A Pesaro un’Italiana in Algeri psichedelica

L'italiana in Algeri di Davide Livermore
L'italiana in Algeri di Davide Livermore
L’italiana in Algeri di Davide Livermore
Se dovessimo scegliere l’opera che in assoluto ci dona il maggior piacere all’ascolto, non avremmo alcun dubbio nel scegliere “L’italiana in Algeri” di Gioachino Rossini, tanta è la gioiosa inventiva che la sorregge, tanto è l’appagamento che tutti i nostri sensi si concedono per due ore e mezzo di musica dove solo la percezione del gusto del divertimento sovrasta ogni cosa.
E’ con questa emozione nel cuore che ci siamo avvicinati all’ascolto dal vivo di quest’opera al Rossini Opera Festival, in scena ancora oggi, 19, e il 22 agosto. 

Con “Il Barbiere di Siviglia”, “La Cenerentola” e “Il Turco in Italia”, questo capolavoro assoluto forma un grumo di opere che hanno creato uno stile riconoscibilissimo che si pone in modo autorevole e originale al centro dell’opera buffa italiana.  
“L’Italiana in Algeri”, dramma giocoso in due atti, redatto pare in soli 18 giorni, su libretto di Angelo Anelli, era stato scritto per la musica di Luigi Mosca, autore pure lui di un’opera omonima, rappresentata per la prima volta nel 1808.
Com’era abbastanza d’uso allora, Rossini riprese lo stesso libretto (con alcuni cambiamenti affidati a Gaetano Rossi) e scrisse la sua opera con lo stesso titolo. Il melodramma venne rappresentato per la prima volta al Teatro San Benedetto di Venezia duecento anni fa, il 22 maggio 1813, ed ebbe subito grande successo.

La storia è una tipica “turcheria” in voga in quegli anni (ricordiamo l’illustre precedente de “Il ratto dal Serraglio” del 1782).
Ad Algeri il Bey Mustafà è stanco della moglie Elvira e decide di darla in moglie al suo giovane schiavo, l’italiano Lindoro, ingiungendo loro di partire. Il Bey chiede intanto ai suoi corsari di rapirgli una donna italiana, il cui carattere è riconosciuto particolarmente pieno di fascino.
Proprio in quei giorni, naufragato per una violenta burrasca, un vascello è abbordato dai corsari. Tra questi vi è l’italiana Isabella (donna amata e ricambiata quando erano in Italia da Lindoro) e con lei anche Taddeo, suo compagno di viaggio e preteso spasimante, che per non destare sospetti viene fatto passare per lo zio di lei.


Naturalmente Mustafà si invaghisce subito di lsabella. Intanto giungono Lindoro ed Elvira, a salutare il Bey prima della partenza; Isabella subito riconosce l’amato Lindoro e lo stupore dei due non sfugge ai presenti, che però non comprendono l’accaduto.
Isabella, avendo saputo del ripudio di Elvira, lo definisce barbaro e riesce così ad ottenere da Mustafà che Elvira rimanga ad Algeri e che Lindoro diventi suo schiavo personale.

Lindoro rassicura Isabella del suo amore: le spiega di non avere intenzione di sposare Elvira e di avere accettato solo per poter tornare in Italia e rivedere lei. Tranquillizzata, Isabella si accorda con lui sulla maniera di fuggire da Algeri con il resto degli schiavi italiani.
La donna irretisce il Bey (rinominandolo “Pappataci”): egli dovrà solo mangiare, bere e dormire, attorniato da donne, senza minimamente preoccuparsi di cosa gli accade intorno. E così accadrà.

Isabella, dopo aver incitato gli schiavi ad essere italiani, fugge con Lindoro e Taddeo, ormai convintosi che la donna ha ritrovato il suo amore e che non le importa niente di lui.
Mustafà, nel contempo, deciso a un taglio netto con le italiane, si dichiara pronto per tornare all’amore della moglie.

Come si vede, un plot che più assurdo non si poteva concepire (e che paradossalmente si riferisce ad un fatto accaduto realmente: la vicenda di Antonietta Frapolli, signora milanese rapita dai corsari nel 1805, e portata nell’harem del Bey di Algeri Mustafà-ibn-Ibrahim e poi ritornata in Italia) ma che la musica trascinante di Rossini rende credibilissimo, non tanto nell’approfondimento dei personaggi, quanto nel creare sul palcoscenico un meccanismo perfetto, in cui musica e parola sono un tutt’uno.

