Il concetto del coreografo resta infatti interessantissimo: due bambini entrano ed escono dalla scena circolare, figure reali e metaforiche che tentano di giocare; nel cerchio sembra abitare il male, incarnato da una figura quasi diabolica che dirige il disordine. Il loro visibile protettore è un angelo custode quasi certamente dei ranghi superiori, un guerriero munito di spada che sembra ricordare Amleto; li difende da questa fiera del caos che, nelle scelte stilistiche di Morau, distilla l’elemento tragico più importante dell’originale shakespeariano: l’odio feroce fra le due famiglie. Un risentimento che è molto più di una serie di bagatelle per le strade di Verona, è una processione di scontento globale, metaforico, ‘heiner-mulleriano’ quasi. Una ‘Romeo-Machine’ che lamenta un mondo privo di ogni pietà, che l’umanità sta ‘processualmente’ lasciando in eredità ai suoi piccoli.

E’ qui che il glossario si fa indispensabile: il cerchio come segno del circo, nel senso di arena della paralisi bestiale; il cavallo come araldo totemico di una antropologia bellico-belligerante; il fuoco rituale di una delle poche scene non in nero e bianco ma in nero e giallo, a simboleggiare qualcosa di incontrollabile come l’amore, che tuttavia qui non c’è più, sostituito da copule prive di ogni sensualità; le candele, come a voler anticipare il lutto che verrà; il torneo, la giostra, a simulare giochi di guerra in un secondo momento cromatico, questa volta in nero e rosso, e il fango finale dei funerali, strazianti, che aprono le tavole del palcoscenico come fossero zolle di terra a cui restituire le anime dei due giovani.

Ph: Danny Willems
Ph: Danny Willems

Sembrano essere altrettanto necessarie anche le scomode, quasi fastidiose, contorsioni che Morau impone ai suoi performer, ognuno per ciascuno, senza parti assegnate (nessuno è Romeo e nessuno è Giulietta, ma tutti sono Romeo e Giulietta). Quel gesto della testa piegata a sinistra, le risate che seguono il procedere della sfilata, e che scivolano gradualmente dal gioviale al folle.
I costumi riempiono bene queste distorsioni, e definiscono il buio come il “nuovo nero” di una estetica culturale fin troppo fashion. Tanto che l’occhio sembra ad un certo punto vedere alti collari bianchi anche dove non ci sono.

Quindi sì, i bambini ci guardano – nella citazione di De Sica presente nel programma, e noi guardiamo i bambini. Difesi fino alla follia, ma salvi.
O, come forse potremmo chiudere, con un calco shakespeariano:
All the world is chaos
And all the boys and girls are merely — hopeless, spectators

Ph: Danny Willems
Ph: Danny Willems

Romeo + Julia
Idea e concept di Marcos Morau
Composizione Sergej Prokofiev
Direzione musicale Gavin Sutherland
Coreografia Marcos Morau in collaborazione con i danzatori dell’Opera Ballet Vlaanderen
Assistenza coreografica Shay Partush
Maestri di ballo Ana Maria Lucaciu, Joëlle Auspert, Aaron Shaw
Assistenza coreografica bambini Julia Cambra
Scenografia Max Glaenzel
Costumi Silvia Delagneau
Luci Bernat Jansà
Suono Lukas Hellings
Drammaturgia Roberto Fratini Serafide, Koen Bollen
Orchestra Symfonisch Orkest Opera Ballet Vlaanderen
Produzione Opera Ballet Vlaanderen
Danzatori Charles Antoni, Louiza Avraam, Janne Boere, Tiemen Bormans, Yannis Brissot, Morgana Cappellari, Brent Daneels, Yaiza Davilla Gómez, Anaïs De Caster, Thomas De Keersmaecker, Lara Fransen, Marine Garcia, Towa Iwase, Matthew Johnson, Ausia Jones, Niya Juste, Misako Kato, Aleix Labara i Cerver, David Ledger, Philipe Lens, Valeria Maragnelli, Lisa Mariani, Cassandra Martín, Allison McGuire, Austin Meiteen, Ester Pérez, Taichi Sakai, Willem-Jan Sas, Niharika Senapati, Shane Urton, Saul Vega Mendoza, Rune Verbilt, Madison Vomastek, Lateef Williams
Bambini Rémi Forrest, Leandro Gerrits, Nora Giglot, Ella Van Den Borre

durata: 1 h 30′
applausi del pubblico 2’

Visto a Bruges, Concertgebouw Brugge, il 18 marzo 2026

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