Il Calapranzi di Roberto Rustioni: un’analisi fra tragico e assurdo

Il calapranzi (ph: Rosellina Garbo)
Il calapranzi (ph: Rosellina Garbo)

La nuova produzione del Biondo, con Dario Aita e Giuseppe Scoditti, esplora l’attesa, la violenza psicologica e l’incertezza dell’esistenza umana

“Il Calapranzi” di Harold Pinter, scritto nel 1957, è uno dei pilastri della drammaturgia del Novecento. Una nuova produzione del Teatro Biondo di Palermo, diretta da Roberto Rustioni al Teatro Franco Parenti, porta in scena questo testo enigmatico e inquietante, confermando la forza della scrittura di Pinter, capace di raccontare la condizione umana attraverso il silenzio e l’incertezza. L’ambientazione, un seminterrato angusto e opprimente, contribuisce a intensificare il senso di claustrofobia che pervade l’intera opera.

La trama, apparentemente semplice, è intrisa di sottotesti e significati nascosti: due killer, Ben e Gus, aspettano in un locale sotterraneo l’ordine di compiere un omicidio. L’unico canale di comunicazione con il misterioso boss è un montacarichi. Il tempo è scandito da una frustrazione crescente, un mix di violenza e tensione. La violenza, pur non manifestandosi mai direttamente, aleggia sull’opera, alimentata dall’impossibilità di sfuggire a una condizione di immobilità psicologica. Il finale aperto, con la pistola puntata, lascia lo spettatore sospeso nel dubbio, proprio come Pinter intendeva, invitandolo a riflettere sull’incertezza che segna la condizione umana.

Un lunghissimo piano sequenza. La regia di Rustioni si distingue per un approccio cinematografico, che richiama il modo in cui Tarantino costruisce le sue scene thriller. Ogni pausa, ogni rumore sinistro che irrompe nel silenzio, accentua la minaccia che pervade la scrittura pinteriana. La gestione del tempo e dei silenzi è fondamentale, dando respiro a un testo che, pur nella sua apparente staticità, genera una continua e crescente tensione psicologica.

La scenografia, ideata da Valentina Console, è potente sia visivamente sia simbolicamente. Due letti singoli, un tavolo e due sedie in formica e metallo, un calapranzi sullo sfondo che sembra un armadio: l’ambiente spoglio e freddo, con tubi intercomunicanti e applique industriali, rispecchia perfettamente la condizione esistenziale dei protagonisti. L’effetto claustrofobico è amplificato dai rumori sinistri che attraversano ogni fase dello spettacolo, creando l’impressione che l’intero spazio sia sotto pressione. La posizione invertita dei personaggi sui letti simboleggia la frattura tra i due uomini e l’assurdità della loro condizione. Il giornale che uno dei due tiene in mano è l’unico tentativo di cercare un significato in un tempo che sembra cristallizzato.

Un senso d’attesa illanguidisce, e ricorda Beckett. Dario Aita e Giuseppe Scoditti, protagonisti dello spettacolo, offrono una performance asciutta e convincente. Aita interpreta Ben, un personaggio teso e autoritario, mentre Scoditti è Gus, più pacato ma altrettanto fragile. La loro recitazione è precisa, intensa e mai ridondante. I due attori si muovono in un’attesa inevitabile, senza mai arrivare a un’azione concreta. Parlano del più e del meno per sfuggire al silenzio che rischia di inghiottirli. I loro gesti e sentimenti, dalla frustrazione alla rabbia, esprimono una lotta interiore, costantemente in bilico tra aggressività e rassegnazione. La violenza psicologica si fa strada nei piccoli gesti, nei continui ribaltamenti di potere. Entrambi gli attori riescono a dare profondità a personaggi che, pur senza agire mai, vivono un’esperienza segnata dall’irrequietezza e dall’incertezza.

Anche la traduzione di Alessandra Serra gioca un ruolo fondamentale nel rivitalizzare “Il Calapranzi”. La sua versione arricchisce il testo pinteriano, senza tradirne l’essenza, conferendo dinamismo alla scrittura senza perderne la sottile ambiguità. Ogni parola, ogni frase, amplifica il senso di angoscia e frustrazione che pervade il rapporto tra i due protagonisti. La traduzione riesce a mantenere alta la tensione, facendo emergere ancor più palpabili le emozioni non dette.

Il tema centrale del “Calapranzi” è la violenza, non solo fisica ma psicologica, che scaturisce dall’impotenza, dalla solitudine e dalla difficoltà di comprendere se stessi. Ben e Gus non sono semplicemente due killer in attesa di un ordine: sono due uomini intrappolati nella loro stessa esistenza, incapaci di sfuggire al proprio destino. Litigare per delle stupidaggini. La violenza prende forma nell’impotenza, nella rabbia e nell’incomunicabilità, mentre l’attesa diventa sempre più pesante, quasi insostenibile. I ribaltamenti di potere tra i due sono un modo per sfogare un’ansia che non può più essere contenuta.

L’opera è oggi ancora più attuale, soprattutto se vista alla luce delle fragilità e delle incertezze che la pandemia ci ha imposto. Lo spettacolo può essere letto come una riflessione sul senso di minaccia, sul vivere in uno spazio ristretto che diventa una prigione psicologica, in un periodo storico in cui la paura ha dominato le nostre reazioni. La condizione di Gus e Ben, intrappolati in un tempo sospeso, si fa ancora più drammatica se paragonata alle nostre normali esperienze di impotenza e solitudine, che emergono in vari contesti della vita quotidiana, dai rapporti familiari ai contesti lavorativi.

“Il Calapranzi” insomma continua ad affascinare e inquietare. La regia di Rustioni, la scenografia di Console e la traduzione di Serra arricchiscono il testo originale, mentre la performance degli attori, pur modellata per sottrazione, trasmette in pieno la tensione psicologica e la lotta interiore dei personaggi. Lo spettacolo si chiude lasciando il pubblico a riflettere sulle sfumature più oscure della realtà, proprio come voleva Pinter.

IL CALAPRANZI
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Roberto Rustioni
con Dario Aita, Giuseppe Scoditti
scene e costumi Valentina Console
assistente alla regia Giuseppe Bongiorno
produzione Teatro Biondo Palermo

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’ 40”

Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, il 18 febbraio 2024

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