Fit: il teatro internazionale a Lugano (e a un’ora da Milano)

Cie Yan Duyvendak|Forced Entertainment
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Forced Entertainment
Al Fit 2013 anche i Forced Entertainment con Spectacular (photo: Hugo Glendinning)
«Non c’è un tema e non c’è un filo, se non la contemporaneità e l’internazionalità: è così dal 1977». Semplicemente. Ecco il succo del FIT Festival – Festival Internazionale del Teatro che a Lugano domani, 18 ottobre, aprirà il suo cerchio per chiuderlo domenica 27, dopo due fine settimana di spettacoli e appuntamenti infrasettimanali (distribuiti anche nelle città di Ascona, Bellinzona e Manno).

Spulciando il programma dell’edizione numero 22 del FIT insieme a Paola Tripoli che, accanto a Vania Luraschi, dirige il festival, viene però da chiedersi, se filo non c’è, come la direzione artistica si sia orientata in uno scenario teatrale contemporaneo che, oltre ad essere un settore estremamente sfaccettato e capillare, è anche un “genere” nemmeno così facilmente definibile.
Se poi lo scenario si allarga, uscendo persino dai confini dell’Europa, come si sceglie un programma?

«Realizzare un cartellone concentrato di contemporaneità è una scelta condizionata prima di tutto dal fatto che non avrebbe senso farlo altrimenti: la stagione teatrale a Lugano è già così piena che difficilmente trovano spazio certe proposte» spiega Paola.

Si parte infatti con “Disabled Theatre”, lavoro della compagnia svizzera Theater Hora, totalmente composta da persone disabili, insieme al coreografo francese Jérôme Bel; seguiranno “la più brillante compagnia inglese di teatro sperimentale”, i Forced Entertainment, e la performance di Olivier De Sagazan, da solo sul palcoscenico con dell’argilla come unico materiale. Sarà poi rappresentata l’Italia dai Muta Imago, con “In Tahrir”, e dal Premio Ubu Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con “Reality”. Coinvolgimento diretto della realtà anche per l’operazione condotta da Yan Duyvendak e Roger Bernat, che da veri giudici del Foro Ticinese saranno qui impegnati nel processo per la morte di Polonio. In chiusura, la clown Stacey Sacks dallo Zimbabwe, le acrobazie di Circo El Grito e il “kolossal” di David Espinosa, “Mi gran obra”.


Cie Yan Duyvendak
Il tribunale della Cie Yan Duyvendak in Please, Continue (Hamlet) (photo: Robin Spiessens)
Anche l’internazionalità, oltre a motivare e nominare il festival, nasce da un’esigenza: «Il pubblico del nostro territorio parla tre lingue, eppure non è ancora così abituato a una dimensione spettacolare europea. Da dodici anni il FIT rappresenta un’occasione per conoscere un teatro diverso, straniero, e questo è un dato di fatto che ci ha permesso, poco per volta, di creare e affezionare il nostro pubblico: ogni anno ritorna, portando con sé un ricambio. La fidelizzazione viene dalla crescita di adesione».

Fedele e attivo, quindi partecipe. Ma come mantenerlo coinvolto per due fine settimana di seguito? «Gli eventi sono i motori del festival che, per definizione, è un contenitore: di spettacoli e di altri elementi di contorno, ma assolutamente non secondari al momento spettacolare: basta pensare che i due progetti partner inseriti nel programma – TRE60ARTI/ Cantiere.2 e la collaborazione con il gruppo Lorem Kollektiv – esistono tutto l’anno».

Il primo è un percorso di approfondimento alla visione destinato a dodici persone: professionisti della scena o studenti di teatro, ma anche giornalisti o spettatori, devono essersi precedentemente iscritti per poi essere guidati da Antonella Cirigliano – regista, operatrice culturale e docente di performing art – in incontri introduttivi prima di ogni spettacolo e in approfondimenti immediatamente dopo, semplicemente per “parlarne”, senza un fine concettuale ma con punti di vista differenti, da condividere.

