Il direttore artistico Paolo Bignamini ci guida alla scoperta di una rassegna ricca di storie, un festival che unisce teatro, letteratura e didattica, per un dialogo senza confini tra Italia e Svizzera
Nel cuore di una Friburgo che sa di storia e cultura, si celebra quest’anno la terza edizione de “I libri sulla scena”, un festival che unisce letteratura e teatro, costruendo un ponte culturale tra l’Italia e la Svizzera. Un evento che celebra la letteratura italiana e la sua capacità di parlare a tutti, dal giovane spettatore alle scuole, fino agli appassionati di teatro.
Da domani, 1° aprile, fino 15 aprile 2025, la programmazione spazia dai classici come “Pinocchio” a temi contemporanei come la lotta alla mafia raccontata in “AUT – Un viaggio con Peppino Impastato”, senza dimenticare storie commoventi come quella di Samia Yusuf Omar, la giovane atleta somala morta nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.
Con la direzione artistica di Paolo Bignamini, giornalista, drammaturgo e regista teatrale, il festival promette di far risuonare con forza la cultura italiana attraverso la potenza evocativa del teatro. Ma quali sono le visioni che hanno guidato questa edizione? Come si intrecciano le storie, la didattica e il linguaggio teatrale in una manifestazione così unica?
Scopriamolo direttamente dalle parole di Bignamini.
Paolo, “I libri sulla scena” è giunto alla sua terza edizione. Come è nata questa iniziativa e qual è stato il percorso delle edizioni precedenti?
“I libri sulla scena” è nato da un incontro che ha tutto il sapore del teatro: l’incontro tra la parola e la scena. Con Giulia Asselta, drammaturga, e Maria Luisa Minelli, insegnante, entrambe con un legame forte con la Svizzera, abbiamo iniziato a riflettere su come portare i libri letti nelle scuole svizzere direttamente sul palcoscenico. Ci siamo quindi lanciati in un progetto semplice ma ambizioso: portare in scena i libri letti in classe nelle scuole svizzere dagli studenti di italiano. Abbiamo partecipato a un bando dell’Ufficio Federale della Cultura della Confederazione Svizzera e lo abbiamo vinto per tre anni di fila, riuscendo così a sviluppare e consolidare, edizione dopo edizione, il nostro festival. Abbiamo poi coinvolto in Italia il Teatro de Gli Incamminati come partner organizzativo e produttivo.
La programmazione 2025 è molto variegata, con opere che spaziano dai classici come “Pinocchio” di Teatro del Carretto a temi contemporanei come la lotta alla mafia con “AUT – Un viaggio con Peppino Impastato” di Linguaggicreativi. Cosa unisce questi spettacoli sotto il filo conduttore della letteratura italiana?
Il programma del festival si articola sempre in dialogo con gli insegnanti di italiano delle scuole coinvolte nei vari Cantoni della Svizzera. Perciò, il cartellone è spesso eterogeneo, e spazia dai classici della nostra letteratura ai temi della storia italiana del Novecento e contemporanea. Attraverso una parola che diventa viva sulla scena, gli studenti imparano a conoscere una cultura e una realtà diverse dalla loro. Se è vero che i titoli che proponiamo vengono scelti tenendo conto dello spunto didattico, gli spettacoli che ospitiamo sono però rivolti a tutta la cittadinanza. Non è un programma per ragazzi, quanto piuttosto una rassegna di teatro che parla anche ai ragazzi, e a tutti gli spettatori curiosi di scoprire qualcosa di più del teatro italiano. Ospitiamo interpreti e compagnie che hanno saputo marcare un punto significativo su temi e autori (Vetrano e Randisi su Pirandello, il Teatro del Carretto su “Pinocchio”) e, più in generale, privilegiamo il rapporto con artisti e realtà con cui abbiamo costruito negli anni una strada comune. Il filo conduttore è la capacità di raccontare storie che parlano della nostra società, in modo coinvolgente e significativo.
Il festival coinvolge sei cantoni svizzeri. Quali sono le sfide e le opportunità nell’organizzare un evento così ampio e diffuso?
Si tratta di un lavoro di costante scambio con le comunità locali: insegnanti delle scuole coinvolte (l’ente capofila del progetto che finanzia il festival è un liceo, il Collège de Gambach di Friburgo), referenti delle associazioni del territorio (ben tre sedi della Società Dante Alighieri: Friburgo, Svitto e Winterthur) e, naturalmente, un dialogo con le istituzioni che sostengono il nostro lavoro.
Il nostro obiettivo è far sì che ogni cantone senta il festival come qualcosa di proprio, pur mantenendo un respiro internazionale che arricchisca la scena culturale locale. La varietà del territorio è anche una grande opportunità, perché ci permette di creare una proposta che risponde alle esigenze diverse dei pubblici locali, mantenendo un’alta qualità artistica.
Come la collaborazione con gli insegnanti di italiano ha influenzato la selezione degli spettacoli e il tipo di rapporto che il festival vuole instaurare con il pubblico giovane?
