Rapeflower: nel corpo violato di Hana Umeda

Hana Umeda
Hana Umeda

Abuso sessuale e strategia di sopravvivenza si intrecciano nel corpo dell’artista, ospite di Santarcangelo 25

Hana Umeda accoglie il pubblico stesa nuda, supina, un braccio abbandonato accanto alla testa, l’altro aderente al fianco. Il suo corpo è morbido, giovane, vulnerabile e insieme ostinato, come se non avesse alcuna intenzione di offrirsi. Dietro di lei, proiettata, si apre una distesa di fiori gialli, un mare di colza che acceca, invadente nella sua bellezza sporca. Il viso di Hana è duro, chiuso in un’espressione muta che respinge ogni empatia. Sta lì per mostrarsi, non per chiedere nulla.

Sul palco ci sono segnaposti bianchi, precisi, disseminati come piccole trappole. Nel talk del giorno dopo, la coreografa – polacca di origine giapponese, certificata nella scuola Hanasaki-ryu Jiutamai – racconta che all’inizio voleva danzare con un kimono tradizionale, onorare la disciplina appresa, ma poi ha capito che sarebbe stata guardata come una graziosa bambolina, un fiore da esotismo. Ha scelto allora di spogliarsi. Non per provocazione, o per un atto politico sterile, ma per spingersi oltre: togliere ogni foglio, ogni pelle, farsi corpo puro, nudo, indifendibile.

Quando comincia a danzare, il ventaglio bianco si apre e si chiude come un colpo di rasoio. Ma tra le gambe stringe un dildo, che ospita una microcamera endoscopica già infilata nell’ano. Ogni tanto, sul grande schermo appare l’interno del suo corpo: mucose rosse, pieghe carnose che si muovono da sole, indifferenti a chi guarda. Non è una pornografia spettacolare, non è nemmeno una denuncia gridata: è un’esposizione clinica, un’istantanea di cruda materia. Per secoli il corpo femminile è stato osservato, sezionato, misurato, aperto a forza, fatto a pezzi sotto il pretesto della scienza o del desiderio. Qui invece è lei che decide. Mostra le sue viscere con una fermezza che non lascia scampo, dice: guardate, ma guardate come voglio io.

Non è un caso, e lo ammette lei stessa durante la performance, che questo trauma l’abbia vissuto in prima persona. Non parla da studiosa del corpo, non teorizza. Parla da corpo che è stato violato. Ma non chiede pietà. E continua a danzare. Dopo ogni piccola frase di jiutamai – un gesto trattenuto, una torsione del busto, un colpo secco del ventaglio – si ferma, dice “Again” con la stessa voce vuota con cui si annoterebbe la temperatura di un paziente, e si sposta al segnaposto successivo. Again: di nuovo. Ancora. È successo troppe volte. Non c’è bisogno di piangere, perché la ripetizione è già una condanna.

A un certo punto, il palco si trasforma in una gabbia erotica. Le tre pareti si accendono di un verde o di un rosa fosforescente, un colore acceso, sintetico, viscido, che ricorda certe luci al neon dei locali notturni. Hana danza intrappolata in questo cubo acido, come un insetto in una scatola di plexiglass, osservata, sezionata, desiderata e respinta allo stesso tempo. È una bellezza tossica, una stanza che esalta la carne solo per tenerla prigioniera.

Poi arrivano le proiezioni dei quadri rinascimentali. Madonne, santi, martiri si stampano sul suo ventre, sul petto, sulle cosce. Lei si muove appena, e i volti sacri si distorcono, si deformano in smorfie grottesche, tradendo la loro presunta perfezione. È il corpo vivo che deforma l’icona, che la piega al suo respiro, al suo tremito. È un contrasto che fa sorridere, un sacrilegio consapevole, un modo per dire che non c’è nulla di puro quando la carne si mette in mezzo.

Alla fine, tutto si scioglie in un gesto che sorprende per la sua cura. Hana ripone il ventaglio, la microcamera, il dildo sul bordo del palco, con attenzione minuziosa, come se preparasse un piccolo rituale del tè. Non c’è sollievo, non c’è pacificazione, ma c’è un ordine silenzioso, una forma di rispetto per gli strumenti del proprio martirio.

Molti spettacoli quest’anno al Festival di Santarcangelo hanno parlato di violenza. Di violenza collettiva, violenza sistemica, ma soprattutto di violenza sulle donne: corpi attraversati, manipolati, ridotti a paesaggio o a monito. Ma quello di Hana Umeda è stato forse il gesto più feroce, perché non si limita a denunciare: si lascia guardare dentro, fino alle pieghe più oscene, e lo fa senza offrire alcuna catarsi. Non salva lo spettatore, non lo consola. Restituisce solo la materia viva, cruda, che pulsa, che trema, che è già stata violata e che, nonostante tutto, decide di mostrarsi ancora. Again.

RAPEFLOWER
concept, regia, coreografia, testo, performance Hana Umeda
drammaturgia, collaborazione al testo Weronika Murek
video Martyna Miller
musica Olga Mysłowska
disegno luci Aleksandr Prowaliński
sguardo esterno Joanna Nuckowska
produzione Olga Kozińska
produzione Komuna Warszawa come progetto selezionato di Open Call for performance 2024
ricerca condotta nell’ambito del programma MA “SoDA” all’interno di HZT Berlin, Università delle Arti di Berlino, Ernst Busch Academy of Dramatic Arts Berlin, e durante la residenza “Thinking Through the Museum” presso il Museo della Storia degli Ebrei Polacchi POLIN
realizzato con il supporto finanziario dell’Unione Europea
progetto realizzato con il supporto di Adam Mickiewicz Institute e cofinanziato dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia
con il sostegno di Istituto Polacco di Roma
lingua: inglese con sottotitoli in italiano

durata: 55′

Visto a Santarcangelo di Romagna, Teatro Il Lavatoio, il 4 luglio 2025

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