Come diversa è la visione del contemporaneo offerta dall’altro progetto partner: «Non una serata in discoteca, ma un vero e proprio spettacolo che, accostando una forte componente visual accanto alla performance live di musica elettronica e al dj set, dà energia al festival», precisa Paola parlando della collaborazione con il gruppo Lorem Kollektiv. Attivo dal 2005 nel paesaggio sonoro, oggi il collettivo artistico è un punto di riferimento per la creatività culturale a Lugano.


In città, esclusivamente in occasione del FIT (in piazza del Mercato e piazza Manzoni), saranno invece le “casette” destinate alla proiezione del videomaggio all’arte dell’attore realizzato dal nostro Mario Bianchi attraverso tutti i possibili Amleto comparsi sullo schermo, non solo cinematografico. Le istallazioni saranno attive durante la giornata, visitabili tra gli spettacoli e gli incontri con gli artisti, programmati sia per il pubblico adulto che per quello più giovane.

«Non dimentichiamo che il FIT nel 1977 è nato come festival dedicato ai ragazzi, poi si è aperto ulteriormente. Manteniamo questa vocazione originale integrando il programma con un Fringe dedicato al teatro ragazzi: abbiamo pubblicato un bando al quale hanno risposto 180 compagnie, e scegliere i 5 finalisti è stata dura. Ancora di più perchè negli ultimi due anni abbiamo spostato la fascia di età di questo pubblico, decidendo di proporre spettacoli per le scuole superiori. Un impegno più difficile ma molto interessante».

E quando le chiediamo che cosa ha ispirato i criteri di selezione delle compagnie che hanno risposto al bando, ecco la risposta: «Se stanno davanti ai ragazzi, devono sapere molto bene quello che fanno: quindi, il primo e fondamentale requisito è la qualità. Anche perchè la giuria del Fringe è composta da adolescenti che sono anche i redattori del Giornale del Festival, stampato e distribuito al pubblico, e linkato al nostro quotidiano nazionale. Poi ci sono altre caratteristiche, ma minime a livello di contenuto, anzi, il tema del concorso lo traiamo proprio dal materiale che ci arriva al bando. Cerchiamo sia di proporre un’interazione diversa da quella a cui gli studenti sono abituati in classe, sia di rispondere alla richiesta dei docenti di proporre spettacoli didattici. Tra le cinque compagnie selezionate, Progetto Brockenhaus viene dalla Svizzera mentre Golden Delicious da Israele e le altre tre sono italiane (La Pulce, Teatro Cargo e Quelli di Grock)».

A proposito di Italia, ecco invece le ragioni per cui sono stati invitati Muta Imago e Deflorian/Tagliarini. «Conosco bene il lavoro di entrambi: oltre a trovarlo ognuno interessante per motivi differenti, ritengo che entrambi siano capaci di poter stare in qualsiasi palcoscenico europeo, quindi li abbiamo trovati adatti al nostro contesto internazionale».

Manca un dichiarato filo conduttore a legare tanta varietà, ma l’altra faccia di quest’assenza è rappresentata da una totale libertà in mano allo spettatore, che così viene “promosso” a un ruolo più attivo, impegnato a trovare un suo posto in mezzo a tanti linguaggi e visioni. «Il FIT è un puzzle, in effetti. Ma niente di quello che potrebbe apparire casuale lo è: ogni scelta è sostenuta, motivata, esito di un processo o magari di una conoscenza che viene da anni di collaborazione. In particolare questa edizione mi sembra un cerchio che si chiude e tira le fila di una gestione che speriamo si riconosca».

Altro? «Facciamo un abbonamento strabiliante – dice ridendo Paola –. Scherzi a parte, abbiamo fatto una scelta a partire dal fatto che frequentare il teatro in Svizzera è un impegno non indifferente, soprattutto per un giovane, che prima di acquistare un biglietto ci pensa più volte. Noi attuiamo un “prezzo politico” per un abbonamento che coinvolge e fa entrare».

Lugano è a un’ora di treno da Milano, aggiungiamo noi, che saremo lì per raccontarvelo. Per chi voglia conoscere altri e tanti modi di intendere il teatro contemporaneo.
 

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