Il nostro festival nasce da un’esigenza educativa, ma non si limita a un pubblico scolastico. L’obiettivo è far sì che gli studenti, attraverso il teatro, possano entrare in contatto con la cultura italiana in modo diretto e coinvolgente. Ogni spettacolo è pensato per stimolare una riflessione profonda, e la selezione dei titoli si fa tenendo sempre conto dell’aspetto didattico, ma senza mai sacrificare la qualità artistica. In questo modo, il festival non è solo per le scuole, ma è pensato per tutti i cittadini, grandi e piccoli, che vogliono scoprire il meglio della drammaturgia italiana.
“Samia” è un evento speciale che unisce danza e teatro. Cosa ti ha ispirato a includere questo tipo di lavoro nel programma e quale ruolo pensi che possa avere l’arte della danza nel raccontare storie di grande impatto sociale come quella di Samia Yusuf Omar?
Lo scorso anno abbiamo appositamente prodotto per il festival una lettura scenica del libro di Giuseppe Catozzella “Non dirmi che hai paura”, che racconta la vicenda tragica e struggente di Samia Yusuf Omar. Quando la collega Giulia Asselta mi ha segnalato il bellissimo lavoro di Adriano Bolognino, che ha sviluppato una coreografia sui temi della storia di Samia, ospitare la sua coreografia mi è sembrata un’ottima occasione per far crescere il raggio di apertura de “I libri sulla scena” e per far riverberare una storia decisiva del nostro presente tra diversi linguaggi della scena. Per questo motivo, in apertura dello spettacolo di Bolognino, riproporremo un breve estratto della produzione dello scorso anno, diretta da Leda Kreider e interpretata da Rosanna Sparapano. La danza, con la sua capacità di esprimere emozioni universali, è uno strumento potentissimo per raccontare storie forti come quella di Samia, che non sono solo tragedie individuali, ma simboli di un intero presente. Includere la danza ci permette di raccontare questa storia da un’altra angolazione e amplificare il messaggio attraverso la potenza visiva e corporea dell’arte.

La tua direzione artistica si caratterizza per una forte attenzione alla drammaturgia contemporanea. Come scegli le opere da portare in scena e quale pensi sia il loro ruolo in un festival che celebra anche i grandi classici?
Il classico è sovente vittima di un pregiudizio: viene spesso considerato come qualcosa di inoffensivo, rassicurante perché conosciuto. Invece, il classico (oltre che molto meno acquisito di quello che crediamo) è tale proprio in virtù della sua “pericolosità” per noi, dal momento che la sua caratteristica è quella di chiamarci in causa, di riguardarci, di invitarci a prendere posizione. In questo senso non c’è, dal mio punto di vista, una grande distanza di senso tra scrittura contemporanea e testo classico. Piuttosto, mi pare fecondo uno sguardo contemporaneo, anche drammaturgico, sul classico, con riscritture e commistioni. La nostra “Locandiera”, prodotta dal Centro Teatrale Bresciano e rivisitata attraverso le canzoni d’amore del cantautorato italiano, vuole essere un passo in questa direzione. Questo è il nostro approccio: non tradurre i classici in modo passivo, ma reinterpretarli per farli parlare al nostro pubblico di oggi.
I libri sono al centro del festival, ma il teatro ha la capacità di trasformare la parola scritta in qualcosa di vivente. Come vedi il rapporto tra letteratura e performance teatrale?
Questo è il cuore pulsante di “I libri sulla scena”. Il teatro prende la letteratura e la rende viva, la trasforma in qualcosa che respira, che può essere sentito sulla pelle. La sfida è proprio questa: far vivere la parola scritta, non solo come lettura, ma come esperienza sensoriale. Ogni produzione del festival, che sia nata appositamente o che sia una ripresa, ha questo obiettivo: dimostrare quanto il teatro possa essere una forza che fa emergere il significato profondo delle storie.
La tematica della “resistenza” emerge in diversi spettacoli di quest’edizione. Ad esempio, “Il sentiero dei nidi di ragno”. Cosa rappresenta per te questa tematica oggi e come la esplori nel contesto del festival?
Il teatro, come l’arte in generale, è sempre arte di un tempo. E il nostro tempo ci chiede di prendere posizione su temi e valori che sono messi in discussione. Nel nostro piccolo, questo cartellone è parte del nostro posizionamento.
Il festival si svolge in un contesto internazionale, con un pubblico che non è sempre di madrelingua italiana. Come si affronta questa sfida?
Abbiamo sottotitolato tutti gli spettacoli in francese e tedesco per facilitare la comprensione. Ma la sfida più grande è riuscire a comunicare l’essenza della nostra cultura attraverso il teatro, in modo che il pubblico, anche se non parla italiano, possa vivere l’esperienza pienamente. L’interesse mostrato nelle edizioni passate ci incoraggia a continuare a coinvolgere il pubblico internazionale: c’è un reale desiderio di conoscere l’Italia, la sua cultura, il suo teatro.
Guardando al futuro, quali sono le tue ambizioni per le prossime edizioni del festival?
Per continuare a crescere è fondamentale rafforzare la nostra base organizzativa, così da poter ampliare il programma con più produzioni originali e prime visioni. La mia ambizione è quella di consolidare il nostro legame con le scuole e di continuare a offrire al pubblico una proposta sempre più ricca, che non solo celebri la letteratura italiana, ma apra anche nuovi orizzonti.
