Shakespeare alla prova degli adolescenti. Tre registi per tre proposte

Un Otello al femminile (ph: Gianluca Pantaleo)
Un Otello al femminile (ph: Gianluca Pantaleo)

Andrea Baracco, Alessandro Serra e Andrea Chiodi hanno firmano tre spettacoli in cui avvicinano il mondo di Shakespeare anche allo sguardo del pubblico più giovane

Vogliamo finire il 2022 guardando al futuro, al futuro del teatro e a chi diventerà grande nei prossimi anni, ossia gli adolescenti di oggi. Per questo dedichiamo l’ultimo articolo dell’anno a loro.
Lo facciamo attraverso tre spettacoli di William Shakespeare assai diversi fra loro: “Un Otello al femminile” di Andrea Baracco, “La Tempesta” di Alessandro Serra e “Il Sogno di una notte di mezza estate” firmato da Andrea Chiodi. Tutti e tre posti di fronte ad un pubblico di adolescenti. Quale sarà il risultato?

Molti insegnanti preferiscono portare gli studenti delle scuole superiori a vedere i classici, anziché spettacoli più contemporanei che trattino in maniera maggiormente esplicita le loro problematiche. Ma i classici (quelli “per i grandi”, non realizzati appositamente per un pubblico giovane) possono parlare agli adolescenti di oggi? E come possono farlo? In che modo l’impianto drammaturgico e registico può avvicinare un grande autore del passato al sentire di un giovane sedicenne?
L’adolescente Amleto, nel 2022, non potrebbe avere gli stessi dubbi di allora, ritrovarsi nelle stesse problematiche con gli adulti e verso le conseguenze della vita?
Secondo noi sì, potrebbe averli, e potrebbero essere persino amplificati, in un mondo e in una società così respingente e complicata come quella attuale.

Nell’analizzare questi tre spettacoli abbiamo così voluto fare una sorta di esperimento, cercando di mescolare l’occhio di un anziano, appassionato critico, con quello di un adolescente che si reca a teatro. Come reagirebbe davanti a questi tre testi, a questi tre spettacoli di registi per noi così rappresentativi e riconoscibili?


“Un Otello al femminile” di Andrea Baracco, con la drammaturgia di Letizia Russo, prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, ha il dono della semplicità. E’ tutto immerso in un ambiente solcato solo da due archi di stampo rinascimentale, e tutto l’interesse è rivolto alla parola.
Il nostro adolescente, di fronte a questo Otello, rimarrebbe subito un po’ interdetto vedendo otto attrici donne rappresentare tutte le parti, anche Otello e Iago. E forse si chiederebbe il perché di tale stranezza, ma forse l’insegnante lo avrebbe edotto prima di arrivare in teatro che tanto tempo addietro succedeva l’esatto contrario: erano solo gli uomini ad essere in scena.
Secondo noi, essendo sveglio, comprenderebbe subito che uomo o donna che siano, intorno a lui “gli stronzi” sono sempre esistiti, e che bisogna sempre stare in guardia dai vari Iago che ci circondano. Ma non solo, comprenderebbe che bisogna stare in guardia anche da noi stessi, governando la rabbia che a volte ci cova dentro, osservando i vari Cassio che immeritatamente ci passano davanti.

Crediamo sia questo il messaggio che anche Baracco voleva trasmettere maggiormente, traendolo in modo universalmente contemporaneo da Shakespeare.
Del resto nulla in scena, dai costumi alle scene, ci trasporta in un luogo e in un tempo preciso. E poi la drammaturgia di Letizia Russo è ben attenta a scegliere le parole giuste per approfondire in senso universale ciò che accade sul palco, a renderle vive in modo che lo spettatore vi si riconosca. Tranne forse la scena un po’ confusa del tentativo di uccisione di Cassio. Per il resto ci pare che tutto sia ben risolto, grazie a pochi segni ben espressi (il fazzoletto rosso per esempio) e alle interpretazioni, dove svetta lo Iago di Federica Fracassi che si rivolge direttamente al pubblico, mettendolo in guardia, e il Montano di Viola Marietti a cui Baracco dona una luce diversa.
A rendere contemporaneo lo spettacolo è anche quel “Stay Away From Him”, il ritornello della omonima canzone dei The Tiger Lillies.

