Dio Ballard. Mondi catastrofici dalla letteratura al teatro

Dio Ballard
Dio Ballard
Dio Ballard (photo: Simone Padovani)

James Graham Ballard è uno dei più importati scrittori britannici di questo secolo, noto al grande pubblico per il romanzo autobiografico “L’Impero del sole” e “Crash”, portati entrambi sugli schermi cinematografi, l’uno da Steven Spielberg e l’altro da David Cronenberg.
Definito autore tout court, scrittore di fantascienza,  profeta dell’inner space, visionario della letteratura, padre spirituale del cyberpunk letterario…. egli amava però definirsi scrittore del cambiamento. Quel genere di cambiamento che avviene dentro e che rende elaborabile il dolore mentale.
La  passione per la psicoanalisi, come quella per il surrealismo, è presente nei suoi testi, accanto a scienza e pornografia, utilizzati entrambi come segnali del mutamento sociale. In ogni microcosmo ballardiano la psicologia dei personaggi è soggetta ad una sottile e lenta mutazione. Lo scopo è sopravvivere. Sopravvivere emotivamente e fisicamente agli eventi, alle macro e micro catastrofi. Anche le psicopatologie dei protagonisti  rispondono a questa strategia: il delirio per non soccombere alla dissoluzione.

“Dio Ballard” è il testo di Nino D’Attis che Pierpaolo Comini sceglie di mettere in scena al Teatro di Ca’ Foscari a Venezia.

Crash. Rimbalzo nel buio. Atterraggio.


Una discarica di rifiuti accoglie Traven, top manager in carriera (nome di uno dei protagonisti di “La mostra delle atrocità”), sopra dei polverosi sacchi neri d’immondizia. Lui è più o meno vivo, più o meno morto.
Non è di certo un bel posto dove finire, e nemmeno dove temporeggiare. Si fosse almeno rotto il telefonino, che invece sembra vivere di vita propria, e dal quale imperversa il fastidioso ruminare della moglie isterica…

Il gioco sottile tra conscio e inconscio, tra ragione e incubo, è subito palese. Traven, interpretato da Stefano Skalkotos con una disinvoltura quasi cinematografica, una volta rialzatosi dalla caduta, si guarda attorno, si aggiusta un po’ e pian piano, mentre chiacchiera del labirinto di piaceri del mondo esterno, si accomoda, pronto per riprendere una strada a scorrimento veloce. Insofferente ma non depresso, indolente ma non apatico, ironico ma non derisorio. Sono immagini, sequenze, libere parole, accostate tra di loro senza scopi preordinati. Una discarica, appunto. Ma che diviene anche il luogo d’incontro tra le pulsioni psichico-spirituali dell’uomo e i rigurgiti fisici e sensoriali veicolati dai mass media.

Il legame coniugale è in dissolvenza, come la carica del cellulare. “Qui dentro non si spezza niente” risponde Traven al ricatto affettivo. Alla scomparsa della sensibilità, alla morte dell’affetto, si cercano modelli alternativi, come quello di una patologica passione per una donna feticcio, sesso privo di sentimento, senza alcuna preoccupazione estetica o morale.

Il registra sembra voler mantenere un certo distacco nel far percorrere le circostanze catastrofiche di questo viaggio interiore al protagonista, che rimane per quasi tutta la durata del monologo, al di qua di una  porta/cornice spostata più volte in scena. Come a voler inquadrare con un obiettivo fotografico la situazione, per poi scegliere dove andarsi a posizionare. A discapito, però, di un coinvolgimento del pubblico, che rimane fermo nelle proprie poltroncine da spettatore.

Nonostante il buon inizio, il monologo ha qualche cortocircuito: qualcosa è poco chiaro, si perde, forse per un ritmo che deve ancora assestarsi, o forse perché manca proprio quel “cambiamento” di cui Ballard amava rendere partecipe il lettore.

DIO BALLARD
di Nino D’Attis
con: Stefano Skalkotos
regia: Pierpaolo Comini
scene e luci: Paolo Battistel
musiche originali: Tobia Lamare
durata: 40’
applausi del pubblico: 1’

Visto a Venezia, Teatro di Ca’ Foscari, il 27 gennaio 2011

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