Dentro la Polis di ErosAntEros. Anatomia di un festival in divenire

Agata Tomsic e Davide Sacco (photo: Alessandra Dragoni)
Agata Tomsic e Davide Sacco (photo: Alessandra Dragoni)

Intervista ad Agata Tomsic e Davide Sacco, ideatori e direttori artistici a Ravenna del Polis Teatro Festival. In attesa del debutto, ad ottobre, di “Libia”

E’ nato come progetto per il territorio che, fin da subito, ha messo al centro i diversi linguaggi del teatro contemporaneo ma anche la partecipazione attiva dei cittadini-spettatori: era il 2018 e debuttava a Ravenna il Polis Teatro Festival. Un percorso che è poi proseguito fino ad oggi, con un’edizione 2022 che ha proposto anche un focus sulla drammaturgia contemporanea francese, portando per la prima volta a Ravenna maestri internazionali come Pascal Rambert e Ivica Buljan.

Del Polis Teatro Festival, e più in generale delle poetiche che vi ruotano attorno, parliamo con Agata Tomsic e Davide Sacco, della compagnia ErosAntEros, che ne sono gli ideatori e i direttori artistici.

Polis è arrivato questa primavera alla 5^ edizione. Un festival relativamente “giovane” ma ricco di spunti e direttrici, che non si è fermato neppure durante le fasi più complesse della pandemia. Una qualità e una progettualità riconosciute perfino dal Ministero della Cultura per il triennio 2022-2024. Come e perché è nato e com’è mutato in questi anni?
Agata: Polis è nato inizialmente come un piccolo progetto per il territorio in cui abitiamo, la città di Ravenna, ruotante sin da subito attorno a due fuochi, rimasti centrali ancora oggi: la promozione dei diversi linguaggi del teatro d’arte contemporaneo e la partecipazione attiva dei cittadini-spettatori. In soli cinque anni le attività da noi programmate sono quadruplicate, crescendo qualitativamente attraverso scelte artistiche sempre più coraggiose, ancor più in risposta alla pandemia, e aprendosi dal 2022 alla scena teatrale internazionale. Abbiamo vissuto anni complessi, che mai avremmo immaginato di attraversare, sia come artisti che come programmatori, in cui abbiamo sempre cercato di fare tesoro delle difficoltà con cui ci scontravamo per reinventarci e cercare nuove strategie per portare il nostro lavoro alle persone e il teatro che amiamo alla nostra città, non smettendo mai di rilanciare e ponendo i nostri obiettivi sempre più in alto.


Avete deciso di dedicare quest’edizione alla figura della scrittrice e filosofa Simone Weil, e avete dedicato molto spazio alla drammaturgia francese. Quali gli appuntamenti che per voi sono stati fonte di maggiore soddisfazione?
Agata: Abbiamo aperto l’edizione 2022 di Polis con una citazione di Simone Weil che, se si sostituisce la parola “artisti” a “scrittori”, descrive perfettamente il teatro che cerchiamo: “C’è qualcos’altro che ha il potere di svegliarci alla verità. È il lavoro degli scrittori di genio. Essi ci danno, sotto forma di finzione, qualcosa di equivalente all’attuale densità del reale, quella densità che la vita ci offre ogni giorno ma che siamo incapaci di afferrare perché ci stiamo divertendo con delle bugie”.
Un teatro che abbia quindi il potere di “svegliare” e di far leggere la realtà in nuova luce, come quello che noi stessi, come ErosAntEros, perseguiamo da più di 12 anni. E tale è anche il lavoro degli altri artisti che ogni anno ospitiamo a Polis. Quest’anno la maggiore soddisfazione è stata per noi la risposta positiva di spettatori, critici e operatori alla nuova sfida che ci siamo posti: l’apertura al teatro contemporaneo europeo, che ha messo al centro del festival un focus sulla drammaturgia contemporanea francese, portando per la prima volta a Ravenna maestri internazionali come Pascal Rambert e Ivica Buljan, e dando al contempo spazio a lavori di artisti italiani, come Licia Lanera e Teatro i, che come noi si sono confrontati con il teatro di quest’area geografica. È stata l’ennesima scommessa vinta, l’ennesimo salto nel vuoto – perché non sapevamo come sarebbe stata accolta – coronata anche dal recente importante riconoscimento da parte del Ministero della Cultura, che vede il nostro festival entrare come prima istanza triennale al FUS con la maggiore valutazione qualitativa di tutta la nostra categoria. Risposte che ci spingono certamente a continuare a rilanciare ancora lungo i sentieri tracciati in questi anni.

State già immaginando l’edizione 6 di Polis? Su quali idee vi state indirizzando? Quali le difficoltà, oggi, di dare corpo ad un festival?
Agata: Tra le difficoltà più preoccupanti degli ultimi anni, che nel nostro caso corrispondono alla crescita e al consolidamento di Polis, c’è la disaffezione del pubblico teatrale post pandemica, aggravata nell’ultimo periodo dall’ansia di fronte alle nuove crisi bellica ed energetica, e dalle loro conseguenze economiche.
La sfida più grande nell’immediato futuro sarà quindi per noi proprio l’ampliamento degli spettatori, senza scegliere la strada più facile e redditizia del teatro commerciale, ma continuando con testardaggine a portare il teatro d’arte tra la gente, compresi coloro che ancora non hanno messo piede in una sala teatrale.
Per questo, anche ora, mentre stiamo preparando la prossima edizione di Polis 2023 che metterà al centro il teatro contemporaneo internazionale di un’altra area geografica, immaginiamo anche progetti partecipativi e formativi che continuino ad avvicinare il teatro alle persone, come il progetto “Visionari”, i laboratori con gli studenti universitari e il progetto “Biglietti sospesi” che da anni portiamo avanti in città, ma anche nuove strategie che facciano conoscere il teatro e diano ad esso importanza all’interno delle vite delle persone.

