Fausto Russo Alesi in una Sicilia dal cuore di cactus

Fausto Russo Alesi in Cuore di cactus
Fausto Russo Alesi in Cuore di cactus
Fausto Russo Alesi in Cuore di cactus (photo: Brigitta Codazzi)
Sarebbe sbagliato inquadrare “Cuore di cactus”, monologo di Fausto Russo Alesi tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Calabrò, come un semplice canto alla Sicilia o come una narrazione di denuncia sociale.
E’ vero, la Sicilia – terra bella e violenta, bagnata dal mare e dal sangue, terra dagli antichi fasti e dal successivo decadimento, patria di Quasimodo, Sciascia e Brancati ma anche di Provenzano, Messina Denaro e Riina – è protagonista di questo viaggio a ritroso che tocca quarant’anni di storia isolana, e italiana.
Ma al centro del racconto, concitato e sofferto, c’è più di ogni altra cosa l’uomo. Ci sono i sentimenti, dolorosi e contrastanti, di chi quella terra ha deciso un giorno di lasciarla e di non tornarvi più, se non con la memoria, che è una ‘vasta ferita, infetta di nostalgia, di dolore dell’assenza’.

Il fardello che ciascun emigrante si porta sulle spalle è pesante di rinunce, dubbi, e di sensi di colpa perché, come lo stesso Calabrò ammette, “probabilmente non si emigra mai, se non altro non da sé stessi”. E presto o tardi arriva il momento di riflessioni e bilanci.

In una sorta di confessione redentiva, che occupa lo spazio temporale di una nottata “gelida e insonne”, Russo Alesi-Calabrò cerca, ripercorrendo le tappe della propria vita, di chiarire, a sé stesso prima che agli altri, le motivazioni di una partenza patita e di ‘perdonarsi’ per essersi cercato altrove.


Il meccanismo teatrale è semplice, la scena spoglia con pochi elementi a rappresentare i punti-chiave del racconto: fogli di giornali, una macchina da scrivere, un leggìo, libri e un pianoforte a coda che, posto in diagonale nella parte posteriore del palco, di fatto lo divide in due.
Davanti Milano, o comunque la vita “dopo la Sicilia”; dietro l’isola, incarnata dallo strumento che -sarà un caso? – la ricorda anche nella sua forma triangolare.

Tutto procede per flashback e con un gioco di suggestioni evocate. La torre normanna che svetta su Palermo, il mare, il sole cocente, la Vuccirìa. Nonni, padri, amici-maestri. La scoperta, in gioventù, della passione per il giornalismo di cronaca e l’approdo a “L’Ora”, quotidiano locale di inchiesta nato con una spiccata vocazione al progressismo, bandiera del rifiuto di qualsivoglia ‘protezione’ partitica o padronale, e di stampo fortemente antimafioso. Luogo di formazione e condivisione, e anche di speranze verso un cambiamento. Possibilità soffocata sul nascere dalle prime minacce, querele e poi dalla stagione degli spari.
Giornalisti, magistrati, poliziotti, politici, i morti ammazzati diventano nel giro di poco tempo tanti, troppi. La voglia di resistere e di denunciare a poco a poco viene soppiantata dalla paura e dai primi cedimenti. Poi, il crollo quando, il 6 agosto del 1985, l’ennesimo ‘morto ammazzato’ da fatto di cronaca si fa, per Calabrò, lutto personale. Portandosi via ogni speranza, e lasciando spazio a una decisione definitiva e irrevocabile.

Al resoconto di fatti pubblici e privati si affianca – con un meccanismo in ‘battere e levare’ – un virare continuo fra dimensioni oniriche di una Sicilia coraggiosa e innovativa, patria delle avanguardie artistiche, osannata da Goethe e palcoscenico per l’anticonformismo del Living Theatre. Una Sicilia di contrasti, che tuttora contrappone al malaffare e all’omertà voci di dissenso e di lotta contro l’illegalità. Una Sicilia che è come un cactus, che “conserva sempre l’acqua e la vita, anche nel deserto”.

Fausto Russi Alesi – che come Calabrò è siciliano di nascita e lombardo di adozione – è rocambolesco e vigoroso, ma all’intensità della performance vocale non è corrisposta purtroppo una sicurezza nel muoversi in scena. Colpa probabilmente non sua, va sottolineato.
La location – una sala dell’ex convento dell’Annunciata di Abbiategrasso, appena restaurata ed inaugurata per l’occasione – si dimostrata inadatta, con un palco cigolante, un’acustica precaria e giochi di luci pressoché assenti.
Forse condizionano anche alcune scelte registiche cui si è rinunciato, come la presenza di un liquido rosso sangue che avrebbe dovuto d’un tratto sgorgare dal pianoforte.
Peccato. Perché questi limiti, insieme all’eccessiva durata, penalizzano non poco la performance, che non riesce a spiccare il volo.

CUORE DI CACTUS

di Antonio Calabrò
regia, drammaturgia, interpretazione: Fausto Russo Alesi
al pianoforte: Giovanni Vitaletti
assistente alla regia: Maria Pilar Perez Aspa

durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 2’ 00″

Visto ad Abbiategrasso (MI), Ex convento dell’Annunciata, il 14 giugno 2014


 

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