Esempio stupefacente di tutto ciò, è il finale del primo atto, dove lo sbigottimento che si attua nel riconoscimento tra Isabella e Lindoro, con il comprensibile smarrimento di tutti, per cui in loro il cervello non trova più ragioni per capire ciò che sta accadendo, dà adito ad un momento di assoluta calma, a cui fa seguito uno sconvolgimento assoluto del testo, che la musica asseconda in un turbinio di invenzioni che non ha eguale nel melodramma italiano (“follia organizzata” la etichettò Stendhal).

Un meccanismo che avviene in modo prodigioso anche in altri momenti del teatro rossiniano, pensiamo per esempio allo stupore degli astanti al riconoscimento di Cenerentola da parte del Principe nella “Cenerentola” o, nel “Barbiere di Siviglia”, nel finale dell’atto primo, quando Don Bartolo non comprende più cosa sta avvenendo intorno a lui.

“L’Italiana in Algeri” ha al centro la figura di Isabella, icona di carisma e fascino femminile, che tutto travolge e tutto ottiene con la sua determinazione, una figura che diede adito anche ad una censura. La frase “Tutti la chiedono tutti la bramano, la vaga femmina felicità” fu infatti ritenuta, agli inizi, troppo osé.

Anche questa volta il regista Davide Livermore, che avevamo già apprezzato l’anno scorso per il suo “Ciro in Babilonia” in salsa cinematografica, con l’aiuto dei fidi Gianluca Falaschi per i costumi (segnalato quest’anno con il premio Abbiati) e Nicolas Bovey per scene e luci, entra di petto e con molta ironia nella contemporaneità, trasportando la vicenda in un’Algeria dove il petrolio arricchisce un Mustafà a metà fra Groucho Marx e Gheddafi, e dove il kitch regna sovrano, trasportando, nel contempo, l’Italia negli anni Sessanta, all’inizio del boom.

Un’idea forse non nuova (ricordiamo una divertentissima regia di Gregoretti per il Regio di Torino del lontano ’79, ambientata tra i pozzi petroliferi con tanto di elicottero), ma sono molte le invenzioni geniali che caratterizzano questa versione, potremmo “psichedelica” (e “l’acido” viene effettivamente servito ai protagonisti), che si rifanno anche qui al cinema di quegli anni e ai fumetti, come nella narrazione figurativa che incornicia l’ouverture, con Isabella chiamata direttamente in aiuto per telefono da Lindoro che arriva e parte dal cielo.

Tuttavia spesso ci sembra che ogni cosa sia un po’ troppo insistita e visivamente monocroma, pur nella sovrabbondanza dei segni, con alcuni che, per altro, disturbano la scena.
In definitiva comunque, in un’opera come questa, forse ci si possono concedere molte libertà e, tra eunuchi, hostess, schiavi e vecchie governanti, il divertimento è assicurato. 

Josè Ramon Encinar dirige l’orchestra del teatro comunale di Bologna in modo discontinuo, con qualche difficoltà a mettere insieme le voci, soprattutto nel famoso concertato che chiude il primo atto.
Nel complesso soddisfacente è il cast vocale: Alex Esposito è un Mustafà dalla voce potente che si adegua perfettamente alle bizzarrie impostegli dal regista, Yijie Shi possiede una bella voce e affronta bene la sua parte, Anna Goryachova, mezzosoprano dal bel timbro scuro e dal phisique du role, man mano acquista credibilità e affronta la difficile aria “Pensa alla patria” con esiti nell’insieme condivisibili, mentre Mario Cassi è un corretto Taddeo.

Ora, senza essere passatisti, ci piacerebbe vedere una bella “Italiana in Algeri” ambientata in Algeri ai tempi dei corsari. Potrebbe essere una bella novità!

L’ITALIANA IN ALGERI
Dramma giocoso per musica in due atti di Angelo Anelli
 
direttore: José Ramón Encinar
regia: Davide Livermore
scene e progetto luci: Nicolas Bovey
costumi: Gianluca Falaschi
interpreti:
Mustafà Alex Esposito, Elvira Mariangela Sicilia, Zulma Raffaella Lupinacci, Haly Davide Luciano, Lindoro Yijie Shi, Isabella Anna Goryachova, Taddeo Mario Cassi 
orchestra e coro del teatro comunale di bologna
maestro del coro: Andrea Faidutti

Visto a Pesaro, Teatro Rossini, il 13 agosto 2013

 

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