“Grief and Beauty”: Milo Rau, l’ignominia, la morale

Grief & Beauty (photo: Michiel Devijver)
Grief & Beauty (photo: Michiel Devijver)

Lo spettacolo di NTGent, in prima nazionale a Romaeuropa e da oggi al 14 ottobre a Genova, pone lo spettatore di fronte a riflessioni su eutanasia, dimensione privata e pubblica, etica e politica. Ma qual è il ruolo dell’artista quando sceglie di portare in scena la morte, quella vera?

In prima nazionale al Romaeuropa Festival e poi in tournée per l’Italia, “Grief and Beauty” di Milo Rau si presenta così: una scena apparentemente continua, un appartamento squartato sul palco, con gli ambienti spalancati ma uniti tra di loro, come dai tessuti connettivi che tengono insieme una carcassa. Sopra, il solito schermo per proiezioni, a destra una videocamera per le riprese live, a sinistra una violoncellista che ogni tanto gioca sulle note dell’aria “When I am laid in earth” da “Dido and Aeneas” di Purcell, – “Remember me, but ah! forget my fate”, l’ultima voce di Didone suicida per l’abbandono di Enea.

Gli attori sono gli abitatori di questa casa, un piccolo gruppo di persone, una badante, un nipote, probabilmente un’altra parente – ma i ruoli non vengono chiariti – che si trova attorno al vecchio padrone di casa, scavato e cereo, bisognoso di assistenza, prossimo alla dipartita.
Ognuno di loro, a turno, in un’ulteriore dissezione, stavolta drammaturgica, rievoca fatti tristi o lieti della propria esistenza, che risultano gli uni agli altri giustapposti, una sorta di campionario dei casi della vita, appena acquarellati di interiorità – in un pathos contratto, nordeuropeo. Si aggirano per l’appartamento, aiutano il vecchio a farsi una doccia o a mettersi sul gabinetto, fanno un caffè.
Intanto lo schermo, solitamente occupato dai primi piani degli attori/personaggi (l’ambiguità tipica di Rau sul vibrante confine tra realtà e finzione, fa di loro persone che, in un modo o in un altro, sono state o sono attori), ospita il volto sorridente di Johanna, malata terminale che ha deciso di ricorrere all’eutanasia.

Questo il disporsi di “Grief and Beauty” in scena, in un setting già più volte sperimentato dal regista e drammaturgo svizzero, che qui risente casomai di una certa riduzione degli strumenti rappresentativi.
Questo il linguaggio: il realismo estremo del décor, della recitazione, delle storie, tale da rasentare l’ambiguità, da giocare spregiudicato con l’eterno inganno dell’essere vero o no.

Poi, a un certo punto, nello schermo, Johanna è su un letto, lenzuola dalla fantasia bianca e nera, in pigiama. Al braccio ha un infusore, accanto a lei un medico, mani – forse di parenti e amici – l’accarezzano, parla ma le parole non si odono, sorride, poi lo sguardo si vela, smette di parlare, smette di guardare. Non smette di sorridere, è vero – ma le labbra sono intirizzite. Stiamo parlando di una donna morta.

Respingiamo con forza, subito, l’automatismo moralistico: non diremo che è immorale mettere in scena una morte vera. Evidentemente lo è, ma il ruolo dell’artista può (deve?) essere quello di saper spingere più in là, più a fondo il bisturi della ricerca, non solo dell’oggetto presentato in scena (a quanti può esser venuto in mente, dagli albori del realismo a oggi di mostrare una morte vera? Quanti hanno subito il raccapriccio di quel sospetto, a partire dal pubblico dell'”Orbecche” di Giraldi Cinzio, 1541, colto da malore alla vista dei tronconi degli arti dei figli?). Non solo dell’oggetto presentato l’artista può (deve) portare avanti quel bisturi, ma della funzione e dello statuto del medium, della natura del rapporto di comunicazione palco-platea, persona-persona. Essere disturbing, essere “crudele”, scellerato, immorale.

È vero, la questione è anche politica, e siamo autorizzati a leggere “Grief and Beauty” come un’elegia sulla bella morte dei Paese civili o come una proposta concreta di gestione razionale degli impulsi oscuri, un lavoro sul fine-vita: la bellezza dell’esistenza nei suoi momenti preziosi può darsi un termine altrettanto sereno, è ingiusto e immorale che ciò non sia ancora consentito dalla legislazione di diversi Paesi.
Ma il tema della morte è troppo totale per essere ridotto a questo, specialmente se una vera morta è messa, sia pure in video, sulla scena. Ed è un bene: è un bene che alcuni temi riescano a strapparsi di dosso la carne della realtà del tempo in cui viviamo, sia pure nella forma più elevata di quella incarnazione, la politica.

