Gavroche di servomutoTeatro: il riscatto di Hugo è nella fantasia

Gavroche (ph: Marta Zitobassa)
Gavroche (ph: Marta Zitobassa)

Michele Mariniello al secondo capitolo della riscrittura in chiave contemporanea dei “Miserabili”, con Marco Rizzo «monello fatato»

“I Miserabili”, capitolo numero due. Qualche anno dopo “Fantine” (del 2018), servomutoTeatro torna ad avvicinare Victor Hugo attraverso uno spin-off su “Gavroche”, personaggio secondario di uno dei capolavori letterari del realismo francese.
Ciò che caratterizza la poetica di servomuto, è la ridefinizione dei personaggi in ottica contemporanea, sempre con un intento d’indagine sociologica e denuncia della miseria morale e materiale che affligge gli infimi strati della popolazione.

Se per Hugo Gavroche è il figlio ripudiato dei Thénardier, e in definitiva una sorta di rivoluzionario che muore nella Parigi barricadera del 1832, nella rilettura di Michele Mariniello è invece un ragazzo di strada che rinuncia alla propria autodeterminazione per rassegnarsi a un lavoro arido, fra timbri, scartoffie e macchinetta del caffè. È il suo modo di sostenere e riscattare la famiglia d’origine caduta in disgrazia, oltre ogni ragionevole risentimento.
Una rilettura assai liberamente ispirata all’originale insomma, con qualche dispersione drammaturgica e la ricerca di una complessa coesione tra le parti. Ma con il merito di cercare la connessione con la nostra epoca, e una visione della letteratura tutt’altro che passiva o commemorativa.

La colonna sonora (Bruno Sanfilippo, Stylophonic, the Yabba, Worakls, Kid Francescoli, Ravel, Nuages, Soko) elabora in chiave ulteriormente contemporanea i temi della libertà e del sogno, e il potere dei ricordi. Possiamo fare qualcosa che al momento sembra insignificante, ma in futuro i sentimenti che si scatenano possono essere assai più intensi di quanto si percepisse in corso d’opera. Per questo il dolore può essere devastante. I ricordi sono così importanti che il pensiero di non poterne creare di nuovi genera sconforto.


A Campo Teatrale (Milano) Mariniello, regista oltre che drammaturgo dello spettacolo, trasforma il monello di strada di Hugo, reietto dai genitori, rivoltoso, a suo modo idealista e amante della libertà, in un adulto “normalizzato” dalla vita e dalle circostanze: «Mi sono appoggiato – spiega l’autore – al pensiero del filosofo/psicologo James Hillman e nello specifico al suo libro “Il codice dell’anima”. Qui si racconta, oltre il mito di Er della nascita dell’anima (citato a inizio spettacolo), che cos’è il daimon e come esso si manifesta nella vita di ciascuno. Ho deciso di rappresentare un Gavroche adulto, lontanissimo da quel bambino libero di Hugo. Egli è sull’orlo di una crisi di nervi, all’interno di una griglia grigia, come l’ambiente d’asfalto in cui vive. Una vita scelta da altri, o per assecondare le attese di qualcuno. Queste per me sono le barricate, dietro alle quali viene meno il nostro senso di vita ed è impossibile essere rivoluzionari».
«La vita è troppo breve per realizzare i sogni degli altri», avrebbe chiosato Oscar Wilde.

Silvia Cremaschi costruisce una scena grigia e spersonalizzante di scartoffie e scatole d’archivio, con scrivania e cestino, illuminata da una lampada industriale difettosa. Difettosa come la vita di Gavroche (un ispirato Marco Rizzo) che cerca di sottrarsi alla routine di un lavoro senza creatività. Ma nell’alienazione priva di sussulti, ecco la comparsa di un folletto femminile (Erica Meucci), grigio anch’esso ma con la faccia dipinta di blu, come le figure sognanti di Chagall. È il daimon, l’essenza primaria, la vocazione nascosta nell’intimo. Quest’anima fanciullesca disegna coreografie elementari e ingenue, e attinge dalla memoria l’energia che assegna all’essere umano il proprio destino personale.

Un flashback come rottura. L’archetipo come liberazione. L’infanzia riesumata di un monello fatato subisce tuttavia la censura della vita reale, con le sue incombenze e il grigiore di un lavoro in cui le ore si assomigliano tutte. È salvifico solo il breve spazio che concediamo ai giochi dei bambini, e forse a un amore. Con un equilibrio che sa di compromesso.

A rendere intrigante il lavoro, oltre alla prova esuberante di Rizzo, anche le scelte musicali rilassanti o elettrizzanti, che coniugano electro, hip hop, house e tecno con l’Indie, il rock sperimentale, un pianoforte minimalista, e ancora, le suggestioni erotiche spagnoleggianti di Ravel.
Attraverso la colonna sonora, nasce il romanzo di formazione di Gavroche: la sensazione di sognare in un altro mondo, e di creare uno spazio di pace totale. Un orizzonte di libertà che supera grigiori e algore, e viaggia dalla terra al sole, dal sole alla luna, verso un nuovo universo immaginifico.

GAVROCHE
produzione servomutoTeatro
con il sostegno produttivo di Campo Teatrale
liberamente ispirato al personaggio de “I Miserabili” di Victor Hugo
con Marco Rizzo, Erica Meucci
movimenti scenici Sara Drago, Erica Meucci
drammaturgia e regia Michele Mariniello
regista assistente Sara Drago
scenografie Silvia Cremaschi
foto Marta Zito
con il sostegno di Teatri d’Imbarco, Teatro della Limonaia

Vincitore Premio Theatrical Mass 2022

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Campo Teatrale, il 15 dicembre 2022

 

 

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