Dancing Days al Romaeuropa Festival 22: se inciampi, fallo diventare parte della danza

Warping souls (ph: Salih Kilic)
Warping souls (ph: Salih Kilic)

La sezione curata da Francesca Manica ha presentato diversi artisti, fra cui Pablo Girolami, Andreas Hannes, Philippe Kratz e Stefania Tansini

If you stumble, make it part of the dance” (se inciampi, fallo diventare parte della danza), recita così un detto di un autore sconosciuto. Con queste poche ma efficaci parole potrebbe essere riassunta l’esperienza immersiva con alcuni spettacoli di Dancing Days, la sezione di Romaeuropa Festival curata da Francesca Manica, “un movimento che attraversa l’Europa facendone danzare l’identità”.

Stiamo parlando di “Warping Souls” di Andreas Hannes e “Open Drift” di Philippe Kratz, presentati in successione, “My Body Trio” di Stefania Tansini e “Soirée D’etudes” di Cassiel Gaube. Il quinto spettacolo è una bonus track di Romaeuropa Festival, una double bill rappresentata al teatro Biblioteca Quarticciolo, ovvero, “T.R.I.P.O.F.O.B.I.A.” e “Jose Pasqual” di Pablo Girolami.

Nato in Grecia, Andreas Hannes ha studiato musica e percussioni. La sua passione per il cinema e i film di danza lo ha condotto verso la coreografia. “Warping Souls”, letteralmente “anime deformanti”, contiene già nel titolo il concept della performance composta intorno al concetto di deformazione, di curvatura di una rotta. È un lungo e lento accumulo di energia, routine sincronizzate e assoli divergenti.
Quattro danzatori, che in gruppo giocano con la loro plasticità, sperimentano con quanta flessibilità possono camminare e con quanta resistenza possono stare fermi in punta di piedi, organizzano un percorso per lavorare all’unisono, raggruppandosi e disperdendosi in ogni angolo dello spazio scenico. Le loro forme e sembianze umane mutano in qualcos’altro all’interno dei loro body mimetici, colorati di rosso e di blu, evidenziando quanto il movimento possa essere trasformativo e rinnovatore.


Philippe Kratz, danzatore e coreografo tedesco, rappresenta un punto di eccellenza nel panorama coreografico internazionale, in Italia è conosciuto per la sua lunga collaborazione con Aterballetto e il successo della coreografia “Solitude Sometimes”, per il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano. A Romaeuropa ha presentato il lavoro “Open Drift”. Ispirato all’assolo di Anna Pavlova ne “La morte del cigno”, la sua rilettura “Open Drift” muove dal concetto innato di transizione, una condizione che caratterizza il fluire dell’umana esistenza.
Due sono i corpi che danno forma a questo transitare e che, come cigni sull’acqua, si incontrano casualmente nello scorrere delle loro vite, prima di separarsi e dirigersi altrove, dopo aver lasciato ognuno qualcosa nella vita dell’altro. Sul piano strettamente coreografico, “Open Drift” risulta essere un progetto opulento e sovrabbondante, con tanti echi e richiami, suggestioni visive accostate in accumulo. Eccessi che in alcuni passaggi sembrano ridurre la compattezza, la potenza poetica ed estetica di “Open Drift”.

Stefania Tansini, coreografa e danzatrice piacentina, ritorna a Dancing Days dopo aver vinto DNAppunti Coreografici nel 2020.
È stata danzatrice per Romeo Castellucci, Cindy Van Acker, Simona Bertozzi, Luca Veggetti, Enzo Cosimi e Ariella Vidach, collaborando anche con i Motus. Si è dedicata e ha avviato un percorso autoriale di ricerca sul corpo che cura e porta avanti attraverso i suoi progetti coreografici, di cui l’ultimo è “My Body trio”.
Se con il suo precedente lavoro “My body solo” la Tansini aveva indirizzato la sua ricerca sul corpo e sul movimento, mettendo in luce la vulnerabilità degli individui e abbracciando la precarietà, in questa pièce, danzata con Barbara Carulli e Filippo Porro su musiche di Salvatore Sciarrino, approfondisce le questioni esistenziali ponendo alcune precise domande: Che cosa facciamo? Come stiamo da soli, con gli altri, con le cose, con il mondo?… Cosa ne facciamo di questa vita, in questo corpo, in questa situazione?
Incarnando la fragilità, la vulnerabilità, la precarietà umana ne consegue che la danza diventa una testimonianza di vita. I tre corpi in scena (di)mostrano come la ricerca da individuale diventa collettiva.