Per quanto tenti, dunque, di sfiorare trasversalmente il grande tema, è di quel baratro che Milo Rau si addentra a parlare, è impossibile che il geniale autore svizzero non lo abbia colto. Così come è impossibile che non si sia reso conto che questa materia, così trattata, cioè con strumenti drammaturgici che gli si sono appiccicati addosso come un tic, un automatismo, gli si ritorce contro, rischiando di farlo sembrare un analfabeta, un bambino che gioca con gli zolfanelli, come nella terribile filastrocca nello “Struwwelpeter” di Heinrich Hoffmann, dove della curiosa piccina, lasciata a casa da sola dai genitori, non rimane che un po’ di cenere e “due scarpini”.

Una morte in scena spalanca una porta da dove il nero antropologico vomita come una cascata oscura, viscida, copiosa, e chi si assume il compito di bagnarsi in quel fiotto non può uscirne pulito.
Ciò che, per chi scrive, risulta inaccettabile di “Grief and Beauty” non è però quella morte; ma è che Rau provi a restarne in qualche modo intatto, che non si assuma la responsabilità, come artista, dell’osceno – e il termine, ricordato anche da Renata Savo, è tecnico – che mette davanti, sera dopo sera, a migliaia di spettatori. Di penetrare i loro occhi con una violenza, nonostante le chiacchiere sui “tempi che corrono”, ancora insostenibile.

È inaccettabile che il regista candidamente dedichi lo spettacolo “a Johanna”, che insista sul fatto che gli attori abbiano chiacchierato a lungo con lei, che siano andati a farle visita più volte, ascoltato le sue storie davanti a un tè prima che arrivasse il giorno dell’eutanasia, creando un’empatia, una vicinanza. Che giochi sul dato che alcuni oggetti della casa di lei si trovino ora in scena davanti ai nostri occhi, dandoci a credere che si tratti di una sorta di poetico lascito, mentre ciò rende d’un tratto la scena inquietante come un tintinnante reliquiario.
E che, a spettacolo finito, nel mezzo degli applausi, si proietti la faccia di Johanna viva, sorridente, sul solito schermo, che gli attori si voltino e la ringrazino, che battano le mani al suo indirizzo – per la sua performance?

Non si tratta di una questione etica, anche se l’orrore di un artista che osa l’inusitato in fondo richiede una posizione di resistenza altrettanto oltranzista, per poter esplodere con più fragore. La questione è invece sul ruolo dell’artista, dunque sull’arte, sul suo ormai invecchiato statuto di scandalo, di scelus, che le garantiva una posizione estranea al buon senso, al buon gusto e alle buone maniere, dunque illuminante.

Non stiamo parlando dunque del mostrare a fini spettacolari o politici un corpo di donna malato e letteralmente morente (qualcuno direbbe “usare”), ma del tentare scompostamente di pulirsi di questa evidente ignominia con mezzucci che sanno di patetismo, di pseudo-sindacalismo (potete leggere il nome “Johanna B.” e la specificazione “in video” anche sui crediti ufficiali dello spettacolo, poco sotto queste righe). Un’ignominia nobile e terribile era quella di Milo Rau, di cui l’artista doveva farsi carico, portando il peso di aver evocato in sala qualcosa di molto vicino alla pietà e al terrore, sconvolgendo gli animi dei suoi spettatori.
Ma Rau ha preferito chiamarsi fuori, nettarsi di quell’immondo nero che avrebbe meritato di portare con tetro orgoglio, come un appestato, come un Sade o un Céline.

Grief and Beauty
Regia: Milo Rau
Testo: Milo Rau & Ensemble
Performance: Arne De Tremerie, Anne Deylgat, Princess Isatu Hassan Bangura, Gustaaf Smans, Johanna B. (in video)
Drammaturgia: Carmen Hornbostel
Coach & Dramaturgical Collaborator: Peter Seynaeve
Scena e Costumi: Barbara Vandendriessche
Composizione: Elia Rediger
Musica dal vivo: Clémence Clarysse
Camera & Video Design: Moritz Von Dungern
Light Design: Dennis Diels
Assistente alla regia: Katelijne Laevens
Direttore della produzione tecnica: Oliver Houttekiet
Direttore di produzione: Greet Prové
Grief & Beauty è una produzione dell’NTGent in coproduzione con Tandem Sceène Nationale Arras – Douai, Künstlerhaus Mousonturm Frankfurt, Romaeuropa Festival, Teatro Nazionale di Genova

durata: 1h 35′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Argentina, il 30 settembre 2022
Prima nazionale

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