Polis 2022 (photo: Dario Bonazza)
Polis 2022 (photo: Dario Bonazza)

Quale, per voi, il rapporto con la città di Ravenna?
Davide: Ravenna è una città che vanta un’offerta culturale importante in molti ambiti e certamente nell’ambito del teatro. Dobbiamo molto a questa città e a questa regione per quanto riguarda la nostra formazione. Qui abbiamo costruito le basi per la nostra realtà e qui facciamo base ancora oggi, anche se, a dire la verità, dopo quasi 13 anni di lavoro in città e il riconoscimento arrivato anche a livello nazionale e internazionale, non abbiamo uno spazio a disposizione che possa rappresentare una base per le nostre attività. Nemmeno un metro quadro. Questo è uno degli apparenti controsensi determinati dalla ricchezza a cui accennavo poco fa, ricchezza che diventa d’altra parte fonte di problematiche da affrontare quotidianamente per realtà come la nostra, nate negli ultimi 20 anni, soprattutto se si considera che in città abbiamo realtà che da alcuni decenni sono abituate a gestire sostanzialmente tutto il patrimonio e le economie del loro ambito.
Credo si tratti di luoghi ideali in cui muovere i primi passi, ma in cui non è semplice e scontato crescere davvero. Per fortuna c’è però un ottimo clima di collaborazione, e con la nostra testardaggine abbiamo trovato la nostra strada anche qui.

Come compagnia siete nati nel 2010. Con quali intenti e verso quale direzione avete lavorato durante questi anni? Quali i progetti all’orizzonte?
Davide: Agata ed io abbiamo dato vita a ErosAntEros a gennaio 2010. Le forme da noi create sono mutate nel corso degli anni, ma certamente quello che caratterizza la base del nostro fare, è il tentativo di mettere sempre al centro del nostro lavoro delle questioni che sentiamo fondamentali nei tempi e nella società in cui viviamo. In un certo senso il nostro potrebbe essere definito un teatro engagé. Un teatro che si concentra sui contenuti che vuole condividere con le persone. Ma allo stesso tempo vuole mantenere sempre alto il lavoro di ricerca sulle forme che, di volta in volta, decide di perseguire. Si tratta di qualcosa che per noi è molto naturale, che nel teatro italiano può apparire insolito, ma che nel teatro europeo è molto comune. È infatti in Europa che troviamo molte esperienze a noi affini e con le quali ci confrontiamo continuamente. E verso l’Europa sono diretti i nostri progetti più recenti e i prossimi futuri.
All’orizzonte, in ordine strettamente cronologico, avremo a ottobre 2022 finalmente il debutto di “Libia”, spettacolo che porta in teatro l’omonima opera di graphic journalism di Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini (Mondadori 2019), in una forma multidisciplinare, concentrata sui disegni animati, le voci e il suono, che vede in scena insieme ad Agata l’attore Younes El Bouzari e il musicista Bruno Dorella, autore ed esecutore dal vivo dell’intera colonna sonora.
Poi, nell’estate 2023, debutteremo con un nuovo lavoro che mette al centro il pianeta su cui viviamo e la catastrofe ambientale in corso, intitolato “Gaia”. Intanto stiamo lavorando da tempo a una nuova importante coproduzione internazionale e multilingue, a partire da uno dei nostri testi teatrali novecenteschi di riferimento, che debutterà a inizio 2024. Si tratta di un grande progetto che vedrà in scena un nutrito gruppo di attori di diverse lingue e nazionalità, nonché una delle nostre band musicali preferite come parte fondamentale dello spettacolo.

Uno dei vostri ultimi lavori è “Confini”, di cui è stata realizzata anche una pubblicazione per Editoria e Spettacolo di Ian De Toffoli. Come nasce e quali temi affronta?
Davide: “Confini” ha debuttato a luglio 2021, ma lo spettacolo è frutto di un lungo percorso. Abbiamo iniziato a lavorare al progetto nel 2018 e lo abbiamo sviluppato negli anni grazie a una serie di residenze in Italia e in Lussemburgo. Si tratta di una coproduzione internazionale e multilingue (francese, italiano, inglese, lussemburghese, tedesco) che parla della grande storia dell’Unione Europea attraverso le piccole storie dei migranti italiani (interpretati da Hervé Goffings, Sanders Lorena e Djibril Mbaye: tre meravigliosi attori di lingua francese e pelle nera, per un immediato cortocircuito con il presente) che andarono a lavorare nelle miniere e nelle acciaierie della Grande Région, costruendo con i loro sacrifici personali la base economica dell’Unione Europea e in particolare del Lussemburgo. Si parte dalla nascita dell’UE come CECA per arrivare, attraversando un presente di pandemie e catastrofi ambientali, ad un futuro distopico nel quale il capitalismo multinazionale arriverà al suo apice e il pianeta non sarà più abitabile. Tutto questo in una forma complessa, nella quale gli spettatori vengono accompagnati da due corifee del futuro (Emanuela Villagrossi e Agata, che eseguono con maestria un’ardua partitura senza mai uscire di scena per due ore), introducendo volta per volta i discorsi di alcuni dei politici che hanno segnato la storia dell’UE, dal secondo dopoguerra al futuro (interpretati da uno strepitoso attore lussemburghese con il quale abbiamo avuto la fortuna di lavorare: Marco Lorenzini). Si tratta per la maggior parte di teatro documentario, ma allo stesso tempo c’è una cornice di finzione distopica che sviluppa un dispositivo a noi caro per ragionare sul presente e provare a immaginare un futuro diverso.

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