L’adattamento di Ármin Szabó-Székely per la nuova produzione del Teatro Stabile di Torino
“California dreamin’”, iconico brano degli anni Sessanta, interrompe a più riprese l’azione scenica, prima nella sua versione originaria, poi remixata in chiave contemporanea, trascinando tutti gli interpreti in una trance dance individuale, come a sottolineare il livello onirico della rappresentazione, quasi psicanalitico, persino metafisico, e spiazzando il pubblico impreparato alle dirompenti e perturbanti operazioni drammaturgiche e registiche della vincente coppia artistica ungherese formata da Ármin Szabó-Székely (dramaturg e autore del testo tratto da “Il costruttore Solness” di Henrik Ibsen) e da Kriszta Székely, artista associata del Teatro Stabile di Torino che, per la terza volta, si misura con i capolavori del drammaturgo norvegese, dopo le rivisitazioni di “Casa di bambola” e di “Hedda Gabler”.
Il tipico dramma borghese, ambientato in un salotto di fine Ottocento e rivolto a una classe sociale disorientata e in cerca di una propria definizione, che oggi potrebbe risultare privo di efficacia e astorico, lascia spazio alla contemporaneità attraversata dalla ricerca di un’identità che vada oltre l’illusione del successo e del riconoscimento sociale o dell’assoggettamento più o meno consapevole a figure ritenute carismatiche.
Halvard Solness è, in questa riscrittura, un architetto inebriato da sé stesso che, in nome del proprio genio, della propria creatività e dei successi raggiunti, si arroga il potere di sfruttare, umiliare, denigrare, tradire le persone che lo circondano e che drammaticamente da lui dipendono, sia emotivamente sia materialmente. Ma è anche un uomo che sente su di sé il peso del passato e della vecchiaia, il timore di essere soppiantato dalle nuove generazioni, l’invidia e l’attrazione per chi trabocca di gioventù, estro e vitalità. Ed è un uomo pervaso dal senso di colpa e tormentato dalla propria coscienza, incredibilmente solo.
Valerio Binasco, nel dargli corpo e voce, suscita profonda irritazione e, allo stesso tempo, compassione. Via via che l’azione si snoda, il suo modo di porsi, inizialmente tronfio e indisponente, si sgonfia per rivelare il dramma che nasce dal riconoscersi prigioniero in una rete di relazioni insane, basate sull’abuso di potere, di cui è egli stesso l’autore, così che, alla fine, a cadere o lanciarsi (o essere lanciato) dal tetto della costruzione è un uomo vecchio, stanco, debole, vittima del suo stesso male.
Tuttavia, nessuno tra coloro che lo circondano è totalmente esente da responsabilità rispetto alle molestie subite.
Frida (magistralmente interpretata da Laura Curino), tra i primi a riconoscere la bravura di Solness, avendolo anche assunto come socio, si è vista scavalcare da lui in ambito lavorativo, ma ne resta dipendente perché spera in questo modo di riuscire ad aiutare il figlio, Ragnar (Marcello Spinetta), giovane architetto in erba, insicuro e succube del fascino del grande maestro, così come la sua bella fidanzata Kaja (Lisa Lendaro).
Frida, Ragnar e Kaja lavorano per Solness presso il suo studio, che coincide con l’abitazione (come spesso avviene con i grandi artisti, quando non vi è più modo di distinguere lo spazio privato da quello creativo), e non intendono andarsene perché questo significherebbe perdere prestigio e opportunità.
In quella stessa casa vive Aline (Mariangela Granelli), la moglie di Solness, una donna lacerata non tanto dalle intemperanze sessuali del marito, quanto da un drammatico evento che l’ha segnata per sempre: l’incendio traumatico della casa materna, dove risiedeva insieme a Solness nei primi anni del matrimonio, e il conseguente decesso dei loro due bambini, morti per avvelenamento da allattamento a causa dello stato depressivo in cui era poi caduta.
Aline, tuttavia, sembra non ricordarsi dei bambini, o perlomeno non li cita. Le preme piuttosto aver perso, in quell’incendio, i suoi ricordi familiari e soprattutto le sue sette bambole, così racconta.
Attorno ad Aline e a Solness ruota una terza figura: è il Dr Herdal, psichiatra, che ufficialmente si occupa di Aline, ma il suo interesse per la coppia sembra travalicare i limiti professionali, come se anche lui non potesse più fare a meno di dipendere da loro per dare un senso alla propria esistenza. Nell’adattamento proposto, Simone Luglio, che interpreta il Dr Herdal, funge anche narratore e da pivot della scena, introducendo i cambi d’azione.
Infine, vi è Hilde Wangel, la giovane donna che, con il suo arrivo, genera scompiglio e un radicale ribaltamento della situazione. Vittima, quando era bambina, del fascino e successivamente di un abuso sessuale da parte di Solness, ha sviluppato per l’architetto, o per ciò che ai suoi occhi rappresenta, un sentimento di attrazione patologico (difficile chiamarlo innamoramento), una sorta di sindrome di Stoccolma.
Così come Solness è attratto da ciò che Hilde rappresenta, e in lei vorrebbe potersi identificare, ma si accorge che l’età e la vita vissuta glielo impediscono, anche Hilde forse vorrebbe essere come Solness. Poiché, in quanto donna, non le è concesso, allora intende averlo tutto e soltanto per sé: questa un’ipotesi di lettura.
In questo spettacolo, tuttavia, le letture sono molteplici, e Hilde potrebbe anche rappresentare semplicemente una sorta di angelo vendicatore, o meglio ancora la coscienza stessa di Solness, con cui egli si trova a combattere prima della morte.
La scena di Botond Devich è essenziale, priva di quinte e fondali. Un tavolo e sedie da lavoro e, al centro, il modellino di una casa a più piani, praticabili, su cui attrici e attori salgono e scendono. Fari a vista. All’occorrenza i macchinisti attraversano il palco per spostare oggetti o agganciare le funi ai corpi di Solness e Hilde quando vengono issati in alto nella scena finale, amplificandone il senso di vertigine e vuoto.
Il teatro, almeno quello, svela fin da subito il suo carattere di finzione e si dimostra più sincero dei personaggi del dramma, i cui segreti più intimi – come quelli di ognuno di noi – faticano a venire a galla.
Grande e meritato plauso alle attrici e agli attori. Il profondo lavoro sui personaggi e di relazione gli uni con gli altri è evidente, ed è indubbiamente risultato di grande cura, passione e professionalità. Tutte e tutti bravissimi.
Un’eccellente chiusura di stagione per il Teatro Stabile di Torino.
SOLNESS
da Henrik Ibsen
adattamento: Ármin Szabó-Székely
traduzione: Tamara Török
regia: Kriszta Székely
con: Valerio Binasco, Laura Curino, Alice Fazzi, Mariangela Granelli, Lisa Lendaro, Simone Luglio, Marcello Spinetta
scene: Botond Devich
costumi: Ildi Tihanyi
luci: Pasquale Mari
suono: Filippo Conti
assistente regia: Giovanni Miglietti
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Applausi del pubblico: 4’
Durata: 2h 20’
Visto a Torino, Teatro Carignano, l’8 giugno 2025
Prima nazionale