Esattamente il contrario avviene con “La Tempesta” di Alessandro Serra (di cui su Klp era già uscita la recensione e che trovate anche tra i 10 spettacoli in gara per il Last Seen 2022), dove la parola passa in secondo piano rispetto alle altre armi in possesso del teatro. E ciò è assolutamente giustificato da una trama che pone Prospero e le sue magie al centro di tutto.
Il nostro protagonista, confinato su un’isola deserta dalla sete di potere dei suoi parenti, attraverso la sapienza delle sue arti magiche riesce a governare il male e a riportare la giustizia senza spargere sangue.

La tempesta (photo: Alessandro Serra)
La tempesta (photo: Alessandro Serra)

Sia noi che gli adolescenti che hanno riempito il Piccolo Teatro di Milano siamo stati affascinati dalla capacità di Serra di rendere lo spettacolo “della stessa sostanza dei sogni”.
L’uso delle luci, del fumo e delle scenografie creano un mondo al di là del mondo dove, tra la mostruosa diversità di Calibano, la sconcia ilarità dei suoi sodali e la leggerezza di Ariel, gli uomini nel mondo/palcoscenico vivono le loro passioni, e dove l’amore tra Miranda e Ferdinando può trionfare.

Gli adolescenti si divertono molto più di noi davanti ai lazzi della coppia Stefano e Trinculo, che a noi in verità hanno sempre un po’ annoiato. Veniamo invece ammaliati sin dall’inizio – adulti e più giovani – da quel semplicissimo telo nero, punteggiato dalle voci dei poveri naufraghi che, agitato, diviene una vera e propria tempesta.
Ecco poi le bellissime maschere, create da Tiziano Fario, che ci conducono in un mondo ancestrale, e quel matrimonio finale a cui partecipano tutti gli interpreti, vestiti gioiosamente con multiformi costumi, che a un certo punto volano letteralmente dall’alto, coinvolti in una specie di girotondo dal sapore fiabesco.
Visioni meravigliose in cui però si perdono un po’ le evocative caratterizzazioni di Marco Sgrosso e Chiara Michelini come Prospero e Ariel.

Andrea Chiodi concepisce infine, con la drammaturgia di Angela Dematté, il suo “Sogno di una notte di mezza estate” come una grande festa in rima, ambientata in un parco giochi abbandonato, che piano piano riprende vita, realizzato da Guido Buganza.
La storia narrata è infatti una fiaba giocosa, percorsa da una filastrocca raccontata dal folletto dispettoso Puck, qua una sorta di nutrice (Beatrice Verzotti), a una piccola principessa, prima del sonno imminente (Emilia Tiburzi).
Ma nel contempo, soprattutto per noi, è anche una festa del teatro, dove è bellissimo vedere esprimersi compiutamente nella loro fremente giovinezza Alberto Marcello, Sebastian Luque Herrera, Caterina Filogano e Giulia Heathfield Di Renzi, tutti allievi formatisi alla scuola del Piccolo Teatro, nel ruolo dei quattro giovanissimi amanti protagonisti del testo scespiriano.

Il "Sogno" di Chiodi (ph: LAC Lugano)
Il “Sogno” di Chiodi (ph: LAC Lugano)

Gli adolescenti presenti in sala si ritroveranno benissimo nelle loro bisbocce, nei loro battibecchi, nel gioco di schiamazzi e dei loro corpi, riscritti in modo vivo e contemporaneo da Angela Demattè. Una festa del teatro, quindi, questo “Sogno” di Chiodi, che si riverbera anche nella realizzazione scenica finale de “La storia di Piramo e Tisbe”, realizzata per la corte di Teseo e Ippolita (Igor Horvat e Anahì Traversi nel doppio ruolo anche di Oberon e Titania) da una troupe strampalata dei comici artigiani (Claudia Grassi, Giuseppe Aceto, Alberto Pirazzini, Marco Mavaracchio, Alfonso De Vreese), in cui tutti i cliché della rappresentazione teatrale vengono autoironicamente raffigurati.

E allora ecco che, seppure in modi diversi, tutto il multiforme mondo scespiriano ci viene restituito dai tre spettacoli, ciascuno a suo modo – direbbe Pirandello -, in modo universalmente contemporaneo, attraverso i mezzi che i rispettivi registi possiedono per rendere efficaci (anche qui, ciascuno a suo modo) le trame del grande drammaturgo inglese, adatte ad un pubblico di tutte le età e competenze.

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