My Body trio (ph: Luca Del Pia)
My Body trio (ph: Luca Del Pia)

In “Soirée d’études”, Cassiel Gaube estende la ricerca del suo assolo “Farmer Train Swirl – Etude” creando un pezzo che perlustra il ricco vocabolario della House Dance con una sequenza di studi in continua evoluzione. Uno studio, nel senso musicale del termine, è una composizione concepita e ideata per sperimentare le possibilità di una tecnica specifica, come la House Dance, basandosi sullo sforzo di mappare il lessico dei passi che la compongono. Cassiel Gaube li decostruisce per farli vibrare meglio, esplora poeticamente le possibilità del corpo umano; anche nel silenzio c’è una tensione costante tra i danzatori grazie all’enorme precisione e all’estrema concentrazione. Come nel suo assolo, Gaube mette in evidenza la ricchezza coreografica e la complessità della House Dance. Crea una situazione “easy going” dove i danzatori sono già presenti in scena, come se fossero in una sala prove, vestiti in modo informale, le luci statiche, il coreografo al microfono fa un discorso iniziale di benvenuto agli spettatori.
Per circa quaranta minuti i movimenti e le variazioni vengono ripetute ed eseguite nel disagio di uno scomodo silenzio, in un crocevia tra street dance, contemporanea, hip-hop e clubbing, con le t-shirt dei performer intrise di sudore.
Poi il buio, la musica ad alto volume, il ritmo. Si uniscono i pezzi del puzzle, i puntini si collegano e si entra in un mood. Danzare è come volare, come seguire la rotta di uno stormo di uccelli. Un volo nel quale si vede quello che si vuol vedere, senza le costruzioni mentali, gli approcci filosofico-esistenziali, le drammaturgie. Ci si lascia andare.

Dopo la sua partecipazione a DNAppunti Coreografici, il danzatore e coreografo Pablo Girolami ha fondato con Giacomo Tedeschi la compagnia Ivona, con la quale ha presentato al teatro Biblioteca Quarticciolo due pièce.
“T.R.I.P.O.F.O.B.I.A.” è un’indagine sulle origini e sull’irrazionalità delle nostre paure, qualcosa che prende spazio nella concretezza della materia fisica di cui tutti noi siamo composti, e su quali possono essere gli stimoli in risposta ad esse. Lo spazio abitato dai due performer è un piccolo quadrato di luce all’interno del quale interagiscono i loro fisici plastici. Quasi come un esperimento sociale dove il lavoro sul corpo stimola nuovi modi di relazione tra i performer.

Pablo Girolami ha dichiarato che è stata una scommessa abbinare “T.R.I.P.O.F.O.B.I.A.” al secondo pezzo presentato, “Jose Pasqual”, una performance che esplora la teatralità, una fusione tra movimento ed espressione. Concepita e nata a Barcellona all’inizio di quest’anno, la performance ha come protagonisti un personaggio immaginario cinquantenne, interpretato da Guillehrme Leal, e una bambola di plastica che ha la funzione di essere come uno specchio. Qualcosa di introspettivo che mostra come ci sentiamo, come la nostra fisicità, il nostro essere risponde all’amore. Nella relazione con un’altra persona, con l’amore, spesso si finisce con il ritrovarsi da soli e questo avviene quando c’è un rifiuto, quando la bambola si sgonfia. Una condizione di alienazione nella cui spirale siamo finiti tutti in modalità diverse esplorando il lato oscuro dell’amore.

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