Mbira di Roberto Castello. Storie di Africa, musica e danza

Mbira (photo: Carlo Carmazzi)
Mbira (photo: Carlo Carmazzi)

Sul palco del Teatro del Giglio di Lucca la performance multietnica firmata Aldes / Teatro della Cooperativa con la collaborazione di Renato Sarti e Andrea Cosentino

Nel 2018, all’interno del progetto “Live Dance Club”, Roberto Castello organizzò a Lucca un convegno intitolato “Non è qui il centro del mondo – Uno sguardo differente sulla cultura, l’informazione e la politica dell’Africa occidentale”. L’incontro, che vide la partecipazione di alcuni esperti di cultura e civiltà africana, faceva emergere panorami culturali sconosciuti su arti come letteratura e cinema africani (pochi sanno che in Nigeria esiste una produzione cinematografica talmente vasta da essere chiamata “Nollywood”), oltre che una interessante analisi della storia di questo immenso continente. Non solo, infatti, in Occidente si conosce ben poco della storia e della cultura africana, ma si tende con superficialità a comprendere in un unico conglomerato Paesi (54 per l’esattezza) tra loro estremamente diversi, quando addirittura in un unico Paese sono presenti ceppi culturali tra loro radicalmente differenti. Un continente erroneamente considerato (fin da Hegel) “senza storia”, forse anche a causa della importante tradizione orale che più facilmente fa perdere le proprie tracce, ma soprattutto come conseguenza della supremazia coloniale, che guardava al popolo africano con superiorità e con una prospettiva distorta della realtà.

La storia africana ha in realtà radici ben più lontane di quella occidentale, e in occasione del convegno emerse come da alcune zone dell’Africa siano affiorate società gerarchiche che hanno poi generato stati autoctoni come quello faraonico in Egitto, che rappresenta una delle civiltà più antiche della storia dell’umanità.

È da questa riflessione che nasce la performance “Mbira”, termine che racchiude molteplici significati.
Mbira è anzitutto il nome di uno strumento musicale dello Zimbabwe, costituito da lamelle metalliche poste su una tavoletta di legno che vengono usate come una piccola tastiera, e la musica che questo strumento produce viene chiamata con lo stesso nome.
Bira è anche il nome di una grande festa della tradizione del popolo Shona, la principale etnia dello Zimbabwe, e nella tradizione dell’Africa Sud-Sahariana questo strumento è usato dai griot (letteralmente “artigiano della parola”), una sorta di cantastorie che ha il ruolo fondamentale di tramandare la storia e la cultura del popolo. Secondo la mitologia bantu, questo strumento risale ai tempi della creazione del mondo (ogni lamella rappresenterebbe una fase della creazione) ed ecco che, ancora una volta, il mito africano ci riporta alle origini.


Una delle cose che accomuna i più antichi miti e religioni sulla cosmogonia, è che il principio che dà origine ai mondi è basato sul ritmo e sull’armonia, e che probabilmente Dio creò il mondo danzando.

Il lavoro di Castello, ospite del Teatro del Giglio di Lucca, inizia con un assolo di Ilenia Romano su un brano mbira che Kevin Volans, compositore bianco sudafricano, ha trascritto per due clavicembali. Brano su cui tra l’altro è nata una controversia tutta occidentale sulla legittimità dell’operazione. La ritmica è caratterizzata dalla ripetizione di una piccola melodia che varia durante il brano e che porta ad uno stato di trance, status reso con estrema grazia dalla bravissima danzatrice.

La performance continua poi a svilupparsi in fasi in cui parola, danza e musica live si alternano; i racconti di Castello servono a sollevare riflessioni sulla mancanza di un vero sguardo e di un vero ascolto verso l’Africa, e soprattutto sulle visioni – spesso distorte – che l’Occidente ha di questo continente. Ad esempio, è una conseguenza piuttosto comune che i paesi colonizzati siano culturalmente contaminati dai propri colonizzatori. Ma è sicuramente anche vero il contrario. Basti pensare alle contaminazioni africane nella musica (jazz, blues, rap, fino ai generi contemporanei). Possiamo quindi affermare che ciò che siamo oggi è il derivato di numerosi intrecci di storie, popoli e culture dove quella africana ha profonde radici con innumerevoli diramazioni. A tal proposito Castello cita anche la filosofia Ubuntu, incentrata sulla reciprocità delle relazioni umane e sul legame che unisce alla fine tutta l’umanità. Ubuntu significa “umanità” o “benevolenza” verso il prossimo, e una interpretazione di Mandela della filosofia Ubuntu è che ognuno di noi è ciò che è per merito di ciò che siamo tutti.

