Nel tempo che ci resta. César Brie per Falcone e Borsellino

Nel tempo che ci resta (photo: Laila Pozzo)
Nel tempo che ci resta (photo: Laila Pozzo)

Un’aura di levità per parlare di temi ostici, la mafia, le stragi di Capaci e via d’Amelio. Un uso costante della metafora e dell’analogia per esprimere la strategia criminale che Cosa Nostra mise in atto nella famigerata estate del 1992, quando il tritolo sventrò la Sicilia e dilaniò i corpi di tre magistrati e delle loro scorte.

Villagrazia, Palermo. Tra le lamiere di un cantiere abbandonato un uomo lancia delle arance sulla scena come fossero bocce o un tiro di dadi. È il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta. Le anime di altri quattro defunti si risvegliano dal torpore. Sono quelle di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle loro mogli Francesca Morvillo e Agnese Piraino Leto.
“Nel tempo che ci resta, elegia per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” è un lavoro sulla memoria e sugli affetti. Lo spettacolo scritto e diretto da César Brie ha debuttato a Milano a Campo Teatrale a fine ottobre, e dall’1 al 19 dicembre tornerà nel capoluogo lombardo all’Elfo Puccini.
In scena lo stesso Brie (nei panni di Buscetta) insieme a Marco Colombo Bolla (Borsellino), Elena D’Agnolo (Piraino Leto), Rossella Guidotti (Morvillo) e Donato Nubile (Falcone).

Le arance. Il loro profumo ambrato risveglia ricordi e legami. Dorate e aspre, simboli di fecondità e amore, le arance sprigionano la fragranza di una terra calda e solare, benedetta dalla geografia, oltraggiata dalla storia e dagli uomini.
Le domande e le risposte. Le confessioni e le paure. Gli eventi pubblici e i sentimenti nascosti. Il tempo che scorre. E sfugge. E si porta via vite, segreti e sentimenti.
Falcone e Borsellino. Le loro famiglie e i loro amori. La loro amicizia. I loro valori e le battaglie per la giustizia e la verità. E poi Buscetta: le sue testimonianze scomode; le vendette spietate della mafia che annientò la sua famiglia. E ancora, le tante vittime che Brie elenca una dopo l’altra senza lasciarle sullo sfondo come accade nei resoconti sbrigativi di chi si limita a parlare di “scorta”: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli.


Le storie di Borsellino, Falcone e Buscetta sono state sviscerate da innumerevoli libri, documentari, film e spettacoli. Il modo in cui vi si avvicina Brie però è diverso. Il regista argentino punta sulla magia musicale della parola, sul linguaggio analogico, sull’indefinitezza suggestiva ed evocativa delle immagini. Egli fonda il suo discorso su una poetica degli oggetti proposti come equivalenti di concetti astratti, come simboli di una condizione interiore, oppure come metonimie per smaterializzare fatti troppo violenti.

È uno sguardo attenuato ma lucido, che non rinuncia all’inchiesta e alla denuncia. Sono essenziali in questo lavoro le musiche soffuse di Pablo Brie che rimestano le arie di Giuseppe Verdi, oppure creano variazioni su un canto tradizionale di Rosa Balistreri. Anche gli arrangiamenti musicali di Matìas Wilson alimentano il contrappunto drammaturgico. Donato Nubile rinfocola il registro elegiaco quando canta Verdi con inaspettati accenti tenorili. E allora rifinisce di nuove sfumature il personaggio di Falcone, che era ammiratore del compositore parmense.
Importanti anche le luci venate, grigie e lunari di Stefano Colonna, che illuminano la cronaca intarsiando l’elemento onirico nella rappresentazione realista.

Camilla Gaetani allestisce una scena di bidoni, lamiere, panchine, bicchieri di plastica, fili appesi in orizzontale per asciugare i panni, su cui nascono installazioni di cravatte o camicie insanguinate. Le lamiere diventano nicchie o croci. I personaggi danno vita a una danza sognante, anchilosata come foglie morte, cadente come burattini senza fili.
Su tutto prevale la drammaturgia degli sguardi incerti o solari, gioiosi, delicati, tristi, malinconici. Le parole fanno da supporto agli sguardi, ai gesti rarefatti che stemperano dolori e tragedie.
La drammaturgia alterna monologhi brevi a dialoghi dal ritmo vivace, dal cadenzare serrato. Sono botta e risposta briosi che esprimono l’empatia e la complicità tra i personaggi, interpretati con stile misurato dai bravi attori.
È una drammaturgia parcellizzata che a tratti si struttura in versi, il settenario, l’ottonario, il distico elegiaco. Tutto è calibrato. L’equilibrio sottile tra la vita e la morte, tra la dedizione e la rabbia, è reso da una poetica in cui dominano la prossemica e i gesti, gli occhi, le labbra, i movimenti distesi, a creare un contatto spirituale.

Come in “Viva l’Italia”, in “L’albero senza ombra” e in “Indolore”, ancora una volta nel teatro di Brie la poesia trova il varco che offre una via di fuga e salvezza a una condizione di prigionia e di violenza, a un senso d’immobilità e immoralità desolata.
Nelle atmosfere intimistiche, con l’alchimia delle corrispondenze tra parole, sguardi e oggetti, si delinea un’arte familiare densa di valori etici, che seduce e lascia tracce più profonde della classica denuncia civile e dell’inchiesta politico-sociale.

NEL TEMPO CHE CI RESTA. Elegia per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
testo e regia César Brie
con César Brie, Marco Colombo Bolla, Elena D’Agnolo, Rossella Guidotti, Donato Nubile
musiche di Pablo Brie – variazioni su temi di Verdi e su “Avò” di Rosa Balistreri
arrangiamenti musicali Matìas Wilson
luci di Stefano Colonna
assistenti alla regia Adele Di Bella e Francesco Severgnini
allestimenti scenici Camilla Gaetani
produzione Campo Teatrale/ Teatro dell’Elfo

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 3’20”

Visto a Milano, Campo Teatrale, il 29 ottobre 2021

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