Regolamentare la formazione dell’attore. Nasce la prima piattaforma delle accademie italiane

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Un momento del laboratorio Il poeta in gabbia
Un momento del laboratorio Il poeta in gabbia, del '98, regia Luigi Maria Musati, allora direttore dell'Accademia Silvio d'Amico (photo: teatrosantandrea.it)
Un momento del laboratorio Il poeta in gabbia, del ’98, regia Luigi Maria Musati, allora direttore dell’Accademia Silvio d’Amico (photo: teatrosantandrea.it)

La formazione dell’estetista è regolamentata, così come quella della guida alpina, del conduttore di cani da traccia e di colui che esercita attività funebre: e la formazione dell’attore, lo è?
Le scuole di teatro possono essere inquadrate, come le altre, in un sistema di formazione riconosciuto?

In realtà sì, ma al momento lo stato italiano riconosce e sovveziona solo l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. La sola che rilascia agli allievi un diploma accademico di primo livello, equivalente alla laurea di primo ciclo.
Le altre accademie private, in realtà, potrebbero farne richiesta, e dopo il superamento di un iter valutativo amministrativo, ottenere la possibilità di rilasciare diplomi dal valore legale.
Mancano però i decreti attuativi e i regolamenti con la relativa modulistica. Ognuno, quindi, se lo vuole deve arrangiarsi facendo riferimento alla sola legge. L’impresa dev‘essere bella complessa dato che al momento le accademie hanno sempre preferito desistere, continuando a rilasciare al massimo attestati di frequenza o qualificazione.

La domanda di formazione teatrale, in Italia, è comunque altissima, e l’età degli aspiranti attori sembra essersi abbassata alla soglia della maggiore età.
Anche l’offerta pedagogica ha avuto nel corso degli ultimi 15 anni una crescita vertiginosa tra workshop, laboratori, corsi, scuole, e chi più ne ha più ne metta. Tra questi sono tanti coloro che offrono una formazione autorevole e di ottimo livello, ma putroppo sono anche parecchi quelli che giocano all‘improvvisazione, che pur essendo materia teatrale finisce con lo scialacquare tempo, denaro e aspirazioni.
Insomma tutti, o almeno tanti, anzi tantissimi vogliono fare teatro. Che poi, in percentuale, pochi, anzi pochissimi ci riescano a certi livelli, è un dato di fatto; e che a teatro ci vadano in ancor meno rimane un mistero; ma questa è un’altra storia.


Il Decreto Ministeriale del 1° luglio 2014, finalizzato al riordino del sistema teatrale italiano, richiede che un teatro nazionale “sia dotato di una scuola di teatro e di perfezionamento professionale”. Sulla base del nuovo censimento, il decreto prevede sette scuole di teatro di rilevanza nazionale. Ma con tutte le scuole che già ci sono ne devono nascere per forza delle altre?, verrebbe subito da chiedere.

Anche qui però non esiste ancora un regolamento né la relativa procedura per la richiesta di un finanziamento specifico. Una mancanza che le scuole e le istituzioni più autorevoli presenti nel territorio nazionale hanno deciso di sfruttare a loro favore. Cercando di non subire la legge, stanno provando a giocare d’anticipo e lo scorso 25 settembre hanno dato vita, presso la Fondazione Cini di Venezia, sull’esempio della “scuola delle scuole” (l’École des Écoles, network europeo di scuole di teatro nato nel 2006), alla prima piattaforma delle scuole d’arte drammatica italiane.

Da Udine a Napoli erano presenti quasi tutti: la Nico Pepe, la Galante Garrone di Bologna, Fondazione TeatroToscana, lo Stabile di Genova, l‘Accademia dei Filodrammatici, la Paolo Grassi, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Bellini di Napoli, la Silvio D’Amico, Fondazione Teatro Stabile di Torino, Accademia Teatrale Veneta – a cui si deve l’incontro –  mentre il Piccolo di Milano, il Teatro Stabile di Napoli e la Scuola internazionale di Teatro di Roma, pur non presenti, hanno aderito al progetto.

L'incontro del 25 settembre a Venezia (photo: Rita Borga)
L’incontro del 25 settembre a Venezia (photo: Rita Borga)

Per la prima volta tutti, o quasi, attorno allo stesso tavolo, per discutere insieme la regolamentazione della formazione teatrale italiana. Un po’ meno confortante l’assenza di un rappresentante del MiBAC, che però ha augurato a tutti un buon lavoro, chiedendo il resoconto dell’incontro, “utile per mettere a fuoco diverse questioni”.

Un primissimo passo che ha comunque la sua bella importanza,  ma anche la difficoltà nel cercare di mettere insieme così tante identità, storie, strutture giuridiche, organizzative e didattiche diverse, d’accordo nello stabilire non solo gli standard che determinano o meno una formazione di qualità, ma anche tutti i dettagli e le possibilità di sviluppo della formazione nel lungo periodo.

Si sa, “la scuola non fa l’artista”, ma l‘obiettivo sarebbe di garantire una sempre maggiore qualità della formazione professionale degli attori. Di sicuro potrebbe essere un buon modo per mappare anche il superfluo, garantendo una cartina di tornasole per chi vuole intraprendere questa professione. Oltre che a evitare lo sperpero di contributi già drasticamente ridotti.

Nel primo incontro si sono intanto individuati alcuni requisiti minimi: un monte ore di formazione da svolgere in un biennio o triennio (pari a 2500 ore), un numero di docenti variabile tra gli otto e i dieci, con un minimo di trenta ore di insegnamento ciascuno.

Tanti sono stati i dubbi e le domande emerse: dalla necessità o meno di ancorarsi all’ordinamento universitario, con la possibilità di condividere alcuni corsi, come quello di Storia del teatro, a come garantire una internazionalità della formazione; da come verificare la professionalità dei docenti, alla possibilità di assunzione tramite concorso, dal numero adeguato di locali per la formazione e la loro agibilità, all’affidabilità economica e finanziaria dei soggetti, fino ad arrivare al “doposcuola”, all’argomento cioè che preme più di tutti: il collegamento con il mondo del lavoro, come garantire degli esiti occupazionali.

Si procederà per gradi. Ci vorrà tempo. La materia è vasta. La piattaforma vuole arrivare a porsi come un ambito di progettazione comune, offrire una dimensione europea alla formazione, garantendo la qualità della formazione professionale su una base comune, dove poi la singola identità delle accademie potrà giocare la differenza.
L’obiettivo ultimo è quello di andare a riempire una lacuna e offrire proposte valide di regolamentazione a chi di competenza, sulla base però delle reali esigenze della formazione dell’attore. Ma qui sorge un altro dubbio. Di chi sarà la competenza? Del MiBAC o del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nel suo settore dedicato ad Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica?

To be continued…

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