Se in “Mbira” Roberto Castello è una sorta di frontman a cui è affidata la parola (i testi sono dello stesso Castello e di Renato Sarti con la collaborazione di Andrea Cosentino), a condurre musicalmente la performance è Marco Zanotti, straordinario musicista e compositore le cui doti sono state apprezzate già in altri lavori di Castello. Ha curato ad esempio anche le musiche di “Inferno”, lo spettacolo neo-vincitore del Premio Ubu 22 per la danza presentato allo stesso Teatro del Giglio lo scorso aprile.

Figura chiave dell’opera è Zam Moustapha Dembélé, griot del Mali, polistrumentista, non solo cantante e compositore con una innata musicalità, ma anche artigiano di strumenti musicali secondo una lunga tradizione di famiglia. Zam Moustapha è una vera figura fiabesca, poeta capace di trasportarti in un attimo nelle atmosfere più magiche dell’Africa, mentre porta in scena strumenti che poco siamo abituati a sentire come la kora (arpa-liuto), il tamanì (il tamburo a braccio), e il balafon (xilofono).

Da sottolineare l’importanza dell’improvvisazione, sia musicale sia nella danza, che non solo costituisce un elemento fondante della performance, ma che è parte integrante della riflessione sulla cultura africana, dal momento che è fatta di tradizioni orali, danze e momenti irripetibili che ogni volta – proprio come lo spettacolo “Mbira”, – sono unici.

Benché il lavoro si allontani un po’ dalla cifra stilistica di Castello, in realtà vi ritroviamo alcuni punti cardine della sua estetica. Anzitutto il ritmo, e non mi riferisco solo a quello musicale, ma proprio al ritmo della performance. Ogni lavoro di Roberto Castello è misurato e perfettamente cadenzato nei tempi, senza picchi di calo. Nei momenti incentrati sui racconti, ad esempio, il ritmo è cadenzato dalle percussioni, o dai canti delle danzatrici, che in quella fase diventano coriste.

Ritroviamo inoltre l’ironia, spina dorsale del coreografo, sia nella forma delle storie che nell’espressività delle danzatrici, e una meticolosa scrittura coreografica. Nonostante il ruolo dell’improvvisazione – straordinario l’assolo di Giselda Ranieri al ritmo della kora e delle percussioni -, le danzatrici diventano figure plastiche da plasmare come argilla, e in un continuo dialogo i corpi si muovono al ritmo della musica così naturalmente da far sembrare quella danza qualcosa di intrinseco e ancestrale, da sempre parte del loro essere. Come se quel movimento incastrato dentro di loro premesse per uscire nonostante la loro volontà e perfino con sorpresa, sottolineata da comiche espressioni. Eccezionali nel trasmettere la natura incondizionata della musica africana che permette loro di scoprire, quasi con curiosità, le infinite possibilità dei movimenti, le tecniche di incastro, l’avanzare dei tempi in battere o l’uso della ripetizione, senza considerare l’energia e la gioia che trasmettono al pubblico.

Tra storie di Africa, musica e danza il ritmo aumenta e il pubblico scalpita sempre più nelle poltroncine del teatro, mentre si ripercorre una sorta di cosmogonia musicale alla ricerca delle nostre radici. Che la musica africana sia un qualcosa che ci appartiene è comprovato dal risultato finale che costantemente, nella rappresentazione di “Mbira”, la compagnia riesce ad ottenere: un pubblico che si alza e si mette a ballare, perfino in un teatro di tradizione come quello del Giglio.

Mbira
coreografia e regia Roberto Castello
musiche Marco Zanotti, Zam Moustapha Dembélé
testi Renato Sarti e Roberto Castello, con la preziosa collaborazione di Andrea Cosentino
interpreti Giselda Ranieri e Ilenia Romano (danza/voce), Marco Zanotti (percussioni, limba) Zam Moustapha Dembélé (kora, tamanì, voce, balafon), Roberto Castello
produzione ALDES – Teatro della Cooperativa
con il sostegno di MIC Direzione Generale Spettacolo dal vivo, REGIONE TOSCANA Sistema Regionale dello Spettacolo, Romaeuropa Festival
media partner NIGRIZIA
ALDES sostiene l’opera di informazione critica della rivista Nigrizia, cui vanno i proventi della vendita delle t-shirt dello spettacolo
un ringraziamento a Cooperativa Sociale Odissea
finalista Premio UBU 2019 – miglior spettacolo di danza

Visto a Lucca, Teatro del Giglio, il 13 dicembre 2022

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