Primavera dei Teatri: 25 anni di resistenza teatrale

Cari spettatori di Manfredini (ph: Angelo Maggio)
Cari spettatori di Manfredini (ph: Angelo Maggio)

lunAzione, Cubo Teatro, Francesca Ritrovato, Danio Manfredini, Federica Rosellini sono solo alcuni degli artisti ospiti in Calabria per quest’edizione che festeggia il quarto di secolo

Primavera dei Teatri è un festival capace di mettere radice non solo sul territorio in cui, da venticinque anni ormai, si svolge – solo qualche edizione fuori dal periodo di fine maggio e inizio giugno e alcuni appuntamenti fra Cosenza, Catanzaro, e alcuni borghi vicini a Castrovillari, dove è nato e, tuttora accade – ma soprattutto nella comunità teatrale che attorno ad esso si ritrova, per partecipare a quello che, a buon diritto, è diventato un imperdibile rito collettivo del teatro.

Gli incontri, gli spettacoli, gli scambi e le riflessioni condivise nel tempo dell’attesa fra un debutto ed un’anteprima, nei vari spazi del festival – quest’anno teatro Vittoria, Protoconvento Francescano, teatro San Domenico, sala Varcasia – e le cene che si protraggono sino a tarda notte, animando anche quello che è divenuto, ad honorem, spazio di Primavera: il ristorante La Torre Infame, proprio di fronte al Castello Aragonese.

Per l’edizione dei venticinque anni (dal 26 maggio al 1° giugno) tutti questi elementi hanno risuonato forte, nonostante le difficoltà che ci sono e restano nel fare teatro, soprattutto a Sud, in un territorio dove pensare, organizzare e dar vita ad un festival diventa automaticamente atto di coraggio e resistenza. La stessa praticata, con semplicità ma costanza, da Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano, anime del festival, capaci negli anni di sperimentare nuovi linguaggi, guardare alle novità della Calabria ma non solo, accogliere giovani compagnie, affiancate, nella sempre ricca e variegata programmazione, a nomi noti e affermati che tornano a Primavera dei Teatri per i loro debutti.

Anche l’edizione numero 25, dedicata al critico Claudio Facchinelli – presenza fissa sin dall’esordio, che ci ha da poco lasciati, ricordato anche attraverso la coinvolgente e partecipata presentazione del volume “Autoritratto sentimentale per inviluppo” (Gaspari Editore 2025), ultima sua raccolta di racconti autobiografici – ha proposto un fitto calendario, fra danza, teatro, performance, residenze, laboratori ed eventi musicali. In programma anche la mostra “La ferocia in pochi attimi” dell’artista e critico di teatro Renzo Francabandera; fra le proiezioni quella del docufilm interessante e raffinato, “Italianesi” di Saverio La Ruina (vincitore della 22^ edizione del Tirana Film Festival nella categoria “Panorama Reflecting Albania”), lavoro che prende le mosse dall’omonimo spettacolo per raccontare, attraverso una narrazione intensa e un dialogo con compagni di viaggio forti e talora scontrosi, una delle pagine meno conosciute della storia del nostro Paese: gli italiani di Albania.

La presentazione di Autoritratto Sentimentale (ph: Angelo Maggio)
La presentazione di Autoritratto Sentimentale (ph: Angelo Maggio)

Fra i libri, protagonisti anche “Altrimenti il carcere resta carcere”, a cura di Ornella Rosato e Alessandro Toppi (Bulzoni 2024); “Tetralogia del dissenno II” del drammaturgo Rino Marino (Editoria & Spettacolo 2024); “La non-scuola di Marco Martinelli. Tracce e voci intorno ad Aristofane a Pompei” di Francesca Saturnino (Sossella 2024).

Fra le residenze invece spazio ad una storia attualissima quanto dolorosa, nella prima restituzione pubblica: con “Domineddio”, Cecilia Foti, autrice del progetto insieme a Saverio la Ruina, che è autore dell’intenso testo, dà voce alla vicenda di violenza, sottile e feroce di una donna forte, vivace, coraggiosa, conosciuta anni fa e la cui storia, adesso, è diventata nucleo iniziale di uno spettacolo che mescola narrazione e canto per delineare non solo l’escalation della violenza, ma pure i passi verso una rinascita possibile.

