Eva Meyer-Keller: la morte è certa. Intervista

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Su un tavolo tutti gli oggetti della morte (photo: Klp)

Un metodico assassinio, in tutti i suoi più variegati e crudeli aspetti. È quanto la giovane artista tedesca Eva Meyer-Keller ha presentato alla XII edizione del Festival delle Colline Torinesi

Un diploma alla School for New Dance Development di Amsterdam, lo studio di arti visive e fotografia a Londra e Berlino, e una carriera di performance in ascesa, presentate nei teatri e nelle gallerie d’arte d’Europa ed America.
Ispirandosi alle fiabe in cui gli oggetti prendono vita consentendo la proiezione di esperienze e fantasie, in Death is certain Eva fa delle ciliegie – frutti dalla polpa dolce, la pelle sottile e il succo color del sangue – le protagoniste di un’esperienza al limite tra orrore, divertimento e riflessione. Il tutto attraverso azioni che vogliono arrivare in maniera semplice e minimale agli spettatori, riuniti insieme al tavolo dell’esecuzione. 

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Eva Meyer-Keller (photo: Klp)

Death is certain era già stata presentata in alcuni festival italiani nel 2004 e nel 2005. Ci sono stati dei cambiamenti nella versione portata quest’anno al Festival delle Colline?
Ho ideato la performance nel 2002 e all’inizio ho fatto dei cambiamenti, ma ormai ha raggiunto la sua forma definitiva ed è sempre più o meno uguale. Tutte le volte, però, la adatto al luogo e alle persone che si trovano attorno al tavolo, e questo influenza ogni rappresentazione.


Le tue performance e il teatro: da cosa sono legati? Quanto c’è di teatrale nel tuo stile espressivo?
Alcune mie performance hanno maggiormente a che fare con situazioni teatrali rispetto ad altre. Ad esempio Good Hands, del 2004, poneva le classiche domande del teatro (l’aspettativa del pubblico, quanto tempo sarebbe durata, la sorpresa, quanta influenza gli spettatori avessero sulla performance…) e secondo me il luogo più adatto per realizzarla era un vero teatro, proprio per l’argomento che trattava. Per Death is certain, invece, non ha molta importanza il luogo. Potrebbe essere fatto sia in teatro che in una classe scolastica, in una galleria d’arte, nella stanza di un ospedale… Questo spettacolo è completo in se stesso perché è retto da una grande idea e tutto il resto gli è attaccato addosso, un po’ come un grappolo d’uva… Generalmente io faccio e non recito. Le azioni che io o altri performer eseguiamo devono solo essere fatte, non tirate fuori o recitate.

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Death is certain (photo: Klp)

Ci sono degli artisti italiani che conosci e apprezzi?
Sfortunatamente non ne conosco molti. Ho visto qualcosa di Kinkaleri e della Socìetas Raffaello Sanzio e li ho trovati davvero interessanti. Tra i miei colleghi apprezzo Forced Entertainment, Gob Squad e gli spagnoli Cuqui Jerez e Juan Dominguez.

Da sempre consideriamo Berlino una capitale dalle diverse influenze artistiche. È ancora così? Berlino è fonte d’ispirazione per il tuo lavoro?
A Berlino ho amici che lavorano in campi simili al mio e seguiamo i nostri reciproci progressi. È un’opportunità di grande valore, soprattutto con le performance, perché se non c’è nessuno che guarda, può capitare di non ‘sentire’ cosa sta accadendo. E poi seguire i processi degli altri è davvero bello.

 

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photo: Krapp’s Last Post

La tua arte è eterogenea e unisce musica, video, performance… Che tipo di linguaggio pensi, oggi, sia più comunicativo? C’è qualcosa, da questo punto di vista, che non hai ancora sperimentato e vorresti provare in futuro?
Non so se il mezzo di comunicazione sia la prima cosa a cui pensare. È più importante il soggetto su cui voglio lavorare e solo dopo, se necessario, inizio a pensare al linguaggio. A parte questo non ho mai scritto nulla né suonato uno strumento. Ma se potessi mi piacerebbe l’idea di scrivere una storia o di comporre una canzone… tuttavia non penso accadrà mai, o almeno non nell’immediato futuro. Amo la semplicità. Anche se possono essere coinvolti mezzi comunicativi complessi, mi piace vedere solo cosa è essenziale. Cercando di ripulire da tutto quanto non è necessario si riesce a comunicare in modo diretto. Se questo avvenga attraverso le parole o le immagini, dipende poi dal progetto e dall’artista con cui si sta lavorando.

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