Domineddio (ph: Angelo Maggio)
Domineddio (ph: Angelo Maggio)

Fra i temi in scena emarginazione e solitudine, estraneità e disagio dell’identità che è sociale, culturale, generazionale.
Affonda le radici nelle storie appartenute alle donne internate nel manicomio di Girifalco, suo paese di origine, Francesca Ritrovato nel suo “Alienate”, dal tempo, dalla società, dalla famiglia che ha preferito relegarle in un manicomio perché strane, apparentemente differenti. Lo spettacolo diventa così un tentativo per dare voce a queste donne, che però faticano ad emergere nel racconto denso ma frastagliato.

È un “Incontro” fra generazioni lo spettacolo proposto in prima nazionale dal collettivo napoletano lunAzione, formatosi nel 2013, che squaderna, in una scena grigia e polverosa, ferite profonde e grandi disagi. Un dialogo in crescendo che chiede e merita attenzione quello fra Giuliana (Federica Carruba Toscano), che racconta dell’omicidio del fratello, vittima innocente di un agguato, ad una classe disattenta e poco interessata, e il diciassettenne Mattia (Lorenzo Izzo), scontroso e agitato. Anche suo fratello è morto, ma probabilmente non proprio senza colpa, e le esistenze ai margini di Giuliana e Mattia si incontrano fra possibili tentativi di fuga e di emancipazione.

Una coppia, i progetti di una vita fra desiderio di maternità, crisi, tradimenti e riconciliazioni in “Polmoni”: il testo è dell’autore britannico Duncan Macmillian, il progetto della compagnia Mar Giomitich (Michele De Paola, Marisa Grimaldo e Giovanni Malafronte), per un atto unico in cui sprazzi di ironia colorano una esistenza a due che segue il corso degli eventi.

Sola davanti ad uno schermo è invece “Molly” (in scena la giovane Letizia Russo) di Cubo Teatro, collettivo torinese di teatro, musica, visual arts, arte contemporanea. Si trucca, fa dirette, racconta di una quotidianità senza un fuori, come accade ormai sempre più spesso aprendo i vari social, in un dispositivo scenico che mescola narrazione a proiezioni, tracce sonore e immagini video. E partecipa ad una challenge, tentativo estremo, finale, di esistere: questo il destino della quattordicenne londinese Molly Russell suicidatasi nel 2017, da cui lo spettacolo si muove.

Capelli cortissimi e biondo platino, come quel ragazzino a cui dà voce, colorata da mille sfumature e incorniciata in un intenso progetto sonoro per Federica Rosellini che ha proposto, in prima nazionale, “Ivan e i cani”, testo di Hattie Naylor, nella traduzione di Monica Capuani.
Con la sua strumentazione elettronica a segnare il tempo della narrazione, Rosellini narra una storia vera, accaduta ad un bimbo di quattro anni nella Russia degli anni Novanta: un contesto poverissimo, fra degrado ed abbandono; come unici amici e compagni di viaggio quattro cani, fedeli e amorevoli. Brandelli di vita, pagine di un romanzo di formazione crudele e tenero, intimo ma che al contempo grida all’umanità che spesso si volta dall’altra parte.

Una camera scalcinata, due letti e due esistenze in bilico fra andare e restare: teneri e indifesi i due protagonisti di “Cari Spettatori”, di Danio Manfredini, ci conducono per mano nel loro tempo sospeso, per una narrazione intensa e profondamente intima.
Arturo (Vincenzo Del Prete) cerca una libertà possibile, una casa popolare e, perché no, un amore; Gino (Giuseppe Semeraro) sogna di fare il regista teatrale e scrive il suo copione. Condividono lo spazio angusto di un appartamento della Caritas dopo essere usciti da una comunità psichiatrica; ma riusciranno mai veramente ad andare fuori?
Domande senza risposta di chi cerca di rimettere insieme i frammenti di una vita. I loro dialoghi si mescolano ai video della comunità e al silenzio attorno, ed invitano a una riflessione sul tempo che attraversiamo e sulla necessità di ritrovare quel senso di comunità e di umanità verso l’altro.

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